Il primo meeting non si scorda mai 4/4


Se ha funzionato meravigliosamente in quei giorni a maggior ragione deve funzionare nello stesso modo anche oggi. Dipende solo e esclusivamente da noi. E che dire poi delle riunioni buddiste? A chi ne ha fatte centinaia, può venire naturale pensare che una più una meno non cambia niente. Per fare un parallelo, un critico che per tanti anni ha assistito a spettacoli teatrali a causa del suo lavoro avrà più difficoltà a godere dello spettacolo in sé. La sua attenzione sarà sempre rivolta agli aspetti tecnici, di interpretazione, di lettura. Avrà sicuramente difficoltà a divertirsi o a cogliere i lati più stimolanti di un testo. Chi invece va a teatro per sua scelta e per suo diletto, saprà gioire al massimo dello spettacolo. La stessa cosa accade per noi. Ogni riunione può nascondere stimoli interessanti, non si può sempre dire: «Uffa, questa l’ho già sentita!». Ma forse non l’abbiamo capita. Chissà che a ripensarci e a recitare Daimoku, una cosa già sentita e risentita non sia la molla per tornare a ricevere benefici.
L’attività buddista non è un lavoro, quindi… Quello che ci vuole è uno spirito nuovo. Sempre. Come vuole il principio di honninmyo. Effettivamente con questo Buddismo niente è precluso, tutto è possibile. Anche per chi per anni si è trascinato stancamente in una pratica svogliata, può riscoprirsi vivo e vegeto, libero di affrontare le sue difficoltà come il primo giorno.
Qualche anno fa i bambini che facevano la prima elementare venivano chiamati “remigini”, perché la scuola iniziava il primo di ottobre, san Remigio secondo il calendario. Era l’entrata ufficiale in una nuova vita, quella scolastica, quella della formazione, l’inizio della conoscenza. Forse, con quello che ci succede intorno, saremmo molto utili al nostro paese e a noi stessi se tornassimo tutti a essere remigini della fede. (di Sergio Spadoni) (foto di Silvano Bottaro)
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