Ritorno a un’altra vita


Quando la sofferenza non ti molla dalla nascita, un senso di fatalità oscura l’orizzonte: la morte diventa un’idea fissa, la droga una scappatoia come un'altra. Eppure, anche così, dentro al cuore c’è sempre una porta aperta. Che conduce dove non pensavi.

Mi ha sempre colpito la descrizione che mia madre fa dei nove mesi che precedettero la mia nascita: ero così poco vitale, completamente immobile, da portarla a pensare più volte che fossi morta. Nacqui per “testardaggine”: le sue sette precedenti gravidanze si erano concluse con la morte del feto. Manifestavo, fin d’allora, una grande paura di vivere che in seguito avrebbe condizionato completamente la mia esistenza e mi avrebbe condotto, durante l’adolescenza, a una profonda crisi esistenziale, che sfociò nella tossicodipendenza.
Ero completamente passiva nei confronti delle mie sofferenze, rispetto alle quali avevo un attaccamento quasi morboso. Mi chiudevo in casa per mesi rifiutandomi di uscire, sentivo una grande rabbia e non capivo perché avrei dovuto vivere. Più volte urlai ai miei genitori che in fondo erano loro e soltanto loro i responsabili della mia nascita e che a me era indifferente esserci o meno.
Mio fratello (figlio della prima moglie di mio padre) iniziò a drogarsi. Per me fu uno shock: crollava un mito, la persona che più stimavo deludeva le mie aspettative. Tenni duro per un po’, ancorandomi a deboli speranze, ma dopo la morte di mio padre nella mia famiglia si scatenò l’inferno: mio fratello fu arrestato con una falsa accusa, perse il lavoro, e per me e mia madre iniziò una lotta per la sopravvivenza fisica e psicologica. Questa situazione diventò l’occasione per manifestare tutto il mio carattere debole, la paura di vivere, la fragilità che mi portarono a fare uso di eroina. Per sei anni e mezzo continuai a drogarmi distruggendo non soltanto me stessa, ma anche tutto ciò che entrava in relazione con me. Malgrado vivessi in una gabbia di sofferenza, riuscii a trovare un lavoro come impiegata in un ospedale. Fu proprio lì che un collega mi parlò della pratica buddista perché - come disse lui - era stufo di vedermi vivere in un «mondo così piccino». Iniziai subito, ma dopo quattro mesi smisi: la sofferenza di vivere era troppo forte. E tornai a far uso di eroina.
Soltanto qualche anno dopo mi ricordai di Nam-myoho-renge-kyo e ripresi a recitare Daimoku, decisa a sfidare seriamente le mie paure. Il dolore esistenziale divenne ancora più intenso: alcune volte, mentre recitavo, stavo così male da non sapere se continuare o chiamare un’ambulanza. Per molti anni ho creduto di essere pazza; ero convinta che sarei finita in una clinica psichiatrica.
Non mi scoraggiai; leggevo spesso una poesia di Ikeda che dice: «Perché stai soffrendo tanto? Perché stai piangendo così forte? Perché sei così preoccupata? Soffrire è bene: il seme che germoglia deve rompere il guscio di terra per poter crescere. Piangere è bene: è meraviglioso veder splendere il sole dopo la stagione delle piogge. Preoccuparsi è bene: per apprezzare la magnificenza dell’alba devi passare attraverso la notte più buia» (DuemilaUno, n. 6, pag. 26). Continuavo a recitare Daimoku mattina e sera tra le lacrime, la disperazione, la paura. Tutto questo produceva un effetto lento, ma progressivo: tornavo alla vita.
Nel 2001, mentre recitavo Gongyo, iniziai a vedere solo parzialmente con l’occhio sinistro. Mi spaventai così tanto che finalmente trovai il coraggio di sottopormi a degli accertamenti medici, che mi permisero di comprendere l’origine del malessere che vivevo da anni e che si manifestava con un senso di scollamento dalla realtà: venivo colta da un panico così forte da farmi credere di morire. Temevo di perdere conoscenza, era come se la vita mi abbandonasse all’improvviso. Mi diagnosticarono una forma di epilessia e mi consigliarono una vita tranquilla, per non correre il rischio che la malattia degenerasse. Non mi fu possibile seguire l’indicazione del neurologo, perché proprio in quel periodo, ebbi l’occasione di lavorare in teatro: si realizzava così un grande sogno che non avevo mai avuto il coraggio di prendere seriamente in considerazione, perché ritenevo che il mio aspetto fisico costituisse un limite insormontabile. Decisi di sfidarmi: lavoravo in ospedale, praticavo il Buddismo e mi sforzavo molto nella mia nuova attività. Soffrivo, è vero, ma questo non mi impediva di vivere e sentire fiducia e speranza nel futuro.
Un giorno, durante una riunione, sentii, raccontando la mia esperienza, di aver vinto su me stessa, anche se non avevo ancora abbandonato i farmaci. La sensazione trovò conferma nei giorni successivi, quando a una visita di controllo, i medici constatarono la mia «completa guarigione».
Ma i problemi non erano terminati: nell’agosto del 2002, mia madre, che era diabetica da venticinque anni, divenne completamente cieca. Credetti nuovamente di impazzire: la mia vita infatti cambiò improvvisamente; mi sentivo sola e avevo una grande paura di vivere e di prendermi delle responsabilità. Solo allora mi resi conto, senza averlo mai sospettato prima, di essere fortemente egoista: capii che dovevo staccarmi da un’immagine di me che non corrispondeva alla realtà e sviluppare più amore per mia madre, senza occuparmi troppo della mie angosce. Fu uno shock soprattutto comprendere che il desiderio che mia madre iniziasse a praticare il Buddismo era frutto della mia incapacità di assumermi le responsabilità fino in fondo: quello che volevo, in realtà, era alleggerire il peso che sentivo, scaricandolo almeno in parte sulle sue spalle. In seguito a questa nuova consapevolezza fui costretta a mutare atteggiamento, perché finalmente sentivo la relazione tra la mia sofferenza e quella di mia madre, come se qualcosa di sottile legasse profondamente la mia vita alla sua. Era necessario che trovassi una gioia di vivere ed un coraggio mai sperimentati prima: per la prima volta infatti avevo deciso di prendermi la responsabilità della nostra felicità, indipendentemente dal fatto che lei decidesse di praticare. Era una lotta continua contro l’oscurità, l’inerzia e la paura. Era giunto il tempo di agire.
Dovevo occuparmi di mia madre, delle sue esigenze fisiche e psicologiche e contemporaneamente incoraggiare gli altri, anche se mi sembrava che l’universo mi crollasse addosso. In quel periodo ero responsabile della Divisione giovani donne e desideravo superare il mio egoismo per non tradire una promessa che avevo fatto a me stessa: occuparmi della felicità altrui. Capii che ciò che contava era la mia fede, perché solo grazie ad essa potevo trovare una via d’uscita. Era difficilissimo: tutte le volte che uscivo di casa, mia madre aveva paura del buio e della solitudine; dovevo costruire una grande saggezza per capire quello che dovevo fare. Sbagliando, riflettendo, recitando Daimoku, cominciavo ad essere al posto giusto nel momento giusto.
Una sera finalmente sentii con grande intensità il desiderio che mia madre iniziasse a praticare il Buddismo per sentire la stessa gioia che sentivo io. Per la prima volta il mio desiderio nasceva esclusivamente dall’amore che provavo per lei: la mia mancanza di coraggio non c’entrava per nulla. La mattina dopo, mia madre, fra imbarazzo e stupore, mi confessò che durante la notte si era svegliata e aveva iniziato a recitare Daimoku per alleviare il senso di angoscia che sentiva.
Decidemmo insieme di ritentare un intervento che quattro anni prima non aveva sortito alcun risultato. Decisi che il problema doveva trovare una soluzione entro il settimo anniversario del giorno in cui avevo ricevuto il Gohonzon, che cadeva il 22 aprile.
Proprio in quella data mia madre fu chiamata in ospedale per l’operazione che fu un successo: dopo sole due ore dall’intervento mia madre mi telefonò annunciandomi che aveva composto da sola il numero. Ci vedeva! Due giorni dopo tornò a casa e - come se non bastasse - il diabetologo le tolse l’insulina della sera, perché il diabete era ben compensato.
Le difficoltà che avevo affrontato mi avevano mostrato chiaramente che la radice di tutti i miei problemi era la mancanza di coraggio: proprio per paura, avevo accettato mille compromessi anche in campo sentimentale. Da tre anni avevo una relazione che mi procurava molta sofferenza, ma che non riuscivo a troncare perché la solitudine mi spaventava. Eppure mi rendevo conto benissimo che questo rapporto non poteva avere alcun futuro per il semplice fatto che ero io la sola ad amare. Non accettavo che lui non mi amasse. Mi dicevo continuamente: «Come può non amarmi, se io lo amo?».
Era il luglio del 2003 quando decisi di partecipare alla diciassettesima riunione generale della SGI in Giappone. Non avevo una lira in banca e l’idea di viaggiare quattordici ore sospesa in aria mi terrorizzava. Imparai a non ascoltarmi più! Decisi che avrei partecipato al corso e risolto il mio problema sentimentale. Il mio ragazzo si allontanava sempre di più, io recitavo Daimoku e intensificavo le varie attività, finché decisi che la cosa giusta era non vedersi più: gli telefonai nell’ ufficio in cui lavorava e i suoi colleghi mi dissero che era in licenza matrimoniale.
Riagganciando il telefono mi sentii come stordita. Il dolore intenso, che nasceva dal sentirmi tradita, lasciò immediatamente il posto a una chiara consapevolezza: il suo matrimonio era l’effetto della mia decisione.
Oggi, finalmente, mi rendo conto che solo costruendo costantemente nella mia vita un grande valore, potrò avere accanto a me una persona da amare, con la quale costruire un futuro. Non cerco più, quindi, una persona che mi ami a tutti i costi per colmare il senso di vuoto che deriva dalla solitudine. Ma qualcuno da amare con la stessa intensità con cui io ora amo la vita.
Ho dovuto affrontare molte sofferenze, ma non ho mai provato vergogna o disagio per questo, anzi sento un grande orgoglio, perché è proprio grazie al passato che ho potuto incontrare il Gohonzon e avvicinarmi gradualmente a ciò che avrei voluto essere da sempre: una persona con una grande umanità, coraggio e piena di speranza. Finalmente, un essere umano. (L. P.)(dati modificati)(foto di Silvano Bottaro)
stampa la pagina

Commenti

  1. Solo una parola...WOW!!!
    GRAZIE IMMENSAMENTE!!

    RispondiElimina
  2. Bellissima esperienza grazie di cuore antonella

    RispondiElimina

Posta un commento