Una gioia che nessuno può togliermi


Cadendo e rialzandomi mi sono liberata dall'attaccamento e dal bisogno di avere accanto mio marito, imparando ad amarlo come una parte della vita.

Ho incontrato il Buddismo nel 2006: da cinque anni ero ammalata di depressione, con attacchi d'ansia che mi paralizzavano, costringendomi a letto. L'energia rimasta si perdeva nella disperazione e nella rabbia verso me stessa e chi mi stava intorno. La "Sandra rivoluzionaria" che aveva lottato per cambiare il mondo era sopraffatta da qualcosa di profondo che non sapeva combattere. Nonostante i farmaci, non c'erano miglioramenti, così mio marito, dopo tensioni e litigi, nel dicembre del 2005 se ne andò. Le mie condizioni peggiorarono. Fu allora che Claudia, mia migliore amica e medico, tornò a parlarmi del Buddismo: iniziai a fare Daimoku sostenuta da lei e Rita.
Grazie al Daimoku recuperai l'energia per alzarmi e fare quei gesti quotidiani come lavarsi e vestirsi, per me stressanti e faticosi, complicati da fobie e riti estenuanti. Avevo anche problemi economici, l'assegno del mio ex marito e la pensione minima di mia madre erano le uniche entrate.
Quando mia nonna malata si stabilì a casa nostra, mia madre, dovendosi occupare di entrambe, esasperata, disse di voler scappare come mio marito. La sua sfiducia nella mia guarigione mi faceva sentire sola, desideravo che apparisse qualcuno nella mia vita. Ricominciai a studiare per un concorso in Comune, ma le mie condizioni psicofisiche mi impedirono di partecipare all'esame, così ricaddi nella depressione. Mi incoraggiarono a partecipare comunque al corso estivo a Roma, dove arrivai sull'orlo del collasso, spaventando la mia compagna di stanza, ma dopo il Gongyo di apertura mi ripresi e fui in grado di partecipare, grazie anche alla protezione costante di tutti i responsabili, di Claudia e della mia compagna di stanza. Il corso fu fondamentale per la mia decisione di praticare e al ritorno si concretizzò il desiderio che apparisse un "principe azzurro" nella mia vita. Trovai ad aspettarmi Pino, un ragazzo che praticava il Buddismo da poco ed era nella mia città per il servizio civile. Era più giovane di me di tredici anni. Iniziammo a frequentarci. Pino studiava medicina e, con l'entusiasmo della sua età, era pieno di fiducia nelle mie possibilità di superare la depressione. La benefica medicina di Nam-myoho-renge-kyo gradualmente sostituiva i farmaci e intanto nasceva un forte legame affettivo tra noi. Finito il servizio civile, Pino decise di restare per vivere con me. Iniziammo un cammino insieme: lui studiava per laurearsi, io compresi l'importanza di fare l'assistente sociale, professione che dieci anni prima avevo rifiutato per motivi ideologici. Feci domanda per alcuni concorsi, pur sapendo che avevo superato il limite di età. Nel novembre del 2009 ricevetti il Gohonzon insieme a Pino; ricordo una frase: «Fra quindici o venti anni si vedrà la differenza tra chi lotta e chi non lotta». Incoraggiata da queste parole feci domanda per brevi incarichi, così nel gennaio del 2010 fui chiamata per quattro mesi nel distretto di una città vicino alla mia, città dove mi ero sforzata di partecipare a tutte le riunioni, affrontando la mancanza di soldi per il viaggio e le crisi depressive, che si presentavano via via sempre più leggere. Potei così misurami con le mie capacità, guadagnando la fiducia delle colleghe del distretto. Compresi che il lavoro nel servizio sociale era il mio lavoro. Intensificai lo studio per prepararmi ai concorsi e, "misticamente", uscì una legge che innalzò il limite di età. Piena di gratitudine e speranza, feci domanda per due concorsi: nella USL e al Ministero della Giustizia. Mi preparai per il concorso USL, ma lo stress mi impedì di sviluppare bene il tema. La sera piansi disperatamente, avevo perso e mi sentivo in colpa, reagii andando alla recitazione del gruppo, decisi di studiare per l'altro concorso. La mattina dell'esame durante Gongyo, nacque la determinazione di vincere. Al termine della prova orale, il mio nome era tra i vincitori, così in ottobre iniziai a lavorare fuori regione. Feci subito domanda per il trasferimento vicino a casa. Da poco ero responsabile di gruppo, la lontananza del posto di lavoro e la stanchezza mi ostacolarono, ma recitando per vincere questi limiti, riuscii a impegnarmi nell'attività, grazie anche al mio corresponsabile. Del trasferimento non avevo notizie e mi lamentavo pensando che avrei potuto vincere il posto vicino a casa. Solo quando cambiai atteggiamento davanti al Gohonzon, tirando fuori la gratitudine e rinnovando la motivazione e l'impegno nella professione, il beneficio non tardò. All'età di quarantadue anni avevo superato la depressione, la mia vita era ricominciata, avevo il mio lavoro che mi permetteva di mantenermi e aiutare anche mia madre. Il 4 luglio mi sono sposata con Pino e il 3 luglio, puntuale, era arrivato il "regalo" del trasferimento vicino a casa. Potevo dedicarmi di più all'attività buddista e così accettai la responsabilità di settore.
Ora che l'unione con Pino era stabile desideravo un figlio e una casa nostra. Trovammo una buona occasione e sua madre ci prestò i soldi per il compromesso. Con lei era nato un forte legame, grazie al Daimoku recitato per un intero anno per trasformare la sua opposizione alla nostra unione. Pino si era laureato a pieni voti e, nonostante non vi fossero posti, entrò nella scuola di specializzazione di neuropsichiatria infantile alla fine del milione di Daimoku recitato per questo scopo. La sua borsa di studio e il mio stipendio ci permisero di essere sereni dopo anni di problemi economici.
Nel 2006 partecipammo al corso estivo, dove potei approfondire il mio senso di missione e l'importanza di aprire la vita agli altri. Fra me e Pino, però, alla fine dell'anno non c'era armonia. Per scherzo gli chiesi se avesse un'altra, rispose di sì e mi lanciò una sfida: «Vedi se riesci a trattenermi con la pratica buddista, perché voglio andare via!». Avrei voluto morire, ma tornai davanti al Gohonzon e più recitavo Daimoku, più la situazione peggiorava. Pino non parlava, sembrava che mi odiasse, mi fece l'elenco di tutto quello che non andava in me e a luglio se ne andò. Ero distrutta dal dolore, ancora una volta mi trovavo di fronte alla sofferenza di perdere la persona che amavo, come mi era sempre successo fin da ragazza: prima con la morte di mio padre, poi con il primo ragazzo, la prima separazione e ora la seconda. Il mio "demone più grande" era la voglia di lasciarmi andare, di ammalarmi per richiamare mio marito, per non perderlo. Con questo demone ho ingaggiato una lotta corpo a corpo. Decisi di chiedere un consiglio nella fede e fui incoraggiata a dedicarmi alla pratica per gli altri. Iniziai l'attività nello staff Corallo, che si occupa dell'accoglienza. Durante questa attività provavo una gioia tale da dimenticare il mio dolore. Poi a casa la battaglia ricominciava. Recitando Daimoku compresi che nonostante il grande cambiamento e i risultati concreti dei primi dieci anni di pratica il mio atteggiamento era ancora quello di cercare la felicità fuori di me, nel mio caso nell'uomo che amavo. Se non sei felice dentro, non puoi far felice un'altra persona, per questo il mio matrimonio era finito. Sviluppando il coraggio di guardarmi dentro, vidi chiaramente il mio egoismo che mi aveva impedito di sentire le esigenze di mio marito, le sue aspettative. Acquistai la consapevolezza della parte di me che anteponeva ai propri desideri il senso del dovere e la paura di vivere. In questi anni ho raccolto tutta la mia determinazione e il coraggio per tirar fuori l'amore per me e la gioia di vivere. Cadendo e rialzandomi mi sono liberata dall'attaccamento e dal bisogno di avere accanto mio marito, imparando ad amarlo come una parte della vita. Sono contenta che esista e che stia bene, l'ho lasciato andare dentro di me. La mia trasformazione è arrivata al suo cuore e il suo atteggiamento è cambiato permettendomi di recuperare il valore del nostro rapporto. Provo gratitudine per tutto quello che ha fatto per me e per avermi costretta a mettermi in discussione. La trasformazione di questo attaccamento si riflette anche su tutte le mie relazioni con gli altri. Ora che sono diventata più forte, che ho imparato a farcela da sola, il mio rapporto con gli altri è libero, senza conflitti, né prigioni, né colpe o sensi di colpa, con meno illusioni e delusioni e il mio sguardo è orientato a scoprire il lato positivo dei miei familiari, degli amici, della gente. Sento il sapore della vita, sto attenta a rispettarla di più partendo dal rispetto per me stessa. Così è diventato naturale parlare agli altri del Buddismo. Questo grande scopo dà senso alla mia vita e mi fa vedere tutte le cose in una luce diversa. Questa è la gioia che nessuno può togliermi, ogni giorno posso ritrovarla. Quello che è accaduto, lo percepisco come l'occasione per continuare la mia rivoluzione interiore che rischiava di fermarsi perché avevo raggiunto un traguardo dando per scontato quello che avevo. Quest'ultima parte della mia attuale esistenza voglio che sia la più bella. Come scrive il presidente Ikeda in un saggio intitolato L'anima dei colori: «Anche la vita può essere considerata come un processo per colorare la trama e intessere il broccato della nostra missione individuale. La pratica buddista consiste nel tingere il nostro spirito. Tingendo il nostro intero essere con l'intenso colore della Buddità. [...] Vivete con passione. Vivete come se ardeste, ed emanate la vostra luce più bella fino alla fine. Solo così potrete creare ricordi immutabili della vostra esistenza in questo mondo. Vivete al massimo, siete nati con una missione, quindi vivete con fierezza senza rimpianti né rimorsi. La nostra missione è quella di sommergere il mondo con una coltre di variopinti fiori di felicità!» (NR, 322, 7).
Così voglio vivere! (S.P.)(dati modificati)
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Commenti

  1. Leggo solo ora questa bellissima esperienza. Mi ha molto incoraggiata!! Grazie !

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