Un granello di fiducia

Ogni pensiero che questo fosse un gesto inutile lo combattevo di fronte al Gohonzon, facendo leva in questi momenti soprattutto sulla gioia di contribuire, nel mio piccolo, a kosen-rufu.

Ho conosciuto questo Buddismo nel 1987, assieme a mia sorella; lei iniziò subito, io due anni dopo. Cominciai per affrontare la depressione che l'estate precedente mi aveva tenuto quasi sempre chiusa in casa. All'università dovevo per forza assistere alle lezioni, stare in mezzo agli altri e, nonostante mi sentissi male, non potevo scappare.
La prima sfida furono gli esami, la paura di fallire, la mancanza di fiducia nelle mie possibilità. Altro nodo doloroso era il rapporto con mio padre, fatto di liti, rancori e sfiducia.
Il 7 novembre 1990 ricevetti il Gohonzon e la responsabilità di gruppo e di nuovo affiorò la sensazione di non essere capace, adatta, ma decisi che mi sarei sfidata. Mi incoraggiava una frase di Gosho: «Una donna che si dedica al Gohonzon attira la felicità in questa vita e nella prossima il Gohonzon la proteggerà sempre. Come una lanterna nell'oscurità, come un forte braccio che ti sostiene lungo un sentiero infido, il Gohonzon ti proteggerà, signora Nichinyo, dovunque tu vada. [...] Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te» (Il vero aspetto del Gohonzon, SND, 4, 203).
Nel 1992 Ikeda venne in Italia e determinai che mi sarei laureata entro giugno 1993 con non meno di cento e che, finita l'università, sarei tornata a lavorare con mio padre, con cui avrei instaurato un bellissimo rapporto, dimostrandogli il valore della pratica buddista. Mancavano ancora quattro esami.
A ottobre 1992 mi offrirono di partecipare a un corso per studenti a Trets, il Centro culturale europeo francese, poco prima di sostenere due esami, e quando lo comunicai a mio padre mi disse di pensare a studiare. Invece di litigare dissi: «Se quando torno non prendo trenta a entrambi gli esami avrai tutto il diritto di recriminare, ma aspetta fino ad allora e lasciami partire!». Tornai da Trets così determinata e concentrata che presi due trenta e mio padre non poté più dire che il Buddismo mi toglieva tempo e concentrazione...
L'ultimo esame lo sostenni a fine maggio 1993 e il 30 giugno mi laureai in Farmacia con centouno. In un mese scrissi e discussi la tesi, ma soprattutto trasformai il rapporto con il mio relatore, che avevo sempre considerato scostante e presuntuoso. Fu proprio lui, e la mia sofferenza nei suoi confronti, a spingermi a recitare Daimoku per far emergere da me la capacità di entrare in relazione con chi mi causava tanto dolore. Recitai molto in pochi giorni per chiedergli di farmi laureare dopo un mese e a dispetto dei miei timori trovai in lui un grande incoraggiamento. Questo suo cambiamento di atteggiamento nei miei riguardi mi ha permesso, a distanza di otto anni, di parlargli del Buddismo poco prima che morisse.
Appena tornata iniziai subito a lavorare nella farmacia di mio padre, il quale mi disse che non mi avrebbe ostacolato nella pratica, ma non voleva assolutamente gente a casa. Quel divieto immotivato mi faceva rabbia. Mi sforzai di portare questo sentimento davanti al Gohonzon per cambiare la sua sfiducia e i suoi pregiudizi, insieme a quelli che le persone del paese avevano nei miei confronti. Ogni Gongyo mattina mi serviva per avere la costanza di sforzarmi di guadagnare fiducia, ogni Gongyo sera per rideterminare la giornata successiva e un po' per giorno le "resistenze" cedevano. Quando il gruppo di cui ero responsabile ebbe bisogno di un luogo di riunione, mio padre acconsentì a ospitarlo a casa. Da allora ho sempre offerto prima la stanza, poi la casa che ho comprato due anni fa. Anche in farmacia riuscivo a ritagliarmi uno spazio sempre più ampio.
Nel 1994 Ikeda ritornò in Italia ed ebbi l'occasione di assistere al festival Ali. L'impressione fu enorme, mi sentivo felice, emozionata e orgogliosa di appartenere alla Soka Gakkai... Ma negli ultimi tempi questo sentimento fu messo a dura prova, mi sentivo ferita e disillusa, lontana dall'organizzazione e fare attività era diventato molto pesante. Anche il mio rapporto con il "maestro", Daisaku Ikeda, era zoppicante. Decisi che avrei continuato a rimanere nella Soka Gakkai anche se non mi piaceva più, perché non volevo rinunciare alla gioia che avevo provato nel fare attività negli anni precedenti. Non potevo aver sprecato tanti anni e tanti sforzi, volevo provare ancora. Cercai di dedicarmi, in maniera più profonda e confacente al mio modo di essere, alla pratica buddista per sviluppare la mia vita e per aiutare gli altri, ricominciando da Gongyo e Daimoku e dalle relazioni umane.
Passata alla Divisione donne tornai a occuparmi di un gruppo e mi dedicai all'attività cercando, al meglio delle mie energie e del mio tempo, di far crescere le persone. Il gruppo era diventato così numeroso che in alcune occasioni mio padre, tornando dal lavoro, trovò alcune persone nel corridoio! Era ora di dividerci e poco dopo arrivò anche la responsabilità di settore.
Nel giugno 2004, in occasione della riunione del capitolo Adriatico, mi occupai della Proposta di pace di Ikeda. Fui tentata di cambiare argomento, ma decisi di studiarla a fondo cercando di trovare il mio punto di contatto con le parole di Ikeda e il suo intento. Ne fui sorpresa e toccata, sentivo di nuovo ricrearsi un legame con la persona di cui avevo scelto di essere discepola e che afferma: «Perciò le questioni globali della pace devono essere ripensate dalla prospettiva della realtà immediata della nostra vita [...]. In quest'ottica, credo fortemente nel valore delle azioni intraprese da ognuno di noi per fare il primo passo dal punto in cui ci troviamo proprio ora» e «Siamo di fronte alla sfida e all'opportunità di superare il nostro ristretto egotismo, di riconoscere noi stessi negli altri, sentendo gli altri dentro di noi e di sperimentare la più alta soddisfazione illuminandoci reciprocamente con lo splendore delle nostre vite» (BS, 103, 18 e 25). Ma oltre alle parole, oltre alle azioni quotidiane nel lavoro, in famiglia, nell'attività e con gli amici, mi sarebbe piaciuto fare qualcos'altro, ma, oltre a recitare per questo desiderio, non sapevo cosa...
Ad agosto 2004 il mio comune partecipò alla ricostruzione delle Biblioteche di Belle Arti e Lingue dell'Università di Bagdad e fui chiamata dall'assessore per prendere contatti con i rettori. Dall'essere solo un tramite telefonico, fui inserita nella commissione comunale incaricata del progetto. Avendo il Comune coinvolto anche le associazioni culturali proposi l'invio di alcuni libri di Ikeda a nome dell'Istituto Buddista Italiano. L'idea fu accolta dai responsabili di Roma e dall'assessore, ma io mi trovai ancora di fronte al mio nemico: la sfiducia. Ogni pensiero che questo fosse un gesto inutile lo combattevo di fronte al Gohonzon, facendo leva in questi momenti soprattutto sulla gioia di contribuire, nel mio piccolo, a kosen-rufu. Recitai per essere un tramite del mio maestro, senza fare affidamento solo sulle mie capacità personali e il 16 aprile, al termine della presentazione del progetto, consegnai i libri ai direttori delle due biblioteche.
Sempre nel 2004 ho potuto concretizzare un altro grande desiderio: in collaborazione con la Confederazione nazionale artigiani della mia regione è stato possibile acquistare e inviare a una missione in Bangladesh - dove ho adottato a distanza due bambine - due forni per il pane, e mandare un panificatore per insegnare loro a usarli, per sfamare i bambini accolti nella missione e per quelli che vanno lì a scuola.
Senza la pratica buddista non credo che sarei riuscita ad affrontare la mia sfiducia e la mia insicurezza, avrei forse lasciato perdere le occasioni che mi si presentavano senza sfidarmi. Ho imparato invece che basta solo partire dal desiderio che abbiamo, cercando di non sporcarlo con le nostre paure. D'altro canto Nichiren scrive: «Può accadere che uno miri alla terra e manchi il bersaglio, che qualcuno riesca a legare i cieli, che le maree cessino di fluire o rifluire o che il sole sorga a ovest, ma non accadrà mai che la preghiera del devoto del Sutra del Loto rimanga senza risposta» (Sulle preghiere, SND, 9, 182-183).
Grazie agli obiettivi realizzati finora ho imparato che la mia vita può davvero andare nella direzione che ho scelto. Ho trasformato la mia depressione in momenti che mi spingono a riflettere sul valore che dò alla mia vita, ho imparato che non esiste solo la voce del "non ce la farai mai", ho costruito un presente sempre più corrispondente ai miei desideri. Rimangono altre sfide da affrontare, altri nuovi ostacoli, ma rimane la forza delle esperienze fatte finora. In Gongyo mattina e sera leggo: «Prego per poter manifestare la Buddità dalla mia vita, per trasformare il karma negativo causato dalle mie offese alla Legge in questa vita e in quelle passate e per realizzare i miei desideri nel presente e nel futuro» e cerco di andare avanti nella vita seguendo quest'ordine.
Far emergere la Buddità vuol dire usare il Daimoku e la pratica prima di tutto nella mia quotidianità, nel lavoro e nell'attività; cambiare il mio karma vuol dire vincere sulla mia parte oscura, sulla mia collera, sulla svalutazione della mia vita e trasformare questo deserto sentimentale; realizzare i miei desideri vuol dire costruire una famiglia e trasmettere a più persone possibili le potenzialità e il potere di questa pratica.
E sono confortata dalle parole di Nichiren: «Anche i comuni mortali, possono conseguire la Buddità se comprendono il senso di una sola parola: "sincera dedizione" (L'offerta del riso bianco, SND, 4, 285). (P.B.)(dati modificati)
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