Armiamoci e partiamo

Ma è poi vero che per creare itai doshin è necessario recitare Daimoku insieme, fare cose insieme, magari andare al cinema insieme, e così via? In queste pagine è già abbondantemente spiegato che, se è vero che un team sportivo non può prescindere dal ripetere dieci, cento, mille volte gli schemi collettivi per assimilarli, per “giocare a memoria”, nel Buddismo il discorso è molto diverso. L’unità che il Daishonin auspica fra i suoi discepoli ruota intorno a punti focali che si chiamano jihi, la famosa – e purtroppo intraducibile – compassione buddista, kosen-rufu, una pace mondiale – altra traduzione quantomeno riduttiva – di tale immensità che, al confronto, la semplice eliminazione delle guerre appare una facile esercitazione per apprendisti della diplomazia. Altra cosa è vincere una partita di calcio.
Il punto è quindi questo: è più importante provare e riprovare gli schemi del collettivo o, per non abbandonare il paragone sportivo, concentrarsi sull’approfondimento dei fondamentali di tecnica individuale? In altre parole, ha più significato puntare sul “fare insieme”, preoccupandosi solo marginalmente del livello di consapevolezza, o al contrario è proprio la consapevolezza il presupposto irrinunciabile per essere – buddisticamente parlando – uniti? Pur rendendoci conto che la ragione non è mai da una parte sola, propenderemmo per la seconda ipotesi.

Sembra suffragare questa scelta anche il noto esempio che, per spiegare il concetto di unità, usava il secondo presidente Toda: un gruppo di membri della Divisione giovani donne troverà facile sentirsi unito intorno a un’appetitosa torta, così come un gruppo di giovani uomini intorno a una bottiglia di sakè (naturalmente, in epoca di pari opportunità è valido anche il contrario). Ma che fare della ragazza a dieta e del ragazzo astemio? Sono proprio loro che mettono in evidenza la debolezza del sistema, perché sono quelli che non condividono lo scopo comune. Mentre ciascun elemento del gruppo possiede di per sé il desiderio di azzannare il dolce o di scolare la bottiglia, ed è quindi a priori adatto a unirsi con i suoi simili, le nostre “pecore nere” non ne hanno materialmente la possibilità.
A questo punto si riaffaccia il ricordo di una lezione tenuta dal direttore generale Mitsuhiro Kaneda durante un corso estivo di alcuni anni fa. Il senso generale del discorso era più o meno questo: l’unità è un qualcosa che si costruisce prima di tutto a livello individuale, approfondendo la propria fede, acquistando una personale, crescente consapevolezza di cosa stiamo facendo e del perché lo facciamo. È quindi il singolo individuo che, fortemente motivato dalla grandezza e dall’importanza degli obiettivi della pratica buddista, si sentirà naturalmente disposto a collaborare con chi condivide gli stessi scopi «…senza alcun pensiero di sé o dell’altro, di questo o di quello». Senza per questo dover venire meno alle proprie, insostituibili, caratteristiche individuali.
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