I "limiti" accessibili

«Ringrazio quell'amica per avermi dato l'opportunità di sfidarmi nella mia timidezza e nei limiti fisici e sociali derivanti dalla mia disabilità che, fino ad allora vedevo insormontabili. Ora li vedo per quello che sono, grandi, difficili, ma da qualche parte accessibili».

Ho trentasei anni e pratico il Buddismo da quattro. Sono disabile, e la mia malattia si chiama tetraparesi spastica. Il parto di mia madre è stato complicato e una parte del mio cervello è stata gravemente danneggiata. A distanza di un anno i miei genitori si sono accorti che non riuscivo a camminare e a parlare. I medici non avevano dubbi: sarei rimasto su una sedia a rotelle per tutta la vita. Grazie al continuo incoraggiamento dei miei genitori e di una terapista svizzera, facendo molta ginnastica ho imparato a camminare, a leggere e a parlare.
Ho conosciuto il Buddismo nel 2004 tramite mia madre, che mi ha sempre incoraggiato senza mai essere invadente e ho cominciato a leggere alcuni libri buddisti per approfondire i miei problemi di handicap. All'inizio ero scettico ma curioso.

Durante quell'anno la SGI partecipava alla raccolta di firme contro la pena di morte, e io in quel momento mi sentivo afflitto sia per i miei problemi che per la situazione di mio fratello Roberto che soffriva di problemi depressivi. All'epoca ero cattolico e frequentavo la chiesa, però non riuscivo ad accettare quanto mi veniva detto e cioè che dovevo rassegnarmi a subire i miei problemi di ragazzo disabile. Io invece sentivo in me la voglia di accettare i miei problemi, non di doverli subire. Allora ho provato a seguire un'altra strada.
Ho visto nella raccolta delle firme contro la pena di morte la possibilità di dare un mio contributo concreto per aiutare chi soffre, e senza saperlo in quel momento, di sfidarmi in qualcosa in cui credevo profondamente. Sono andato in giro da solo per tutto il quartiere e ho raccolto ottocento firme in un anno e mezzo. Ho provato un'immensa gioia nel fare questa attività e ho sentito per la prima volta che, nonostante fossi disabile, potevo dare il mio contributo alla società.
I problemi però iniziarono subito, infatti mentre recitavo Gongyo e Daimoku mi venivano dei forti mal di testa. Più praticavo e più i dolori aumentavano. Ho pensato che la pratica fosse la causa di questi dolori e ho avuto paura, ma ho deciso di continuare; non volevo sentirmi sconfitto e sentivo che dovevo affrontare questa battaglia dentro di me per trovare il mio equilibrio spirituale.
Ho capito solo dopo che quella occasione mi aveva permesso di fare una grande esperienza. Una sera che avevo un fortissimo mal di testa presi un'aspirina. Dopo una decina di minuti cominciai a gonfiarmi come un pallone: ero allergico al suo componente principale e ai farmaci similari. Non ero mai stato allergico alle medicine, quindi quel mal di testa mi aveva dato l'occasione di scoprirlo evitando guai ben più gravi. Non ho mai smesso di praticare e ho fatto bene perché nel frattempo ho scoperto che la causa del mio mal di testa è la cervicale e oggi i dolori sono molto diminuiti anche grazie a una terapista, anche lei buddista, che ha fatto un ottimo lavoro sul mio collo e sul mio spirito.
Nel 2006 fui "costretto", anche se timoroso, da Luciana a partecipare alla mia prima riunione di discussione perché pensavo di non essere accettato, ma ho capito che il problema era solo mio, dovevo cominciare ad accettarmi io per primo. Ed ecco che ho avuto quasi subito un altro beneficio. Era da tempo che mio padre si stava impegnando per cercarmi un lavoro, e dopo molti tentativi finalmente l'ho trovato. Il mio lavoro consiste nell'inserimento di dati al computer. Mi sono impegnato molto e dopo un anno ho dimostrato di essere un ragazzo sveglio, meritevole di una promozione. Mi sono rivitalizzato, tanto che nel dicembre del 2006 sono diventato membro e un anno dopo mi hanno proposto la responsabilità di settore giovani. Anche se con paura volevo sostenere i giovani con la mia esperienza, incoraggiandoli ad affrontare la vita con coraggio e lottare contro le difficoltà quotidiane, in particolare mio fratello, che continuava a essere sofferente e chiuso in un mondo tutto suo.
Un giorno in un giardino pubblico ho conosciuto una bella ragazza di nome Luigia. Ero su una panchina, lei si è seduta vicino a me e dopo qualche convenevole ha cominciato a parlarmi della sua vita privata, della sua depressione, del suo malessere. Era la prima volta che mi trovavo ad affrontare una situazione del genere. Ero imbarazzato e meravigliato di trovarmi insieme a una ragazza, che non conoscevo e che aveva scelto la mia spalla su cui piangere. Lei parlava e io ascoltavo, ma dopo un po' lei mi ha salutato e se ne è andata. Ho pensato: «La prossima volta mi faccio gli affari miei!».
Ma poi mi è venuto il senso di colpa, mi sentivo ingrato. Io avevo avuto aiuto dai miei e dagli altri e ora che qualcuno lo chiedeva a me, scappavo! Volevo rivederla, così ho deciso di affidarmi al Gohonzon per conoscerla meglio e diventare suo amico.
Dopo qualche mese l'ho incontrata di nuovo, ero contento, lei mi piaceva, abbiamo parlato un po' e anche se timido, le ho proposto di accompagnarla in parrocchia (lei è molto religiosa). Mi sorprendeva il fatto che lei non sembrava in difficoltà con i miei problemi, anzi mi diceva di non vederli e che ero un ragazzo con la testa a posto.
Durante l'anno in cui ci siamo frequentati ho fatto cose che non pensavo di poter fare, come andare al cinema, in pizzeria e... anche in discoteca! Per me era come riprendere qualcosa che mi era stato tolto e che ora la vita mi rendeva, e mi piaceva parlare di me, raccontarle dei miei problemi, e anche qualche segreto.
Ero completamente preso da questa situazione, praticavo sempre, ma sempre più svogliatamente, con la testa da un'altra parte. Cominciavo ad accorgermi che stavo perdendo tutti i rapporti di amicizia e altri valori importanti della mia vita, non facevo niente neanche come responsabile di settore, ma non mi sono staccato completamente dal Gohonzon, sono andato comunque alle riunioni e ho superato il mio primo esame di Buddismo. Mi piacevano tutte queste novità, ma nello stesso tempo sentivo dentro di me un grande vuoto.
Dopo un paio di volte che sono andato in vacanza con lei, mi ha fatto capire che il mio affetto e la mia amicizia non erano per lei così importanti, cercavo di consigliarla ma lei faceva sempre come le pareva. Le ho parlato del Buddismo, ha recitato insieme a me, ma a un certo punto mi sembrava che invece di avvicinarci ci allontanavamo. Mi sentivo impotente e intrappolato, mi sono reso conto che non ero più in grado di aiutarla standole vicino e oltretutto che non stavo aiutando neanche me; ma grazie al grande aiuto dei compagni di fede ho deciso di recitare perché trovasse un ragazzo che potesse meglio di me capire i suoi problemi e la sua depressione. Qualche tempo dopo Luigia ha trovato un fidanzato e sono stato molto contento per loro. Non ero innamorato veramente di lei, ma era la prima volta che avevo una relazione stabile con una ragazza e mi ero fatto prendere un po' la mano. Grazie a questo incontro, ho capito meglio ciò che cerco in una relazione di coppia. Anche se io ho problemi particolari voglio trovare esattamente ciò che è bene per la mia vita. Ringrazio quell'amica per avermi dato l'opportunità di sfidarmi nella mia timidezza e nei limiti fisici e sociali derivanti dalla mia disabilità che, fino ad allora vedevo insormontabili. Ora li vedo per quello che sono, grandi, difficili, ma da qualche parte accessibili.
Da qualche anno i miei avevano una casa data in affitto. A un certo punto hanno deciso di ristrutturarla per metterla a disposizione di mio fratello. Ma purtroppo non stava ancora bene e non è ancora possibile per lui andare a vivere da solo. Mia madre, che mi ha sempre stimolato a sfidarmi, ha proposto a me di andarci. Ed ecco ancora la paura che si faceva avanti, ma dall'altra parte sentivo la mia nuova forza che cominciava a farsi strada nel mio animo. Ho recitato molto Daimoku per capire qual era la cosa migliore per me: se la prudenza (anche se vestita di paura) o la curiosità di questa nuova esperienza.
Devo ringraziare mio papà che, per il mio bene (ne sono sicuro), cercava di ostacolare questo progetto. Io sono anche un po' testardo e nei confronti di mio padre ho avuto a volte divergenze di vedute molto nette. Ho cercato di tirar fuori una grande determinazione, e alla fine ho detto a me stesso: «Dimostrerò a mio padre che si sbaglia sul mio conto e sarò in grado di superare anche questa sfida!».
È diverso tempo che vivo per conto mio grazie anche ai miei genitori che mi sostengono negli aspetti pratici, per esempio vado ancora a mangiare a casa loro, ma piano piano cerco di stare sempre più nella mia nuova casa, che fra l'altro ho contribuito ad arredare.
Lo scorso luglio ho ricevuto il "mio Gohonzon" e ho aperto la casa all'attività buddista. Ora che posso recitare Gongyo e Daimoku davanti al Gohonzon nella mia casa, sento di avere più forza e determinazione, e sono grato per aver avuto l'opportunità di iniziare a costruire un'altra vita più mia.
Mia madre mi ha regalato una maglietta con su scritto: «Barcollo ma non mollo», carina, no? (D.D.G.)(dati modificati)
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Commenti

  1. Barcollo ma non mollo.. me la devo far regalare anch'io da mia madre! ;-)

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