Meglio guardarsi dentro


di Antonella Squilloni

Ero quasi un’immigrata clandestina. E tutto per colpa di quella Diane! Ma forse è meglio spiegare le cose dall’inizio. Quell’anno dovevo trascorrere sei mesi all’Università di Princeton, grazie ad una borsa di studio del CNR. Ma per fare questo la segretaria del Dipartimento, Mrs. Diane per l’appunto, avrebbe dovuto spedirmi in Italia un documento che, presentato all’ufficio immigrazione una volta messo piede negli States, mi avrebbe permesso di ottenere il visto di soggiorno per sei mesi. Non lo fece. Mi ritrovai così … in una selva oscura: con un visto turistico valido solo tre mesi. Andai allora, di filato, con tutta la mia “preoccuparroganza” dalla Diane in questione, la quale seraficamente, e roba da matti, senza nemmeno scusarsi, mi rispose che non c’erano problemi, dovevo solo richiedere all’ufficio immigrazione un “cambio di visto”. Sollevata, ma ancora risentita nei suoi confronti, seguii, senza troppa convinzione, il suo consiglio. Dopo qualche settimana la risposta dell’ufficio immigrazione: cambio di visto negato. Avrei dovuto lasciare gli Stati Uniti alla fine di quel mese, avrei perduto la mia borsa di studio e buttato al vento le mie ricerche. Sarebbe qui fuori luogo ripetere precisamente gli aggettivi che le “dedicai” nell’apprendere la notizia! Dirò succintamente solo che Diane era diventata il mio “pensiero costante”.
Ma le risorse di Diane si mostrarono davvero inesauribili! In un suo momento personalissimo di illuminazione parziale mi consigliò, per risolvere la faccenda definitivamente, di lasciare il paese e “provare” a rientrare da un’altra nazione, per es. il Canada. Geniale, vero ? Ero furibonda e completamente accecata. In realtà, come mi fu provvidenzialmente ricordato, avevo perduto di vista il problema. L’ambiente è solo la nostra ombra che rispecchia fedelmente il nostro atteggiamento. Invece di lamentarmi e di inveire contro Diane, ritenendola il mio problema, avrei fatto meglio a dare una pulitina allo specchio della mia vita. Decisi di recitare quanto più Daimoku possibile per dissolvere la rabbia ed il rancore verso di lei. Volevo essere capace di considerarla non solo come un essere umano che sbaglia e non ammette il suo errore, ma soprattutto come una persona che possiede la natura di Budda ed è perciò degna di grande rispetto e compassione. Una bella sfida. Ma meno impossibile di quanto potesse sembrare. Cominciavo a provare gratitudine per questa donna che mi stava aiutando, senza saperlo, a raddrizzare un aspetto della mia vita. Dopo un paio di giorni, mi telefonò per informarmi che il preside della Facoltà avrebbe personalmente scritto all’ufficio immigrazione, spiegando la mia situazione. La sua voce era cordiale ed affettuosa. Capii che voleva davvero tranquillizzarmi e che questa volta non mi avrebbe abbandonato. Non avrei più dovuto lasciare il paese alla fine del mese e la mia borsa di studio non correva alcun pericolo. E siccome stava organizzando una cena, sarebbe stata felicissima di avermi fra gli invitati. Ed io di essere una di loro.

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