Passaggio in India

Per paura, la testa nasconde quello che il cuore osa sognare. Ma il vecchio gioco di non reputarsi all’altezza, che troppo spesso condiziona ogni scelta, deve essere interrotto. Solo la decisione di osare il massimo porta a una grande vittoria.

Ho avuto la fortuna di conoscere il Buddismo all’età di sedici anni ma, all’epoca, posso affermarlo con franchezza, avevo una forte avversione verso tutto ciò che mi sembrava retorico e “istituzionalizzato”. E di cose che non andavano ce n’erano tante! Ero convinto di essere nato in un mondo pieno di ingiustizie, corruzione, ipocrisia e per reazione conducevo ovviamente una vita dissoluta, in costante polemica con tutti. Seguendo un po’ lo stile degli anni ‘80, mi vestivo in maniera alternativa, facevo uso di alcool e di droghe e mi divertivo a provocare continuamente la gente, illudendomi di essere una persona che aveva già capito molto della vita! In realtà mascheravo una profonda insicurezza di carattere che non avrei mai osato ammettere a me stesso. In famiglia, non riuscivo ad andare d’accordo con nessuno e spesso litigavo violentemente con mio padre, rinfacciandogli il fatto di essere stato sempre assente per motivi di lavoro. I miei genitori, avendo forse intuito la mia propensione per la letteratura, mi obbligarono a frequentare un istituto professionale alberghiero in modo di assicurarmi per il futuro almeno un lavoro come cuoco, ignorando il mio desiderio di condurre degli studi classici giudicato un’altra delle mie stranezze! La mia frustrazione arrivò al culmine quando dovetti concludere la mia prima vera storia d’amore con un ragazzo che avevo conosciuto in Inghilterra.


Purtroppo lui cominciò a fare uso frequente di cocaina e la situazione divenne col tempo insostenibile. Dopo alcuni tentativi la nostra storia giunse inevitabilmente alla fine e tornai a Pisa con il cuore a pezzi e la salute compromessa. In quel periodo cercai di farmi forza ma avevo accumulato così tanta sofferenza che mi ritrovai sull’orlo di un esaurimento nervoso. Venivo colto da continui attacchi di panico che mi costringevano a non uscire di casa. In quei momenti, profondamente confuso, non riuscivo più a capire il senso delle cose e avevo spesso paura di impazzire. Fortunatamente una mia carissima amica si preoccupò così tanto del mio stato che decise di farmi praticare a qualunque costo. Con una grande luce negli occhi, mi ripeteva spesso che avrei potuto risolvere ogni problema, ricordandomi pazientemente che con il Buddismo potevo sperimentare una gioia incredibile. Così, dopo anni di lunga incubazione, nella primavera dell’99 mi decisi a praticare con l’unico desiderio di tornare a essere felice, questa volta però in maniera autentica. I risultati non si fecero aspettare: man mano che recitavo sentivo che la mia sofferenza si scioglieva proprio come “rugiada al sole” facendo spazio a uno stato vitale sempre più sereno. In quel periodo incominciai a sentirmi così bene che ripresi nuovamente a uscire, creandomi nuove amicizie. Decisi inoltre di iscrivermi alla facoltà di lettere, recuperando il vecchio sogno da lungo tempo accantonato. Dovetti però scontrarmi con il forte scetticismo dei miei preoccupati questa volta di avere in casa un figlio buddista! Pensavano: “Questa volta è davvero impazzito!”. Mio padre incominciò a reagire con violenza: ogni volta che mi sentiva recitare mi ostacolava con insulti e minacce e così capitava spesso che me ne andassi via di casa, facendomi ospitare da amici. Ritornavo sempre dopo qualche giorno con la speranza che avrei prima o poi ricevuto il Gohonzon. Purtroppo la situazione non era semplice: i responsabili che venivano a farmi visita finivano puntualmente con l’essere cacciati via, ricordandomi con dispiacere che avrei dovuto aspettare di avere una situazione tranquilla. Del resto, avevo per anni bistrattato mio padre, lo avevo ripetutamente offeso e mi sembrò “logico”, dopo molto Daimoku, che mi attaccasse senza rispettare la mia scelta. Uno dei due doveva cambiare e visto che io volevo dimostrargli il mio affetto, incominciai a recitare con lo scopo di instaurare fra noi un rapporto felice. Ogni volta che venivo insultato replicavo con un sorriso, il più delle volte a denti stretti e, a suon di Daimoku, mi sforzavo di vincere il mio orgoglio. Ho dovuto “praticare” per mesi in questo modo, rinnovando ogni giorno il desiderio di superare tutte le difficoltà che incontravo. Alla fine, nel novembre del 2000, riuscii a ricevere il Gohonzon e con lo stupore di tutti, mio padre mi aiutò a costruire il butsudan. Ma come spesso ci viene detto, la cerimonia di gojukai è solo il primo passo nella fede e sapevo bene che in futuro avrei dovuto impegnarmi molto. Trascorsi i primi anni dedicandomi agli studi universitari e all’attività buddista con la consapevolezza di dover ricostruire la mia vita dalle fondamenta. Furono degli anni durissimi, pieni di dubbi e incertezze poiché la pratica mi costringeva quotidianamente a combattere la mia grande mancanza di fiducia in me stesso.
Un giorno trovai nella buca della posta la famosa cartolina azzurra del Ministero della Difesa che mi obbligava a partire per il servizio militare entro quindici giorni dalla consegna. Fui colto completamente dal panico e mi misi subito a recitare davanti al Gohonzon decidendo che in un modo o nell’altro non sarei mai partito. Presi contatto con un’associazione che si occupava di diritti sessuali e mi aiutarono a dichiarare la mia omosessualità, evitando così di fare il militare. Ma in seguito mi accorsi che il prezzo da pagare per questa scelta era veramente alto! Dovevo accettare il congedo per “riforma”, ovvero il fatto di essere valutato come soggetto non idoneo in base a due articoli dell’elenco delle imperfezioni mentali. Insomma, per farla breve, la riforma di un soggetto omosessuale scaturiva non dallo stato di omosessualità ma dalla sussistenza di anomalie personalogiche che in genere fanno da corollario allo status di omosessualità. Dovevo dunque condividere la definizione abituale dell’omosessualità come “devianza sessuale” e questo lo sentivo profondamente ingiusto. Recitavo molto Daimoku e dopo un po’ di tempo capii che questa difficoltà poteva permettermi di superare la mia solita sfiducia in me stesso. Sapevo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva già riconosciuto l’omosessualità non più come una malattia psichica ma come uno status civile a tutti gli effetti. Decisi allora di fare ricorso al Ministero della Difesa chiedendo l’applicazione di una circolare ministeriale che prevedeva proprio il riconoscimento di questo diritto (nei casi di soggetti “egosintonici”) e che in Italia, proprio per questa ragione, veniva puntualmente cestinata. Dopo un’infinità di appuntamenti, visite e colloqui, per non parlare poi del Daimoku recitato, fui finalmente riconosciuto sano, o meglio idoneo al servizio di leva ma con l’attribuzione di un coefficiente attitudinale tale da essere dispensato dal servizio attivo, creando un vero precedente negli uffici burocratici di Roma che permise ad altre persone di risolvere lo stesso problema. Era così bello vedere che la mia risoluzione dei problemi passava attraverso quella dei problemi di altri. Chi l’avrebbe mai detto! Intanto gli studi procedevano con qualche difficoltà, dovuta principalmente agli scritti di francese che non riuscivo a superare. Era un incubo. Dopo la quinta bocciatura, decisi di sperimentare sulla mia pelle il famoso principio di trasformare il veleno in medicina e feci domanda per ottenere una borsa di studio Erasmus... per il Belgio poiché non osavo lontanamente pensare a Parigi! Riuscii a vincere la candidatura ma i posti per Bruxelles non furono riconfermati dalla Comunità Europea e mi ritrovai ad accettare quel che c’era; dapprima mi proposero un posto in Grecia, poi un villaggio sperduto nel Belgio. Mi accorsi che come al solito continuavo a non reputarmi all’altezza e l’ambiente non faceva altro che riflettere questo mio atteggiamento. Dovevo vincere su me stesso e così osai chiedere il massimo: una borsa di sei mesi presso la prestigiosa Sorbonne di Parigi. Era giunto il momento di vedere fino a che punto potevo realizzare nella mia vita ciò che desideravo veramente. Beh, dopo una settimana mi comunicarono che avevo vinto l’unico posto disponibile!
Nel frattempo mi diedi da fare per guadagnare qualcosa poiché l’università non mi avrebbe offerto più di trecentomila lire al mese. Ero disperato, dovevo assolutamente trovare i soldi. Mi feci prestare un motorino per cercare lavoro e il giorno stesso che lo ritirai ebbi un grave incidente. Un folle mi tagliò la strada e finii sull’asfalto dopo aver urtato violentemente la macchina. Lui scappò senza prestarmi soccorso e per fortuna fui aiutato da alcune persone che aspettavano alla fermata di un autobus. Accorsero subito due ragazze che mi dissero di essere infermiere; in seguito arrivò un carabiniere che incominciò a raccogliere testimonianze. Tra queste persone c’era anche un avvocato che lasciò il suo biglietto da visita e corse immediatamente a inseguire la macchina con il suo scooter per prendere il numero di targa. Nonostante il ricovero in ospedale per trauma cranico e lesioni alla gamba sinistra, fortunatamente non riportai gravi conseguenze. In quel momento mi ricordo che recitavo Daimoku dalla paura, ma al tempo stesso sentivo però che il Gohonzon non mi avrebbe mai abbandonato. Infine mi dissero che l’incidente era stato verbalizzato dal capo dei vigili che si rivelò lo zio del proprietario del motorino e aggiunsero che mi trovavo in una botte di ferro poiché l’avvocato era riuscito a prendere la targa. Mi feci un bel pianto dalla gioia! Riuscii dunque ad andare in Francia con i quindici milioni dell’assicurazione e continuai la mia sfida nella ville lumière. Ho avuto una bellissima accoglienza da parte dei membri francesi collezionando una serie di esperienze che non dimenticherò mai. La mia casa divenne un costante luogo di riunioni e pian piano riuscii a vincere quei fastidiosi ostacoli della lingua francese superando ben cinque esami che mi furono convalidati senza problemi nel mio piano di studi. In quel periodo ero così felice della mia vittoria che dicevo a tutti di sognare davanti al Gohonzon perché ero convinto che non c’erano limiti nel Buddismo. Ora bisognava concludere gli studi e affrontare il famoso scoglio della tesi. La mia docente mi consigliò di fare ricerche su uno scrittore indiano e mi propose di spiegare il sostrato filosofico-culturale induista all’interno di alcuni romanzi indo-inglesi. All’inizio fui così entusiasta che accettai ma dopo un po’ di tempo fui letteralmente spaventato dalla grandezza del progetto. Ma era possibile che non potevo starmene un momento tranquillo? Perché mi cacciavo sempre in imprese assurde? In realtà di assurdo c’era che il mio cuore desiderava sempre una cosa e la mia testa per paura nascondeva tutto ciò che volevo fare.
Tramite il Gohonzon capii che ormai era giunto il momento di liberarmi di questo vecchio gioco. Così recitai cercando di sviluppare il coraggio necessario per essere me stesso al cento per cento senza più compromessi e autocommiserazione. Il beneficio di questo piccolo risveglio fu che accumulai così tanto coraggio e forza che decisi di andare in India per sei mesi e condurre lì le mie ricerche per la tesi. È difficile esprimere con le parole ciò che ho provato in quel posto dove esistono ancora gli dèi, i templi, i lebbrosi... un’esperienza che mi ha permesso di conoscere ulteriormente me stesso e di approfondire la fede nel Gohonzon.
Ho sempre avuto molta protezione e la fortuna di incontrare persone che mi hanno sempre sostenuto e incoraggiato negli studi. Alla fine del soggiorno ho avuto anche il piacere di incontrare lo scrittore su cui stavo lavorando, concludendo con successo il mio viaggio in quel pianeta dalle luci ignote e impossibili. Lo scorso dicembre mi sono alla fine laureato con il massimo dei voti e ho deciso di intraprendere la carriera accademica con un dottorato di ricerca per potermi dedicare sempre più alla letteratura indiana. Oggi sono veramente grato alla mia famiglia per avermi sostenuto e protetto nelle mie varie peripezie. Sono certo che prima o poi incontrerò anche un compagno col quale “camminare insieme” e impegnarsi affinché le discriminazioni e i pregiudizi vengano cancellati per sempre. Voltandomi indietro stento a credere di essere cambiato così tanto ma, come ci insegna il presidente Ikeda, perseverando nella sofferenza e basandoci sulla Legge mistica, la vita può diventare una grande tela su cui possiamo dipingere vibranti “scene d’azione” e liberi “capolavori di felicità”. (S.M)(dati modificati)
stampa la pagina

Commenti