Il primo meeting non si scorda mai 3/4


Nel primo caso, prevenire è meglio che curare. Sapendo che il pericolo di praticare solo per una forma di abitudine o di superstizione (deprecabile retaggio di una cultura di misticismo e di una educazione prettamente occidentale: «Faccio Gongyo perché sennò chissà cosa mi succede») incombe costante sulla nostra testa, è necessario sviluppare tutte le tecniche e i trucchi possibili e immaginabili per non dover dire poi «Perbacco, ci sono cascato in pieno». Quando parliamo di tecniche e trucchi è evidente che ci riferiamo a tutti quei consigli che i membri più anziani ci danno. Scopi chiari, studio costante del Gosho e dei discorsi del presidente Ikeda, Gongyo vigoroso e motivato, eccetera, eccetera, eccetera. Con una pratica buddista costantemente vigile, è più difficile farsi prendere dalla malattia.
Nel secondo caso, dobbiamo suddividere ancora il discorso. C’è chi è consapevole dell’esistenza di questo pericolo e chi invece ne è dentro e non se ne accorge. Per evitare prediche fuori luogo sull’arroganza e per non cadere nel paternalismo, forse potremmo lanciare un appello: occhio a non essere costretti dalle situazioni a divorziare dal Gohonzon.
A volte il problema è: come se ne esce? Da una parte certamente è necessario un bagno di umiltà, ma può non bastare. E allora ecco il perché delle storie in queste pagine. Ritornare allo spirito del primo giorno di pratica. La scoperta o meglio la riscoperta di un Gongyo fatto con la voglia di cambiare sul serio, il desiderio di rinascere a nuova vita, così come accadde allora. Dicevamo poco sopra che il Gohonzon è sempre uguale. (continua)(foto di Silvano Bottaro)
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