Wayne Shorter: "Il jazz significa andare avanti"

Torna in Italia Wayne Shorter, con il carisma del santone orientale che irradia una forza sconosciuta e senza età. A 81 anni vissuti con la gioia del grande artista, ma anche con terribili dolori personali, il sassofonista di Newark che ha epicamente dialogato con Miles Davis, i Jazz Messengers di Art Blakey, i Weather Report, Joni Mitchell e Milton Nascimento si ripresenta a Umbria Jazz questa sera all'Arena Santa Giuliana di Perugia, con un affettuoso duetto con Herbie Hancock al pianoforte, suo antico socio di imprese musicali fin dai primi anni 60.

Torna preceduto dalla buona accoglienza all'ultimo album Without a Net, un clamoroso ritorno al Blue Note dopo 43 anni e con il più recente e gratificante "Premio dei Critici" di Down Beat, la Bibbia del jazz made in USA che ha eletto gruppo dell'anno il Wayne Shorter Quartet con Danilo Perez, John Patitucci e Brian Blade. Sabato 26 luglio il tandem Hancock-Shorter, che nel 1997 aveva già edito l'album Verve 1 + 1, sarà all'Auditorium Parco della Musica di Roma. Ma prima di volare in Europa per i concerti, abbiamo intercettato il mistico Wayne nella sua casa di Los Angeles.

Mister Shorter, siete rimasti in pochi dei leggendari maestri che hanno fatto la storia del jazz; lei, Sonny Rollins, Ornette Coleman, curiosamente tutti sassofonisti. Non le pare che il jazz si sia fermato e che rischi di diventare virtuosismo fine a se stesso?
"Il problema è capire che cosa significa il jazz. E non quello che si suona. A volte il jazz suona familiare. Per me il significato del jazz è andare avanti. È una musica che va lontano alla ricerca dell'ignoto, una musica non scritta che stimola una ricerca e un dialogo continui. È quasi un gioco come quando si è bambini e se ne inventano sempre nuovi. Poi quando si diventa più adulti e si matura un'esperienza, nel gioco dell'invenzione anche un solo momento può racchiudere l'eternità. È l'enigma della vita. Per me è sempre un'avventura aperta".

Di nuovo "on the road" con Herbie Hancock, avete ormai una complicità telepatica. Ma non la disturba il volume troppo alto del suo piano, così legato alla passata storia elettronica?
"Non mi preoccupa la scelta del suono. Sul palco ci dobbiamo adattare velocemente e cercare di avere le stesse pulsioni. Non conta il suono o il volume del suono. In pochi istanti noi arriviamo a stabilire un dialogo profondo. Ci vuole controllo per creare un'atmosfera. Come Charlie Parker che una volta suonò ad un matrimonio cose come Happy Birthday o la marcia nuziale. Si adattò tranquillamente alle aspettative del pubblico senza abdicare alla sua identità creativa. Suonò e se ne andò come se niente fosse. La grande avventura del jazz è proprio questa, è come entrare in sintonia con il pubblico. Se i nostri due strumenti creano e trovano il modo di comunicare a cuore aperto con la gente, si riesce ad eliminare ogni tipo di razzismo, qualsiasi ostacolo o pregiudizio".

Spesso la vita ci riserva le disgrazie e i dolori più strazianti, come la morte di sua moglie e di sua nipote in un devastante incidente aereo. La musica l'ha aiutata ad alleviare le pene e continuare a vivere?
"Quando ti capitano certe tragedie, devi andare avanti. Per me le tragedie sono solo temporanee. Se hai perso una moglie e dei bambini, non devi farti imprigionare dalla paura. Di fronte alla grandezza dell'eternità, per me ci vuole la costanza di andare avanti e la musica può essere una buona medicina. Altrimenti cadi nel nulla, mentre la vita è sempre una sorpresa".

Crede nella reincarnazione?
"No, credo in quello che io chiamo continuità dell'esistenza. E la continuità può riservare ancora molte soddisfazioni e profonde avventure. Non c'è nessuna fine ma ci sono tanti inizi".

Cosa vuol dire essere buddista?
"Per me è essere aperto all'ascolto, tenere la mente aperta, scrivere, imparare dalla gente, leggere racconti di fantascienza, storie anche sul buddismo che è cominciato tremila anni fa. Il buddismo è una dottrina molto profonda che pratico da anni".

Giorni fa Eric Clapton ha annunciato che d'ora in poi farà solo dischi, perché a 70 anni gli è diventato insopportabile andare in giro a fare concerti. A 81 anni lei non si è ancora stancato dei lunghi e faticosi tour dal vivo?
"Non è facile viaggiare, ma è la missione del processo creativo. L'umanità è una forza che ti guida e ti incoraggia. Avere a cento anni la resistenza di andare avanti è per me come quella del pilota che riesce a spiccare il volo ogni volta. È la stessa resistenza che pretendi dal tuo sassofono. Qualsiasi cosa Sonny Rollins riesca a fare alla sua età, è arte, è riuscire a strappare ancora un altro pezzo di bellezza all'universo. La testimonianza di una lotta che devi sostenere sempre, da giovane e da vecchio. E qualcuno riesce a vincerla".

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