Ricomincio da 70

E chi l'ha detto che una volta arrivati “a una certa età” diventa difficile provare emozioni e l'antica gioia di vivere? Con la fede può succedere il contrario. Al posto di solitudine e senso di inutilità possono arrivare gioia e voglia di stare con gli altri.

Quando incontro in un nitido mattino d’ottobre questo signore quasi ottantenne, distinto, dai capelli bianchissimi, dai modi gentili e raffinati, come solo gli uomini dei “tempi passati” possono avere, mi riesce difficile pensare che la sua è stata, come lui stesso mi aveva anticipato al telefono, una “vita avventurosa”.
Nato in Inghilterra da genitori italiani, torna a Firenze negli anni Trenta, dove rimane fino al ’38. In quell’anno infatti, entrano in vigore le leggi razziali. Avendo in precedenza rinunciato alla cittadinanza italiana, è costretto a uscire dall’Italia, in quanto “straniero”, lasciandovi tutta la sua famiglia, che da quel momento non rivedrà più.

L’esistenza del signor Guglielmo è stata dunque attraversata da eventi drammatici: quelli delle persecuzioni razziali; della guerra combattuta da “straniero” contro l’Italia, della morte di tutta la famiglia nei campi di sterminio tedeschi. Eppure, la vera, grande tragedia della sua vita ha inizio un giorno di febbraio di otto anni fa, quando improvvisamente, dopo quarant’anni di vita comune, perde l’amatissima moglie. «Quello stesso giorno sono morto anch’io – ricorda Guglielmo –, perché io stesso “volevo” morire. Trascorrevo le mie giornate da solo, nella mia grande casa, lontano da tutti, senza provare alcun interesse per la vita e per le persone che mi stavano intorno».
Poi, in agosto, l’incontro con il Buddismo. «All’inizio è stato difficile e impegnativo per un uomo di settant’anni: imparare Gongyo, partecipare a due riunioni alla settimana… Ma allo stesso tempo mi ripetevo: se questo Buddismo può portarmi un po’ di gioia, un po’ di felicità, sia allora il benvenuto, perché io ho bisogno di vivere, non di morire!». Con il passare dei mesi, procedendo lentamente nel cammino della pratica buddista e della ricerca del contatto con gli altri, Guglielmo si accorge che l’angoscia di vivere sta sparendo, e cresce invece la forza d’animo e con quella il desiderio di vivere e di essere felice. Questa “nuova vita” a cui rinasce di giorno in giorno lo porta alla decisione di ricevere il Gohonzon. «Da quando ho portato il Gohonzon nella mia casa è stato un crescendo continuo di gioie e di esperienze! Sicuramente un momento indimenticabile della mia vita è stato durante un corso estivo a Trevi, dove ho pronunciato davanti a tutti i partecipanti le mie determinazioni per il futuro: praticare il Buddismo tutta la vita, partecipare a un corso al Centro europeo di Trets, incontrare il Dai-Gohonzon. Sentivo crescere intorno a me un grande calore umano, che non cercavo più di sfuggire, ma che anzi cercavo di alimentare, consolidando e coltivando legami di amicizia e di solidarietà con chi mi stava intorno. L’umanità tangibile di chi avevo incontrato sia a Trevi che a Trets e nello stesso tempo la grande gioia che provavo stando insieme alle persone mi fecero desiderare di offrire la mia casa per le riunioni. Così per quattro anni la mia casa ha accolto migliaia di persone, e ospitato centinaia di riunioni. E la mia vita che aveva cercato la solitudine e l’isolamento si scopriva desiderosa di gente, amicizia e affetto. Sono dei ricordi bellissimi che non potrò più cancellare dalla mia memoria».
Mentre parla Guglielmo sorride pacato e i suoi occhi rivelano nitidamente una vita interiore che brilla di queste recenti ricchezze. «Lo sai che il novembre 1989 ha per me un significato speciale? In quel mese, e precisamente il giorno 24, ho incontrato il Dai-Gohonzon, partecipando a un corso individuale. E così ho realizzato anche quell’obiettivo che mi ero posto a Trevi! Ma due anni dopo mi son trovato ad affrontare un grande problema che mi ha causato una forte sofferenza: sono stato costretto a rinunciare alla mia bella casa, nella quale avevo trascorso quasi tutta la mia vita. È stato un bel colpo, alla mia età, non avere un luogo fisso dove dormire, dove stare, ma dover contare sulla disponibiliità di parenti e amici… Sono stati sei mesi orribili, soprattutto perché si stava riaffacciando quel desiderio di solitudine, di stanchezza di vivere, che mi aveva portato sei anni prima, a desiderare la fine. Ma questa volta ho reagito bene! Mi son dato uno scossone a suon di Daimoku ed ecco che un giorno mi telefona mio figlio dicendo di aver trovato una casa, quella dove abito tuttora».
Tace per un momento, guardando fuori dalla finestra: «È bello qui! C‘è molto verde». Poi, intuendo la domanda che stavo per fargli, riprende: «Vedi, per me il Buddismo ha voluto dire soprattutto questo: amore per la gente, amicizia. Vita. Lo dico spesso alle persone della mia età… Eh, ma non è facile!». Ammicca e ride di cuore, avviandosi verso la macchina. La nostra chiacchierata è finita. (G. V.) (a cura di Antonella Squilloni) (Foto di Giulietta)
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