Il giudizio che separa


La mia storia personale purtroppo mi aveva fatto condurre una vita sempre al di sotto delle mie capacità e aspettative; non avevo mai potuto coltivare sufficiente autostima e perseguire veramente la felicità. Non potevo quindi vincere subito. Prima dovevo guarire.

Dopo circa un anno che avevo ricevuto il Gohonzon, riuscii ad avere il coraggio di chiedere la separazione da mio marito, con il quale ero stata insieme in tutto circa quattordici anni. Il matrimonio era finito da un pezzo e, nonostante avessi fatto tutti i tentativi per tenerlo in piedi compreso l'aver iniziato a praticare questo Buddismo (è stato il motivo scatenante), mi trovai a dover prendere una tra le decisioni più sofferte della mia vita. Sapevo che lui non voleva e che mi avrebbe dato battaglia, ma non mi sarei aspettata quello che poi è successo. Al momento dell'udienza venni a conoscenza della sua istanza, nella quale mi addebitava interamente la colpa della fine del matrimonio elencando una lunga serie di accuse assolutamente infondate e travisando la realtà dei fatti.
Tra le più gravi comparivano l'accusa di adulterio, quella di essere una psicopatica (ero in terapia da anni a causa della crisi matrimoniale!) e soprattutto ero accusata di abbandonare continuamente la famiglia per motivi religiosi. Era ampiamente descritta tutta una serie di attività che avrei dovuto fare indotta dalla "setta", azioni che portavano via tempo alla famiglia ingenerando inquietudine e confusione mentale in mio figlio Alessandro che allora aveva otto anni. Credo non ci siano parole adatte per descrivere cosa provai a leggere quella lunga sequela di calunnie, soprattutto sapendo che a scriverle era stato un uomo che avevo amato, sposato e con cui avevo avuto un figlio. Eravamo stati anche compagni di scuola e molto amici al liceo. Dopo lo shock iniziale, alle repliche del mio avvocato che voleva indurmi a "rendergli pan per focaccia", mi venne in mente solo una cosa: «Io non farò altrettanto. Voglio essere fino in fondo una persona per bene, costi quel che costi!».
Il giudice, una donna, m'interrogò su tutti i punti della denuncia, interrogò mio marito e, in seguito, anche mio figlio. Giunse quindi a emettere un provvedimento provvisorio in cui mi affidava il bambino, la casa e un piccolo assegno di mantenimento, molto contenuto in verità, vista la discreta capacità economica di mio marito. Ma l'avventura era appena cominciata. Ero terrorizzata, avevo paura di essere seguita, di perdere la casa, e vedere la sofferenza di mio figlio mi faceva sentire tanta rabbia e disperazione. Avevo dubbi su tutto quello che facevo e a ogni udienza mi aspettavo chissà quali altre persecuzioni o accuse, non avevo fiducia nel mio avvocato, nelle istituzioni, credevo che il giudice mi volesse perseguitare e soprattutto... non riuscivo a credere alla mia Buddità! Tutta la vicenda infatti non era altro che la manifestazione di ciò che avevo dentro, delle insicurezze, dei sensi di colpa e, soprattutto, di una mancanza di consapevolezza dei miei diritti di donna, di madre e di essere umano. La mia storia personale purtroppo mi aveva fatto condurre una vita sempre al di sotto delle mie capacità e aspettative; non avevo mai potuto coltivare sufficiente autostima e perseguire veramente la felicità. Non potevo quindi vincere subito. Prima dovevo guarire. Daisaku Ikeda, presidente della SGI, ci esorta sempre a vincere prima su noi stessi, sulle nostre tendenze, e così dedicavo intere giornate alle recitazioni del Daimoku e devo dire che ho sempre sentito molto forte il sostegno dei compagni di fede.
Chiesi più volte consigli sulla fede, poiché non mi sentivo all'altezza di poter andare avanti da sola nel mio percorso interiore che pure si stava delineando in maniera sempre più marcata, e riceverli è stato per me fondamentale. In seguito a una serie di udienze in cui non si era riusciti a pervenire a nessun accordo, persistendo la minaccia di dar seguito alle accuse da parte della controparte, il giudice aveva deciso di ascoltare i testimoni. Avevamo dovuto fornire una rosa di persone tra i nostri amici e parenti proprio su richiesta del giudice e in quel caso fui contenta di non aver dato retta al mio avvocato che avrebbe voluto scrivere una memoria accusatoria per contrastare quella di mio marito. I miei testimoni infatti non lo avrebbero mai accusato di qualcosa che non potevano provare o che non avevano visto con i loro occhi. Invece erano ben felici di difendere me. Altro compito toccava ai testimoni scelti da mio marito che avrebbero dovuto sostenere calunnie e menzogne per aiutarlo. I punti sui quali dovevano essere interrogati erano l'adulterio, il mio disinteresse verso l'educazione del bambino e l'effetto deleterio che la pratica del Buddismo poteva aver avuto sul matrimonio e sul mio ruolo genitoriale. Andai a chiedere consiglio da due responsabili dell'Istituto Buddista uno dei quali era un legale della Soka Gakkai italiana, proprio per capire bene come dovevo comportarmi di fronte a eventuali accuse dirette all'organizzazione buddista. Mi sentivo letteralmente schiacciata da quell'evento, come se avessi dovuto affrontare il giudizio universale. Quello che mi dissero fu che "se non credevo alla mia Buddità non sarei mai stata felice". Seguii con gratitudine e tanta umiltà i loro consigli, anche quelli che mi sembravano più strani o inadatti. Mi affidai totalmente al Gohonzon e sentivo cambiare di giorno in giorno il mio modo di praticare, anche di recitare; ero più concentrata mentre facevo Daimoku e più presente anche in tutte le altre attività buddiste. Non ero mai riuscita a capire fino in fondo cosa volesse dire "dedicare la propria vita al Budda". Con questa esperienza, e in particolare in quella occasione, riuscii a percepirne profondamente il significato: vuol dire fare di ogni azione una causa di Illuminazione. I testimoni avversari non riuscirono a dire nulla contro di me, se non quello che avevano sentito dire da mio marito, mentre i miei amici furono precisi e circostanziati nello smentire le accuse fatte a me e alla Soka Gakkai. Finito il processo tornai a casa con la consapevolezza di aver dimostrato inequivocabilmente la potenza di Nam-myoho-renghe-kyo, anche se ancora non sapevo l'esito del processo. La sentenza è stata pronunciata un anno dopo (la causa di separazione è durata circa quattro anni). Ho vinto la causa e la cosa più strepitosa è che nella sentenza, con una descrizione molto particolareggiata, si precisa che è stata rigettata ogni accusa di addebito di colpa e in particolare viene sottolineato che la mia pratica religiosa non ha in alcun modo recato danno alla mia famiglia! Difendendo la mia religione, avevo difeso la mia vita e questa particolare simmetria di giudizio, nella sentenza, ne era la prova eclatante!
Nel corso di questa vicenda, i miei rapporti con mio marito sono nettamente migliorati.
A un certo punto, mi ero resa conto che mio figlio, sentendosi spaccato anche lui in due poli affettivi ugualmente importanti e disorientato dai nostri comportamenti, a volte contraddittori, cominciava a dare chiari segni di disequilibrio. Decisi così di prendere in mano la situazione chiedendo a mio marito di istruire, pur nella pesante situazione in cui eravamo io e lui, un "corridoio di trattative" per dare una direzione unica all'educazione di mio figlio. Alzare il telefono, insistere nonostante il suo iniziale rifiuto a collaborare, sfruttare ogni occasione per parlare con lui diAlessandro malgrado il suo sarcasmo, è stata una lotta durissima che ho fatto con me stessa e con il mio orgoglio; un combattimento che non avrei mai potuto pensare di ingaggiare se non avessi avuto il Gohonzon. Ma piano piano siamo riusciti a trovare un modo sereno di dialogare, almeno sui problemi del bambino. Ho messo in pratica il principio di "trasformare i sassi in oro", alla lettera! E adesso ci sentiamo continuamente e a volte andiamo tutti e tre a mangiare una pizza o addirittura a vedere qualche concerto che piace a nostro figlio. Ma anche questo beneficio è stato possibile ottenerlo solo dopo aver terminato un percorso interiore.
La cosa che più mi ha fatto riavvicinare, infatti, a quello che ormai è ufficialmente il mio ex marito è stata rendermi conto di avere tanto in comune con lui, che proprio là dove più ho sofferto per le sue prepotenze, non solo ho riconosciuto le mie responsabilità ma anche le cause poste da me, in questo rapporto e in altri. Anch'io ho avuto i miei momenti di vendetta, anch'io ho dato corpo alle mie impressioni rendendole verità, e a volte ho seguito il principio che il fine giustifica i mezzi creando sofferenza agli altri. Certo, per fortuna, non mi sono mai spinta dove si è spinto lui, ma l'aver riconosciuto almeno le stesse modalità in alcuni miei comportamenti, mi ha permesso di perdonarlo e di colmare la distanza. Ancora una volta la scelta di identificarsi con l'altro, anche nei momenti in cui ha la funzione di avversario, supera il giudizio che separa e lo trasforma in compassione che unisce. Non smetterò mai di ringraziare la persona che mi ha fatto shakubuku, che peraltro è stata anche uno dei testimoni al processo, perché ora so che la grande vittoria, quella sulla vita, ho potuto conseguirla solo usando la strategia del Sutra del Loto. (L. G.)(dati modificati)(foto di Silvano Bottaro)
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