Il racconto delle mille e una storia (Terza parte di tre)

Come si racconta, o meglio come si comunica un’esperienza?

Raccontare un risultato è di per sé fare una nuova esperienza. L’esperienza infatti si racconta “per gli altri”. Ne consegue che, al di là di ogni timidezza, paura o entusiasmo, dal punto di vista dei dieci mondi lo stato vitale ideale per farlo è quello di Bodhisattva. Non si tratta di “convincere” che il Gohonzon funziona, come tanti rappresentanti della Nichiren & Soci, quanto piuttosto di porgere sinceramente se stessi sulla base della compassione (jihi): sono felice e desidero che anche gli altri lo siano. Naturalmente, lo saranno a modo loro. E se io sono diventato astronauta, non vuol dire che necessariamente lo dovranno diventare anche tutti gli altri. Gli altri diventeranno ciò che vogliono. Quindi, piuttosto che elencare una successione di avvenimenti, è importante mettere in evidenza i punti di svolta che hanno permesso la realizzazione dell’obiettivo. Il quale, di sicuro, è un effetto del percorso evolutivo che ci ha sottratto dal ricadere nella circolarità degli errori ripetuti. Ovvero: un’azione nuova mai intrapresa prima o un insegnamento del Gosho che finalmente si è riusciti a trasferire dalla teoria alla pratica sono in genere ciò che permette di “svoltare”. Meglio, allora, cercare di comunicare questi punti chiave, prima ancora del risultato, anche stupefacente, che si è ottenuto.

A questo punto non è necessario aspettare di avere un’esperienza straordinaria per essere certi di stupire gli ascoltatori, o semplicemente per essere sicuri di essere capiti. Il nocciolo, piuttosto, è rendere evidente il significato di un nuovo modo di rapportarsi alla realtà e il nuovo corso che questo ha prodotto. Allora, anche un’esperienza apparentemente minima diventa degna di essere menzionata. In altre parole, si tratta di rendere consapevoli gli altri che dopo “aver raddrizzato il corpo”, anche l’ombra inevitabilmente ha fatto altrettanto. «Raccontare le esperienze – secondo Chiara Curradi, 45 anni – è un’ “attività” straordinaria, però l’importante è trasmettere il potere del Gohonzon agli altri. Quando mi trovo a raccontare un’esperienza recito parecchio Daimoku per trasmettere gioia, sincerità e senso di gratitudine e soprattutto non inquinarla con enfasi, né personalismi».
E questo è un altro punto importante: riuscire a raccontare la propria storia senza protagonismo. Vuol dire schiacciarsi fino a scomparire? Assolutamente no, ma può voler dire far scomparire il proprio “Io” inteso come insieme di qualità e difetti. Se al primo posto ci sono io, narratore, la mia principale preoccupazione sarà quella di non inciampare nei tranelli che mi vengono tesi dalla timidezza o dall’arroganza; in altre parole l’importante sarà non fare brutte figure davanti a “tutta quella gente”. Ma se al primo posto pongo l’esperienza stessa, come possibilità offerta agli ascoltatori di condividere un cambiamento avvenuto nel mio essere, ciò che più mi preoccupa saranno le parole che passano da “vita a vita”.
Anche lo schema che viene adottato di solito, ovvero “com’ero, come sono adesso e come sarò in futuro”, non deve certo diventare una gabbia per narrazioni standardizzate. Fa parte, piuttosto, della cortesia o dell’attenzione verso gli altri, del riuscire a calarsi nei panni degli ascoltatori e quindi a chiarire bene le sfaccettture di una determinata situazione, cercando un equilibrio narrativo che non è puramente stilistico ma che mira piuttosto a una comunicazione chiara. Comunicare non significa “passare una notizia”, quanto portare chi ascolta al mio stesso livello di consapevolezza. Se insisto troppo sugli aspetti più neri del passato, magari commuovo fino alle lacrime chi ascolta, ma il racconto ne risulta appesantito. Se, viceversa, tralascio di chiarire cosa mi ha portato a cambiare, l’esperienza appare quasi una magia o un evento miracoloso. I tranelli possono essere molti, ma il punto importante rimane senza dubbio il racconto come dono che facciamo a noi e agli altri. È vero che ognuno deve trovare la sua strada, che le soluzioni adottate da uno possono non funzionare per un altro, ma il solo fatto di sentire che è possibile districarsi dall’imbrigliamento attuale, che continuando a cercare si trova, aiuta a non lasciarsi andare, a mantenere la fiducia, a non essere sopraffatti dal pessimismo.
D’altronde, un’esperienza non è altro che una tappa del percorso dell’intera vita: un percorso è fatto di tanti punti e ogni punto è un’esperienza. Il sostenere che non si è pronti perché questa non è ancora conclusa perde quindi di significato, in quanto ogni passaggio è contemporaneamente qualcosa di concluso in sé e una tappa del cammino più ampio che è la vita stessa. E così può instaurarsi il circolo virtuoso per cui grazie alla fede si crea un’esperienza e l’esperienza potenzia la fede, che altrimenti resterebbe una pura teoria filosofica. Vale a dire la creazione di valore non può altro che essere continua.

(dal Nuovo Rinascimento del novembre 1998) (foto di Silvano Bottaro)
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