Una breccia nel cuore

di Andrea Boscardi

Quella sera ero andato alla cena settimanale con la mia amica Marina e l’ avevo trovata un’altra volta depressa. Le avevo ancora parlato del Gohonzon per farle capire che sarebbe bastato un attimo per chiudere la sua depressione fuori dalla porta. E le avevo raccontato di amici praticanti che soffrivano del suo stesso problema e che ne erano venuti fuori con la pratica buddista. Ma lei, niente. Anche questa volta, niente. Si era messa a piangere dicendo: «Sì, sì… Lo so che funziona. Lo vedo: tu sei un altro, anche Marco è così cambiato… ma con me, sono sicura, non può funzionare. Io, poi, che sono laica agnostica fino al midollo, che credo nel potere della ragione, quasi un’illuminista sono… no, sono sicura, con me non potrebbe funzionare». Poi aveva ricominciato, per l’ennesima volta, con la sua sfilza di citazioni impossibili: e mentre io cercavo di replicare, lei distruggeva le mie poche certezze culturali sul Buddismo facendomi domande “ontologiche”, come le chiamava lei. Per esempio: «Perché proprio il Sutra del Loto? Da un punto di vista filologico non dovrebbe differire poi molto da altri sutra».
«Ma Marina…» le dicevo con voce sempre più flebile. «Tu stai male, è questo quello che conta, no?»
E così, quando arrivai a casa ero depresso anch’io: non solo non ero riuscito a farmi ascoltare, ma avevo anche trovato il modo di farmi trascinare in uno stato in cui non capivo bene a cosa potesse servire praticare. Mi chiusi in camera e mi sdraiai sul letto, fissando il soffitto. Cosa potevo fare? D’un tratto mi venne in mente una frase che avevo letto la settimana precedente per prepare un meeting sui Dieci mondi: «Il bodhisattva deve avere il coraggio di sfidare il male alle radici. Senza coraggio non può sperare di vincere le tendenze negative che si celano nella sua vita e in quella degli altri e finché non vince su di esse, non sarà in grado di trasmettere la felicità». Mi alzai di scatto dal letto e andai a cercare il DuemilaUno dove era riportato questo brano. Quel numero era dedicato a ichinen sanzen: rilessi febbrilmente la parte riguardante il mondo di Bodhisattva. E finalmente compresi dove stavo sbagliando con Marina: credevo che provare “compassione” per lei fosse scontato, visto che la conoscevo da anni e che le volevo bene. Ma non bastava: c’era qualcosa in più che potevo e dovevo fare. Daimoku. Così semplice che non ci avevo pensato. E fu quello che cominciai a fare.
Quando, una settimana più tardi, munito di una grinta che mi veniva da non so dove, mi presentai a casa di Marina per la nostra cena settimanale, lei mi aprì la porta con un sorriso. Quasi non ero ancora entrato che mi aveva già detto: «Senti Andrea… ci ho pensato bene… Mi è venuta la curiosità di provare a leggere quello strano libretto, se sei d’accordo… anche se sono una laica agnostica… solo così, tanto per provare!»
Inutile dire che Marina pratica ormai da cinque anni.

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