La rivoluzione della gioia


Ho iniziato a praticare il Buddismo nel 2001. Il primo meeting di discussione al quale presi parte fu molto difficile, mi sentivo spaesata in mezzo a persone che, con spirito gioioso, si raccontavano i loro "miracoli", così li chiamavo io. Rientrando a casa quella sera pensai: «Tanto, peggio di così non può andare!». E così decisi di continuare, anche se lo feci con molta diffidenza. Ben presto mi resi conto della serenità che mi nasceva dentro. Si fece strada nella mia vita una speranza che sembrava incredibile e dipendeva da me e non da circostanze esterne, tanto più che le cose non cambiavano affatto, i problemi erano sempre gli stessi. Io, però, iniziai a sentirmi più fiduciosa.
Il motivo che mi spinse a praticare questo Buddismo era la sofferenza che provavo per l'atteggiamento di mio padre nei miei confronti che mi provocava una grande insicurezza e, col tempo, una tendenza a fuggire di fronte alle situazioni difficili, poca autostima e incapacità di reagire per il mio bene e per quello della mia famiglia. Mio padre non mostrava alcuna considerazione per i miei desideri e, fino a quel momento, non ero mai riuscita a creare con lui un rapporto basato sull'affetto, sulla chiarezza e sul dialogo.
Più di dieci anni fa mio padre mi donò l'appartamento sopra quello dove abitava lui. Un gesto apparentemente generoso ma che fece scattare in me una sofferenza fortissima. L'intento di mio padre non era mosso dalla magnanimità ma dalla mira di bloccarmi vicino a lui affinché potessi accudire sia lui che mia madre quando ne avessero avuto bisogno. Nonostante ciò, sia io che mio marito e le mie figlie ci prendemmo cura dei miei genitori in modo assolutamente spontaneo. Furono tredici anni di continui soprusi e umiliazioni. Mio padre non mi aveva dato la casa per star bene ma perché fossi sempre dipendente da lui. Credeva (e anche io ne ero in fondo convinta) che non avrei mai avuto la capacità e la forza per affrontare un confronto aperto e chiarificatore con lui. La paura mi paralizzava completamente e si ripercuoteva anche sulla mia famiglia: pretendevo che mio marito mi sostituisse nei rapporti con mio padre e frustravo tutti i tentativi delle mie figlie di agire nei confronti del nonno. Paura, rabbia e rancore erano le padrone della mia vita: impossibile solo immaginare che un giorno avrei potuto amare mio padre.
Le riunioni di discussioni, unite alla pratica regolare di Gongyo e Daimoku, mi diedero la possibilità di capire che cosa si intendesse per "prova concreta", di calarmi e sentirmi partecipe delle sofferenze altrui. Insomma, non ero più sola. Lo studio del Gosho, invece, mi diede la consapevolezza che il mio problema non era mio padre. La trasformazione doveva avvenire dentro di me.
Un bel giorno, era il giugno del 2003, recitando davanti al mio bel muro bianco (allora non avevo ancora ricevuto il Gohonzon), il mio cuore cambiò. Sentii una fortissima gioia e un benessere fisico inspiegabile. Mi ritrovai a pensare: «Io voglio bene a mio padre, io amo i miei genitori». Ero felice. Il rancore, la rabbia, le delusioni, il desiderio di vendetta, la paura, erano spariti. Si trattava per me di un'autentica rinascita interiore ottenuta solo grazie al Daimoku. Un mese dopo mio padre fu ricoverato d'urgenza. Terribile il responso dei medici: aveva un tumore che interessava fegato, pancreas, duodeno e stomaco. L'intervento chirurgico era l'unica possibilità per allungare, anche se di poco, l'esistenza a mio padre (i medici gli avevano dato appena tre mesi di vita) ma, al contempo, non era cosa semplice, sia per la complessità dell'operazione sia per l'età di mio padre che avrebbe corso il rischio di morire sotto i ferri.
In un clima di generale scoramento, decisi di affrontare la situazione recitando Daimoku e percepii che la strada dell'intervento chirurgico era la cosa più giusta per lui. Mio padre rimase otto ore in sala operatoria e io, nel frattempo, recitavo Nam-myoho-renge-kyo per lui. Sentii che era forte e che ce l'avrebbe fatta. La disperazione intorno a me, le mie vecchie paure che ogni tanto facevano capolino, non fermarono la mia recitazione per tutto il tempo dell'intervento. Tutto andò benissimo e la prima sensazione che provai fu quella di aver dato inizio a un rapporto nuovo con lui. Mi ritrovai finalmente a toccare le sue mani, accarezzarlo e baciarlo sulla fronte, guardarlo e parlargli con tanta serenità. Anche lui si avvicinò a me come mai era successo prima. È bastato affidarmi al Gohonzon senza dubbi e le cose sono cambiate completamente. Sentii che, dopo una vita di incomprensioni, finalmente mi dimostrava il suo bene, mi rispettava, mi considerava e mi voleva vicino. Quasi un anno dopo l'intervento chirurgico, mio padre era ancora in vita e in buona salute, se così si può dire.
Nel mese di maggio del 2004 le sue condizioni cominciarono ad aggravarsi. Era preoccupato per i suoi figli e per mia madre, ma io l'ho sempre rincuorato e incoraggiato. Una volta mi chiese: «Ma tu sei così da quando sei diventata buddista?». E io non persi occasione per fargli ripetere insieme a me Nam-myoho-renge-kyo. "Trasformare il veleno in medicina"... sembrava una cosa impossibile e invece io e mio padre sperimentammo finalmente un rapporto basato su amore, dialogo e gioia.
Il suo ultimo giorno di vita fu come io lo desideravo. Mio padre aveva paura di morire da solo in preda ai dolori, invece mia figlia Sara, mia cognata e io, lo abbiamo accompagnato fino al suo ultimo respiro. Si è addormentato serenamente ascoltando il suono del Daimoku che gli ho sussurrato fino all'ultimo istante. Mia figlia ha continuato a recitare anche dopo, a fianco del nonno; gli ha lasciato la frase del suo primo meeting di discussione, il suo juzu e il libretto di Gongyo.
Nel Gosho di Capodanno si legge che «l'inferno è nel cuore di chi interiormente disprezza suo padre e trascura sua madre». Quando ho iniziato a praticare, questa frase è rimasta impressa nel mio cuore anche senza che ne comprendessi il significato profondo. Eppure mi ha sostenuto in questo difficile lavoro interiore che ha sciolto tanto dolore e che oggi mi dà il coraggio di esprimere quello che sento e di donarlo agli altri. (D.C.)(dati modificati)(foto di Sivano Bottaro)
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Commenti

  1. grazie,la tua esperienza mi dà speranza perché vivo con mio padre la stessa.situazione.Solo che lui non mi ha mai dato niente in tutti i sensi e pretende soltanto.Lo vedo due o tre volte l'anno perché incontrarlo mi ributta nella sofferenza da cui sto rifiorendo grazie al buddismo che sta letteralmente dimostrandomi che io ho un valore inestimabile al contrario d di come mi ha sempre fatto sentire lui.Ho tanto lottato per non sprofondare ,ho trasformato quasi tutti gli aspetti della mia vita che mi facevano soffrire e,ora che riesco a guardare aventi,ad avete una fiducia immensa e totale nella vita e che mi sento abbraccuata da lei,ho paura di tornare indietro.Ma vorrei tanto riuscire a sentirmi con mio padre come tu col tuo.Forse non è ancora il tempo......

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