Invertendo la rotta


È normale essere disperati quando nuvole nere oscurano completamente il sole. Una malattia incurabile, povertà, solitudine e la decisione di farla finita. Poi, la svolta decisiva che ha finalmente sgombrato il cielo e illuminato nuovi orizzonti.

Nel giugno del 2006 mi parlarono del Buddismo e quella sera stessa ripercorsi tutta la mia vita: i primi dieci anni vissuti in una povertà disarmante; poi, mio padre aveva finalmente trovato un buon lavoro, ma dopo un anno mia madre era morta di leucemia. Era il febbraio del '96. Di lì a poco mio padre si risposò e andò a vivere in un’altra città. Avevo quindici anni e l’impatto col dolore e la solitudine mi portò a bere e fare tardi la sera. Mia sorella e suo marito vennero a vivere da me. Un disastro! Regnò una guerra feroce anche dopo la nascita di mio nipote Gabriele. Nell’99 mio cognato si suicidò e mia sorella preferì andarsene via. Il tempo passava tra incubi, corsi di teatro, suonando rock e scrivendo romanzi, e soprattutto tra alcool e droga. La sofferenza si somatizzò con un’allergia al sole: bastava un minuto di sole perchè avessi una reazione epidermica mostruosa. Miriadi di puntini rossi, gonfiore, abbassamenti di pressione e collassi. Naturale la scelta di diventare «dark».
Dopo due anni, durante i quali uscivo solo dopo il tramonto, un medico riuscì a trovare una curatampone alla mia lucite: 7 pillole al giorno per cinque mesi l’anno. Così fu possibile andare a lavorare; mi assunsero in un’agenzia di pubblicità. Il titolare era un amico e mi fidavo a tal punto che quando mi chiese di aiutarlo a saldare urgentemente un debito accettai di firmare delle buste paga per ottenere prestiti da banche e finanziarie. L’accordo, verbale, era che lui avrebbe dovuto pagare mensilmente le rate. Non lo fece mai! Ero stata truffata e ne avrei dovuto pagare le conseguenze legali.
Mia sorella, intanto, si era trasferita e dopo appena tre mesi mi telefonò per comunicarmi che aveva un tumore e che l’avrebbero operata prestissimo. Partii lo stesso giorno.
Fino a due giorni prima per me Paola era come se non esistesse e vederla in quello stato mi faceva impazzire dal dolore. Restai con lei due mesi. Quando tornai ero a pezzi; mi trascinai per un po’ di mesi, poi dissi «Basta!». La notte del 13 settembre del 2005 presi tutti gli psicofarmaci che avevo in casa e andai a letto convinta che non mi sarei più svegliata.
Stranamente quella sera mio padre arrivò a casa. Dopo il pronto soccorso mi ricoverarono in clinica psichiatrica. Mio padre restò con me per un po’, cercando di creare quel rapporto che non c’era mai stato. Dopo la degenza lui tornò nella sua città, e io andai da mia sorella. Aveva già la metastasi alle ossa. Era molto difficle incoraggiarla. Quando, dopo un paio di mesi, rientrata a casa trovai lo sfratto esecutivo.
In mezzo a tanta sofferenza ciò che mi bruciava più forte era la truffa che mi aveva messo nei guai con la legge. Pensai che, dovendo finire comunque in galera, tanto valeva andarci per aver eliminato la causa della mia sofferenza: decisi di uccidere il mio ex datore di lavoro! Preparai un piano che mi sembrava perfetto, ma non riuscivo a decidermi. E fu proprio allora che mi invitarono ad una riunione buddista. Rimasi colpita dalla parola «determinazione» perché era proprio ciò che serviva a me in quel momento. Ne parlai con uno del gruppo e lui, impassibile e senza cercare di dissuadermi (se ci avesse provato, sarei scappata!), mi disse che per un obiettivo così grosso avevo bisogno di fare molto Daimoku, almeno due o tre ore al giorno. Cominciai così a praticare. Durante le riunioni scoppiavo in interminabili pianti, ero davvero stanca di stare male. Non volevo più soffrire per il mio passato e recitavo con la determinazione di sentire gioia.
Smisi di bere (era scomodo pregare alticcia!) e non avevo più bisogno di sonniferi per dormire. Cominciavo a sorridere.
Il Gosho Felicità in questo mondo entrò in me così profondamente che riuscii a ridimensionare i miei trascorsi tanto da “sfruttarli” per meglio andare avanti, piuttosto che renderli fonte di depressione e tristezza. Sparì soprattutto la voglia di uccidere. Capii allora che non avevo mai amato o voluto bene veramente, e prenderne coscienza fu un’emozione molto forte. A quel punto kosen-rufu mi parve l’unica cosa giusta e nobile da perseguire.
Durante l’autunno trovai lavoro come D.J. in una radio, con un ottimo e regolare contratto, e con un pizzico d’orgoglio lo comunicai a mio padre che volle festeggiare la mia prima busta paga con un grande regalo: mi comprò una casa, dove abito tutt’ora.
Ma c’era sempre il problema legale della truffa. Sostenuta dalla frase di Gosho «un codardo non potrà mai ottenere risposta a nessuna delle sue preghiere» feci causa al mio ex datore di lavoro, denunciando i fatti con coraggio e determinazione, anche se legalmente non avevo alcun appiglio. La causa terminò in tempi brevissimi con una transazione scritta: il mio ex principale si accollava l’intero pagamento dei debiti a mio nome. Il mio Daimoku di ringraziamento era sempre più sincero e vigoroso. Andai da mia sorella con lo scopo preciso di parlare del Buddismo, e di lì a poco cominciò a fare Daimoku.
Cominciai a fare molta attività e feci tante domande, ma non riuscivo a trovare una mia collocazione all’interno dei gruppi finchè qualcuno mi disse: «Raggiungi il grande obiettivo entro giugno, così farai un bel regalo al presidente Ikeda. Certo, devi fare molto Daimoku…».
Decisi allora di guarire dalla lucite e smettere di prendere le sette pillole al giorno.
Camminavo al sole e ogni dieci minuti mi guardavo le braccia e il viso… Passò un’ora e la mia pelle era distesa e liscia. Tornai a casa, ma ancora non ci credevo. Nei giorni seguenti feci tutto sotto i raggi fortissimi del sole per mettermi alla prova. C’era poco da fare: ero guarita! Tornai da Paola ancora più decisa. Volevo che anche mio padre ricevesse un po’ di sollievo: tutte le volte che andava a trovarla si scoraggiava e non sapeva come rendersi utile. Avevo solo una settimana di ferie; durante il viaggio decisi che Paola doveva alzarsi a qualunque costo, fosse stato l’ultimo obiettivo della mia vita!
La trovai a letto con la sedia a rotelle vicino. Ma quanto Daimoku aveva fatto? Quattro, cinque ore al giorno. Quello stesso giorno afferrò le stampelle, provò a camminare e ci riuscì.
Il giorno dopo andai al Centro culturale per ringraziare il Gohonzon.
Insieme ad Paola studiai in modo più approfondito il Gosho Il prolungamento della vita. Alla fine della settimana la vidi camminare senza stampelle. Ripartii felice di lasciarla circondata dalla compassione di tanti amici che andavano a recitare con lei e compresi la grande fortuna di avere incontrato il Gohonzon!
Era da poco finita l’estate del 2007 e i miei responsabili mi consigliarono di approfondire ancora di più la fede perché a novembre avrei potuto entrare a far parte dell’organizzazione buddista. Aumentai così le ore di Daimoku e lo studio per comprendere a fondo l’importanza dell’oggetto di culto.
I benefici non si fecero attendere, e come nel Gosho è scritto «un solo scroscio di pioggia spegne mille fuochi» in pochi mesi la mia vita prese una svolta decisiva: divenni membro della ISG e incontrai un bellissimo uomo con il quale instaurai un rapporto completamente diverso dai precedenti e, a dire il vero, come lui non ne avevo mai incontrati! Si faceva sempre più forte la speranza di ricreare una famiglia, di vincere la solitudine che mi aveva sempre accompagnata. E, prima di cominciare le lunghe recitazioni mi chiedevo se era lui il compagno ideale. La risposta fu il suo regalo di Natale: i certificati del comune, suoi e miei, per sposarci il 12 gennaio 2008. Quel giorno l’inverno lasciò il passo a una magnifica giornata di primavera, e sotto un sole caldo e confortevole cominciò la vita a due. Avevo naturalmente un desiderio fortissimo che lui cominciasse a praticare il Buddismo perché aveva un’infinità di problemi, ma decisi di basarmi sulla prova concreta.
Infatti, subito dopo il matrimonio, andai a Trets, mi fu affidata la responsabilità di un gruppo e cominciai a studiare per sostenere da esterna gli esami di maturità, continuando naturalmente a lavorare alla radio e per più delle normali otto ore. A maggio tornai a Firenze. Per Paola era arrivato l’ultimo stadio: la morfina, l’ossigeno, la paralisi totale. In quei giorni d’ospedale fui continuamente assalita da mia sorella e dai suoi amici: mi rimproveravano di non aver fatto niente per lei in quegli anni di malattia. Sapevo che il Daimoku sarebbe andato oltre quelle parole e quegli insulti. Paola stava per morire e suo figlio doveva trovare una nuova famiglia. Io e mio padre volevamo la soluzione migliore per lui e cominciammo a vagliare le eventuali possibilità, ascoltando principalmente il desiderio di mio nipote che non voleva tornare a Catania. Mi affidai completamente al Gohonzon: era una scelta troppo importante e delicata. Durante gli ultimi cinque mesi Daniele era stato ospite di una signora, buddista da diversi anni, che lo aveva accolto davvero come un figlio ed era disposta a tenerlo per sempre. Se si fosse scelta questa strada, l’incarico di convincere Paola ad affidare suo figlio era mio. Chiesi al Gohonzon che se questa era la soluzione migliore tutto doveva andare avanti senza ostacoli. E così fu. In quei mesi ho imparato che il potere del Daimoku è infinito e che il nostro potenziale è della stessa natura, nel senso che quando diciamo «è troppo, non ce la faccio» è come se dicessimo «è troppo, il Gohonzon non ce la fa». E così mio marito “maturò” da solo: infatti Giulio ha cominciato a praticare decidendo di fare attività nel gruppo dei sokahan! Nel tempo i benefici sono aumentati e così il nostro impegno nei confronti degli altri, sentiamo che la nostra vita è cresciuta e anche la nostra gratitudine. (L.D.N.)(dati modificati)(foto di Silvano Bottaro)
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