A Babele ci s’intende


di Donatella Santosuosso

Preparazione della prima riunione come responsabile di gruppo: con la mia corresponsabile e amica, avevamo scelto l’argomento (itai doshin) e recuperato il materiale: adesso non restava che iniziare. Recitare, studiare, dividersi i compiti. All’inizio mi sembrava una questione puramente tecnica. Invece mi trovai ben presto inevitabilmente a rifletterci su questo principio insegnatoci dal Daishonin: itai doshin ovvero l’importanza dell’unità di intenti nel rispetto delle singole individualità all’interno di un gruppo. Strano ma vero, solo allora cominciavo ad intuirne concretamente l’importanza, dopo più di un anno di esperienza di lavoro di gruppo dentro un’associazione. Senza contare poi che proprio in quel periodo stavamo preparando la nostra partecipazione a una fiera che ci stava impegnando duramente, anche perché era la prima esperienza del genere. Una curiosa coincidenza: avere per la prima volta la responsabilità della preparazione di un meeting e della partecipazione ad una fiera con il mio gruppo di lavoro.
In quel periodo in ufficio regnava il caos: dalle quattro alle otto persone di nazionalità diverse si davano da fare con computer, telefono, fax. Tutti in un’unica stanza, a stretto contatto di gomito. In una situazione così era facile superare il limite dello stress, infatti qualcuno cominciava a dare segni d’insofferenza. Io mi sentivo in immersione totale: la riunione, il lavoro per la fiera. Non mi rendevo quasi conto del caos che si agitava sotto i miei occhi. Per me si era rivelata un’occasione stimolante per lavorare in collaborazione e sperimentare una forte coesione con i miei compagni di lavoro, accompagnata da una consapevolezza maggiore che in passato.
In treno, mentre andavo al lavoro, leggevo tutto quello che avevo trovato su itai doshin. Più approfondivo il tema, più mi rendevo conto di quanto fosse importante per il mio lavoro e quanto lo studio stesse influenzando i miei comportamenti, non riuscivo veramente a capire quanto questo fosse causa di quello o viceversa. Arrivavo al lavoro con in mente ancora freschi i discorsi di Ikeda con le sue preziose indicazioni, cominciavo davvero a sentirmi dentro all’argomento e avevo l’occasione di applicare immediatamente la teoria alla pratica. L’importanza di essere tolleranti, pronti ad accettare suggerimenti e azioni di altri, di sforzarsi di armonizzare l’ambiente, di rendere gli scopi più chiari di comunicare con precisione e generosità. Ricordo di averli trascorsi con una energia, entusiasmo e concentrazione molto superiori al solito. Con i miei colleghi ho riscoperto una profonda unità d’intenti che con l’abitudine si era affievolita. Ho anche rinnovato e approfondito la determinazione di impegnarmi fino in fondo per l’obiettivo comune di sviluppare un nuovo settore nella associazione e di assumerne le responsabilità con tutti i rischi connessi.
Infine credo che la scoperta più importante sia stata quella di toccare con mano quanto strettamente collegato sia lo studio e la pratica con la vita quotidiana. Tutto questo credo di averlo capito in quei giorni.

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