La lunga lotta per una vita


Non riusciva nemmeno a pensare a se stessa, con tutti i suoi problemi e le sue malattie. Fin quando non ha sentito il desiderio di aiutare gli altri. E allora tutto è diventato più chiaro, tutto più facile da realizzare: anche il sogno impossibile di appendere un fiocco rosa alla porta.

Un’amica mi parlò del Buddismo in un periodo in cui la mia sofferenza era molto profonda. Era la primavera del 1999 e mi stavo separando. L’idea di affrontare la vita da sola mi spaventava. E poi non riuscivo a capire dove mai avessi sbagliato. Dopo una settimana di incertezza, decisi di provare a praticare con l’obiettivo di recitare un milione di Daimoku per ritrovare la serenità interiore, ricostruire una famiglia e una casa. A luglio conobbi Marco, un incontro strano, che mi lasciò per un po’ confusa. A settembre, tuttavia, decidemmo di andare a vivere insieme e di comprare una casa, nella quale poco dopo ci trasferimmo.
Con Marco ci fu subito armonia, e anche sua figlia Maria, allora tredicenne, si trovò a suo agio con noi. Dopo un iniziale entusiasmo, continuai a praticare spinta più che altro dall’abitudine, senza più grandi obiettivi.
A luglio, nonostante che il nostro rapporto non fosse ancora molto sperimentato, decidemmo di avere un bambino. Maria condivideva il nostro desiderio e insisteva nel chiederci un fratellino. Inaspettatamente mi ammalai alla vescica e fui operata, ci dissero che per un lungo periodo non avremmo potuto assolutamente pensare di avere un bambino. Mi fu consigliato di recitare Daimoku per guarire da quella malattia, che sembrava essersi cronicizzata, ma io, non fidandomi al tempo nel potere del Daimoku, pensavo che solo i medici e le medicine avrebbero potuto essere efficaci. Mi affidai a loro. Cosa poteva fare la pratica?
Quando cominciai a stare meglio ci rendemmo conto che, però, il bambino non arrivava. Decidemmo di conoscere le cause di questa sterilità, ci consigliarono così una serie di analisi. Ma, appena iniziate, mi ammalai di nuovo, e mi operarono di una ragade. Proprio il forte dolore post-operatorio mi portò, in un momento di acuta disperazione, a recitare Daimoku con tutta me stessa. L’effetto fu di addormentarmi profondamente per circa un’ora e mezza, con grande meraviglia di tutte le persone che erano state operate con me: non era possibile dormire con una sofferenza così. Era solo autosuggestione? Non volli affrontare l’argomento, perché anche solo l’idea mi inquietava. Ripresi le analisi e presi a recitare circa due ore di Daimoku al giorno perché i medici riuscissero a individuare le ragioni della mia sterilità, anche se non riuscivo a capacitarmi di come il mio Daimoku potesse influenzarli. Ma non riuscirono a determinare le cause della mia malattia e non mi diedero nessuna cura specifica. La diagnosi nulla mi rese apatica e non volli più pensare a questo problema. Ma i miei responsabili e i miei amici non smisero di stimolarmi ad affrontare il problema, raccontandomi delle esperienze o facendomele leggere. Era un costante invito ad usare il potere del Daimoku. Non potei sfuggire, e almeno mi misi a recitare per riuscire a convivere serenamente con la mia sterilità: non volevo che compromettesse la mia professionalità, dato che lavoro in un asilo nido. Ma loro, invece, non desistevano, mi volevano bene e desideravano che mi scrollassi di dosso l’apatia e la sconfitta e pregassi per avere un figlio per kosen-rufu, senza rassegnarmi. Ma se non c’erano riusciti i medici, come poteva guarirmi il Daimoku? infine, la cuoca dell’asilo mi consigliò di rivolgermi al Centro di Sterilità, nel quale effettuavano inseminazioni pilotate e in provetta. La speranza si affacciò di nuovo, e con essa il desiderio di recitare per il successo dell’inseminazione. Subito però, mi riammalai: questa volta fu una broncopolmonite, con complicazioni alla glottide e alle corde vocali, che mi inchiodò a letto per molti mesi. Recitavo con poca voglia e molto sforzo. Il punto era sempre lo stesso: non riuscivo a credere che ce l’avrei fatta, che sarei potuta guarire con l’aiuto del Buddismo. Non riuscivo ad abbandonarmi al Gohonzon, il mio atteggiamento era proprio il contrario di “quello del bambino che si affida alla propria madre”, che mi avevano consigliato.
La mia salute generale era a tal punto peggiorata che mi prescrissero delle analisi per scoprire un eventuale deficit immunologico. Fortunatamente, non risultò nulla di ciò avevano sospettato. Proprio in quei giorni, ad una mia amica fu diagnosticata una grave malattia nervosa. Suo padre stava morendo e lei non sentiva più il desiderio di vivere. Vederla soffrire mi portò a recitare tre ore di Daimoku al giorno, per due settimane, con il desiderio che lei fosse felice, che iniziasse a praticare. Con mia grande meraviglia - lei che aveva sempre avuto un atteggiamento di sufficienza nei confronti del Buddismo - lo accettò e cominciò a recitare Daimoku. La pesantezza della mia pratica e il senso di dovere nei confronti dell’attività sparirono e lasciarono il posto ad un senso di gratitudine che non avevo mai sperimentato prima. Fu allora che mi offrirono la responsabilità di un gruppo. L’accettai: era un’occasione per praticare per gli altri.
Mi ristabilii e tornai al lavoro in ottima forma. Tuttavia, subito si acuirono i problemi di relazione con alcuni miei colleghi, decisi di risolverli e recitai per la felicità di ognuno di loro. Fu allora che una collega iniziò a praticare e vedere i primi benefici nella sua vita mi rese felice.
Ma il problema della sterilità non era ancora risolto, dopo due fallite inseminazioni pilotate, Marco ebbe un’infezione uretrale che ci impedì di effettuare l’ultimo tentativo. Sembrava, insomma, che la nascita di un bambino sarebbe dovuta rimanere, per un motivo o per l’altro, un sogno. Caddi in un profondo stato di depressione: di nuovo non avevo più volontà di combattere. Un minimo di determinazione mi derivava dal riflettere su una frase del Gosho Felicità in questo mondo: «…continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo qualunque cosa accada».
Ciononostante stavo sempre peggio. Spesso, la notte, non riuscivo a dormire, tanto la sofferenza era forte. A un certo punto però la determinazione fu più grande, da impedire che la paura influenzasse negativamente tutta la mia vita. Ripresi, così, a recitare con vigore due ore di Daimoku al giorno con lo scopo di ritrovare la gioia di vivere, con o senza figli. Una felicità interiore indipendente dall’essere o meno mamma.
Iniziai a occuparmi del mio gruppo come non avevo mai fatto. Recitai con forza per migliorare me stessa e per dedicare la mia vita agli altri. Desideravo che tutti gli aspetti della mia esistenza fossero rivolti verso questo scopo. Antonio, il mio corresponsabile, mi stimolava a studiare le cause della mia sterilità dal punto di vista del Buddismo. Ma io non avevo più molta voglia di affrontare questo problema. Un giorno, organizzammo una riunione sull’argomento di “nascita e morte” e mi ritrovai a fotocopiare del materiale che trattava delle cause della sterilità. Mi accorsi di aver preso in considerazione solo le prime due delle tre cause indicate dal Gosho (disordini e malattie dell’utero e del seme), e di avere cercato solo soluzioni al problema organico o psicologico. Non avevo mai affrontato la terza causa: disordini e malattie del karma.
«Per curare “disordini e malattie del karma”, i genitori devono trasformare il loro karma, in modo da poter stabilire un legame fra la loro vita e quella che è ancora in una fase latente…». Leggevo e rileggevo questa frase senza capirne il significato. Compresi che non aveva importanza come avrei potuto affrontere “tecnicamente” questi disordini e malattie del karma, prima o poi lo avrei saputo, adesso era fondamentale combattere il problema dal punto di vista del karma. Adesso, finalmente, volevo uscire da questa situazione con l’aiuto del Daimoku. Di solito, di fronte a una grossa sofferenza non facevo altro che chiudermi in me stessa, lasciando che mi schiacciasse, quella volta, invece, aprii la mia vita agli altri e sperimentai quanto l’organizzazione e lo studio fossero importanti per mantenere fiducia e decisione e avanzare fino alla soluzione del problema.
Nel giugno del 2003, ci chiesero di iniziare la preparazione per l’ultimo tentativo di inseminazione, anche se c’era solo un trenta per cento di probabilità di successo (le prime due avevano il novanta per cento). Certo, accogliemmo la cosa con poca convinzione, io ero stanca e desideravo soltanto una bella vacanza. Sapevo che a settembre avrei dovuto essere sottoposta a un esame in anestesia generale per tentare altre tecniche di inseminazione e volevo riposarmi.
Invece, in uno dei non troppo frequenti momenti di entusiasmo, mi trovai a parlare con Marco della mia determinazione di affrontare il problema con la pratica e di andare fino in fondo a qualunque costo. Con aria di sfida e di incredulità, il mio compagno mi disse che, se era vero quello che dicevo, dovevo proprio recitare “forte”, perché il mese successivo voleva vedermi incinta. Compresi la sua sfiducia, e replicai che, non sapevo in quale mese e in quale anno, ma al più presto la mia sterilità non sarebbe più stata la sofferenza della nostra vita.
Provavo forti dolori addominali, mai avuti prima, pensai che fossero dovuti alle cisti ovariche formatesi in conseguenza della ripetuta stimolazione ormonale. Cominciava a insinuarsi quindi la paura di un’altra operazione, questa volta alle ovaie. Decisa a non lasciarmi sopraffare, aumentai il Daimoku, fino a tre ore al giorno, impegnandomi di più nello studio e nell’attività. Continuai così, nonostante le lamentele e un’improvvisa gelosia di Marco nei confronti dei miei amici praticanti. Avevo anche paura di veder finire l’armonia e l’amore che c’erano stati fino ad allora tra noi: la sua intolleranza nei confronti della pratica lo aveva reso distaccato e quasi ostile verso di me, proprio mentre io recitavo perché anche lui potesse provare la gioia di praticare.
Improvvisamente, un giorno, sentii una grande gioia. Nam-myoho-rengekyo non era soltanto una frase che ripetevo, ma era qualcosa di tangibile dentro di me. Dopo pochi giorni scoprimmo che ero incinta, e quei dolori addominali che avevo sentito non erano altro che il segnale dell’inizio della gravidanza tanto attesa! Finalmente, il 5 marzo è nata Serena, una bambina (splendida, lasciatemelo dire) di tre chili.
Il beneficio più grande resta l’aver trovato l’atteggiamento giusto nei confronti della pratica. Scommetto che la nostra sarà una famiglia felice. (A. A.)(dati modificati)(foto di Silvano Bottaro)

Commenti

  1. Grazie!!!!!!
    Mi hai aperto gli occhi!
    Era proprio ciò di cui avevo bisogno per capire!

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