La fortuna in cassaforte


di Rory Cappelli

"Coloro che abbracciano il Sutra del Loto possono cambiare tutto questo. Per loro l’inferno diventa la Pura Terra illuminata, le fiamme ardenti si trasformano nella torcia della saggezza […] il suo cadavere diventa il corpo della Legge del Budda e l’abisso di fuoco diventa la “grande stanza della compassione” del corpo di manifestazone del Budda. […] e la montagna della morte è il grande picco di “desideri terreni sono Illuminazione."
Dal Gosho Inferno e Buddità

Quando qualcuno che amiamo muore, magari dopo una lunga e terribile malattia, è facile, anzi è quasi ovvio, cadere nella disperazione. Questo è quanto mi stava succedendo lo scorso anno, quando mio padre, ammalato di tumore poi degenerato in metastasi, è morto soffrendo atrocemente. Nelle ore immediatamente precedenti e immediatamente successive al momento della morte – le più importanti dal punto di vista del distacco dal corpo – se però io avessi ascoltato la parte “disperata” di me – più comunemente nota come Demone del sesto cielo – che bussava alla porta del mio cervello dicendo: «Ma com’è possibile tutto questo? È terribile! Sta male! Sta morendo! Non vedrai mai più il tuo adorato padre, non ti parlerà mai più!… A che ti serve adesso recitare Daimoku?… Disperati e piangi: non ti resta altro…». Se, dunque, l’avessi ascoltata, avrei esattamente sperimentato un altro brano dello stesso Gosho citato sopra, che dice: «I lamenti dei familiari sono le voci dei guardiani dell’inferno […] è inutile cercare l’inferno altrove». Il fatto è che mi veniva in mente anche la prima frase (quella citata sopra) e che sono riuscita a non ascoltare questa voce: non a spegnerla del tutto, perché come scrive Nichiren Daishonin: «per un comune mortale dolersi è naturale». Dolersi, tuttavia, è un conto: lasciarsi andare fra le braccia del “demone”, tutto un altro. Cercando di non “lasciarmi andare” fra quelle braccia, ho recitato trenta ore di Daimoku consecutivo accanto a mio padre, sostenuta dall'aiuto di un'amica, prima che morisse e dopo la sua morte accompagnandolo in quel viaggio che sembra tanto più pauroso perché porta in un luogo assolutamente inesplorato. Mentre agonizzava, ormai privo di conoscenza, vedevo le sue labbra disegnare la frase più bella che sia mai stata concepita, Nam-myoho-renge-kyo. E in quei momenti ho provato una gioia sconfinata, che (penso) nient’altro potrà mai darmi: mio padre stava attraversando una delle quattro sofferenze accompagnato dal suono del Daimoku.
Ho anche capito quanto è importante “mettere da parte” Daimoku, e questo per due motivi: primo perché la morte può essere improvvisa e violenta (come è successo quattro anni fa con mio fratello) e se non è stato creato un “cuscinetto” di Daimoku l’impatto è inevitabilmente doloroso e devastante. E secondo perché, come nel caso che ho raccontato sopra, impedisce a quella voce fastidiosa di prendere il sopravvento. Il Daimoku, dunque, mi ha permesso di «cambiare tutto questo» (come dice il Gosho) e di aiutare mio padre a trasformare «l’inferno della sofferenza incessante nel paradiso della luce eterna», dove – ne sono più che certa – ha ottenuto la Buddità.
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Commenti

  1. Grazie magnifica esperienza di grande valore...e fede..

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