Il mestiere di madre

di Kimiko Kaneda

Quando si parla dell’educazione dei figli, una domanda che sorge spontanea a chi pratica il Buddismo è cosa spiegare loro della nostra filosofia. Credo che si debba partire da un presupposto fondamentale: i bambini, per quanto ci possano apparire piccoli o disarmati di fronte alla realtà, sono in primo luogo degli esseri umani e in quanto tali sono degni del massimo rispetto. Lo scopo del Buddismo è rendere ogni individuo perfettamente libero ed è perciò evidente che questa filosofia consideri sbagliato qualunque genere di imposizione. Quindi non dobbiamo mai imporre ai bambini le nostre idee e tanto meno spingerli a praticare il Buddismo contro la loro volontà.
Fino a quando i nostri figli sono molto piccoli possiamo tenerli con noi quando facciamo Gongyo, portarli alle riunioni, o lasciare che recitino Daimoku, e in questo caso dimostrare tranquillamente di apprezzare il loro atteggiamento. Quando cominciano ad avere cinque o sei anni possiamo iniziare a spiegare qualcosa della nostra filosofia. Ma quello che conta veramente è l’atteggiamento dei genitori davanti al Gohonzon. Se preghiamo sinceramente per la loro felicità, allora quando cresceranno decideranno di praticare per loro scelta.

Io ho quattro figli, il più piccolo di cinque anni e la maggiore di quattordici, e ho sempre pregato il Gohonzon perché potessero usare la loro vita per kosen-rufu. Le più grandi praticano già da qualche anno, mentre la terza, che ora ha dieci anni, fino all’anno scorso faceva solo un po’ di Daimoku ogni tanto. Al mio ritorno dallo scorso corso estivo è stata lei a venire spontaneamente a chiedermi di insegnarle Gongyo.
Il presidente Ikeda spiega che i primi tre anni di vita di un bambino sono fondamentali per il suo sviluppo: quel che succede in questo periodo resta profondamente inciso nella vita del bambino e va a formare le fondamenta della sua futura esistenza. In questo periodo è determinante il comportamento dei genitori. Un bambino costruisce la sua personalità e il suo modo di pensare osservando i genitori nella vita di tutti i giorni. Si potrebbe dire che con la stessa naturalezza con cui succhia il latte, il bambino assorbe l’esempio del contatto quotidiano con la madre. Parlo di madre perché è la donna che generalmente segue i figli più da vicino. Il presidente Ikeda spiega che essere una brava madre significa in primo luogo sviluppare una forte fede nel Gohonzon e dedicarsi a kosen- rufu al cento per cento. Questo fa accumulare un’enorme fortuna non solo a noi stesse ma anche ai nostri figli. Se una madre fa attività buddista con gioia, i bambini impareranno questo atteggiamento e da grandi saranno in gradi di percorrere da soli il cammino della rivoluzione umana.
Perché un bambino possa sviluppare tutte le sue potenzialità è perciò di importanza fondamentale lo stato vitale della madre. Questo è vero sin dalla gravidanza. Ricordo che quando aspettavo la prima figlia sorsero delle serie complicazioni che avrebbero potuto obbligarmi a interrompere la gravidanza. Allora decisi di recitare al Gohonzon tre ore di Daimoku al giorno con la sicurezza che grazie a questo tutto sarebbe andato bene. Quello che conta è andare sempre davanti al Gohonzon e lottare fino in fondo per la felicità dei figli.
Spesso ci chiediamo se è più giusto essere severi o lasciare i bambini liberi di fare come vogliono. Anche questa decisione dipende dal nostro stato vitale. In altre parole, non dobbiamo mai lasciarci influenzare dal nostro egoismo o dalla nostra collera, ma basarci sul Gohonzon e sul Gosho.
Se per esempio nostro figlio ci disturba mentre facciamo Gongyo, non ha nessun senso arrabbiarci con lui. Semmai, dovremmo recitare per pulire la nostra vita e influenzare il bambino di conseguenza. Dobbiamo anche imparare ad avere molta pazienza. Talvolta è necessario rimproverare nostro figlio se sbaglia, ma sempre pensando alla sua felicità e non basandoci sulla nostra collera. Come ho già detto un bambino, per quanto piccolo, è un essere umano degno del massimo rispetto.
Il presidente Ikeda una volta ha anche spiegato quali dovrebbero essere i quattro attributi fondamentali di una madre: la saggezza, la gioia, la salute e una forte fede. Per poter diventare questo tipo di madre, ha consigliato di condividere l’insegnamento buddista con gli altri, studiare il Gosho e pregare il Gohonzon perché i nostri figli possano usare la loro vita per realizzare kosen-rufu.
Molte donne pensano di non avere tempo per studiare, ma fare così equivale a lamentarsi. Dobbiamo prendere l’abitudine di studiare il Gosho anche solo venti minuti al giorno, con lo stesso desiderio con cui leggiamo un libro o un giornale. Se ci basiamo sul Gosho acquistiamo sicurezza e forza sia nella vita di tutti i giorni che nelle nostre attività di shakubuku. Lo stesso vale per Gongyo e Daimoku. Non dobbiamo mai permettere che la pratica diventi una routine priva di significato, ma dobbiamo piuttosto rinfrescare ogni giorno la nostra fede ponendoci nuovi obiettivi.
Se il nostro atteggiamento davanti al Gohonzon è sincero, i nostri bambini seguiranno il nostro esempio e diventeranno delle persone meravigliose: equilibrate, sagge e piene di vitalità. Proprio quello di cui ha bisogno la nostra società. 

(dal Nuovo Rinascimento del novembre 1998) (foto di Silvano Bottaro)
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