Quella donna sei tu

Sono attrice da quasi trent'anni. Ho lavorato con grandi maestri: Gassman, Eduardo, Ermanno Olmi, i fratelli Taviani, facendo una gavetta dura, lunga e piena di frustrazioni e qualche soddisfazione. Negli ultimi cinque anni la scontentezza e il malessere erano diventati i padroni della mia vita professionale. Mi lamentavo dell'ambiente di lavoro, facendo il confronto con l'estero, dove la qualità e il rispetto per la professionalità sono decisamente al primo posto. Il tutto era accompagnato da una situazione familiare disastrata: mia madre, essendo molto malata e bisognosa di assistenza continua, assorbiva tutte le mie poche energie residue che dovevo poi impiegare nella ricerca del lavoro e nel cercare di essere sempre all'altezza delle situazioni. La mia pratica buddista era faticosa e discontinua, mi lamentavo continuamente perché non vedevo risultati, cercavo sempre qualcuno che potesse darmi una soluzione: guardavo fuori anziché dentro di me. Tutto era diventato una serie di umiliazioni di cui mi sentivo vittima e di cui ero però l'artefice, visto che accettavo tutte le occasioni che mi capitavano pur di lavorare e pur di avere la scusa di abbandonare per qualche breve periodo mia madre e mio padre, dato che io sono l'unica a occuparmene.
Bevevo circa un litro e mezzo di vino al giorno e qualche volta a pasto; quando ero in tournée anche il grappino finale. Era chiaro che mi stavo facendo seriamente del male, tanto che il mio medico mi disse che se non riuscivo a smettere di bere da sola dovevo farmi aiutare dagli alcolisti anonimi. Fu un pugno nello stomaco sentirmi dire che ero alcolizzata, ma poi pensai: «Ma io ho la pratica buddista e tanti compagni di fede a cui poter chiedere consiglio!».
Così nell'aprile del 2005 sono andata a Trets, il Centro culturale europeo francese, con un grande malessere addosso, fisico e psicologico, un bagaglio di frustrazioni, di dubbi, di dolori, ma con la precisa determinazione di cambiare la mia vita in modo radicale. Praticare questo Buddismo era diventato inutile e sacrificale ed ero anche disposta a smettere. Stavo veramente molto male! Facevo fatica a inquadrare bene i miei scopi, ma qualcuno mi ricordò che il vero scopo del Buddismo, oltre alla nostra felicità, è kosen-rufu, e questo mi ha aiutato a capire che oltre ai miei desideri professionali avevo anche la missione di trasformare il mio ambiente di lavoro a beneficio degli altri e della società. Io volevo rispetto, da me stessa, dagli altri come persona, dal mondo del lavoro come attrice, dalla mia famiglia come sua sostenitrice. Chiesero in sala, nell'Ikeda Hall, se qualcuno voleva condurre Daimoku e mi offrii io! Ho recitato un Daimoku forte e vigoroso, e solo allora mi sono resa conto di quanto fosse bello, luminoso e generoso quel Gohonzon che si apriva in tutta la sua grandezza come un enorme abbraccio dove c'era posto per tutti quelli che come me erano giunti fino a lì con la voglia di combattere per la propria felicità. In realtà ero io che in quel momento abbracciavo me stessa; ho provato grande compassione e una forte sensazione di riconciliazione e quello è stato per me il grande momento di svolta. Lì ho imparato a decidere e ad affidarmi completamente al Gohonzon; non più ricette fai da te, ma Daimoku e shakubuku. I risultati non hanno tardato: mentre ero lì mi è arrivata una richiesta per fare un provino, ma avrei dovuto affrontare il viaggio e l'ospitalità a mie spese; in altri tempi avrei accettato e invece proposi alla produzione di fare il provino vicino a casa e loro accettarono e, anche se non ho avuto la parte, avevo vinto comunque sulla mia tendenza a farmi mancare di rispetto. Al ritorno dal corso, piena di energia e di coraggio, ho arredato nuovamente casa per ospitare le riunioni di discussione.
La prima cosa da fare come attrice era trovare una agenzia di persone serie con le quali reinventare la mia funzione professionale. E tutto questo a cinquanta anni! Ho licenziato la mia inutile agenzia del momento e ho fatto un primo tentativo con una delle più grosse agenzie cinematografiche romane. Per fortuna ottenni un rifiuto perché poco tempo dopo il titolare finì agli arresti domiciliari per truffa. Decisi di andare avanti e non arrendermi. Andai da un'agenzia gestita da giovani e mi presero con loro all'istante.
Intanto il mio Daimoku era aumentato a tre ore al giorno. Praticavo soprattutto per incontrare sulla mia strada produttori e registi con i quali lavorare all'insegna del rispetto e della qualità.
Una produzione tedesco-americana stava cercando un'attrice italiana che sostenesse il ruolo, in lingua inglese, della moglie di un importante e famoso attore americano: Dustin Hoffman. Andai al provino dopo avere ben studiato, e quando fu il mio turno la signora addetta all'assegnazioni delle parti mi spiegò quello che dovevo fare e lo feci. Il tutto durò più o meno un minuto e quando vidi il tecnico venirmi incontro per togliermi il microfono gli chiesi: «Ma scusi, era una prova questa? Io l'ho fatto di getto, non credevo che stesse girando!». Mi dissero che il provino era andato benissimo e che ero stata perfetta senza bisogno d'altro.
Passarono una decina di giorni durante i quali "ovviamente" pensai che non mi avrebbero mai preso. Poi un giorno mi chiamò la mia agente per dirmi che la produzione era molto interessata a me e che il regista voleva vedermi, se ero disponibile, questa volta a Londra e il tutto interamente a spese della produzione. Ero felicissima di avere superato il primo provino ed ero decisa a vincere anche questa seconda audizione.
Inutile dire che il giorno della partenza si scatenarono milioni di ostacoli, a cominciare dal fatto che stavo per perdere l'aereo. Atterrata a Londra trovai l'autista che mi era stato promesso e che, dopo avermi accompagnato in albergo a cambiarmi d'abito, mi portò in un piccolissimo teatro dove mi accolse il suo proprietario. Questo simpatico signore mi intrattenne per un po' e poi mi disse che mi stavano aspettando il regista e Dustin Hoffman, che mi salutò calorosamente. Cercai di non darlo a vedere, ma rimasi fulminata e nello stesso tempo ben decisa ad andare fino in fondo e a non farmi prendere dall'emozione. Dopo aver parlato della sceneggiatura e del personaggio, il giovane regista mi raccontò di come fosse stato difficile trovare l'attrice giusta per questo ruolo e quanta gente avesse visto, e io incredula e trasognata gli chiesi: «Ma l'hai trovata alla fine?», e lui: «Certo, sei tu!». Ecco, avevo vinto e nemmeno lo sapevo!
Girare il film (Profumo - Storia di un assassino), è stato meraviglioso. Ho conosciuto persone stupende che mi hanno messo subito a mio agio, specialmente Dustin Hoffman, e non voglio tornare indietro, anche se so che potrebbe non essere facile rimanere fedeli alle proprie aspirazioni. Quando uscii ero al settimo cielo e quando telefonai alla mia agente piangemmo insieme al telefono. Era stata una bella vittoria anche per lei.
Naturalmente da quel "fatidico Trets" non ho toccato più un goccio di alcool.
Il mio scopo è quello di diventare un faro per la fede, di dimostrare che tutto può veramente accadere se noi decidiamo profondamente di cambiare il nostro karma e la nostra vita. Tutti possiamo farlo perché il Gohonzon abbraccia tutte le persone senza distinzioni di sorta, tutti possediamo la Buddità e dobbiamo manifestarla! (D.R.)
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