Felicità, nonostante tutto

Poiché io vedo le cose in questo modo, provo una gioia senza limiti anche se adesso sono un esiliato. Sia la gioia che il dolore ci provocano lacrime. Le lacrime esprimono i nostri sentimenti nel bene e nel male. I mille arhat versarono lacrime in memoria del Budda, e in lacrime il bodhisattva Monju recitò Myoho renge kyo. Fra quei mille arhat, il venerabile Ananda replicò in lacrime: «Così ho udito». Allora le lacrime di tutti gli altri caddero, bagnando i loro calamai, ed essi scrissero: «Myoho renge kyo» seguito da: «Così ho udito». Io, Nichiren, provo oggi lo stesso sentimento”. (Dal Gosho "La vera entità della vita")

È indubbio, Nichiren Daishonin oltre ad essere un grande uomo riusciva a trascrivere nei suoi insegnamenti, anche quelli più profondi, una poesia e una dolcezza non comuni. E infatti tutte le volte che leggo questo brano mi sento colpita nel profondo, perchè mi immagino questi venerabili saggi che nell’udire il vero insegnamento piangono con umiltà. E penso alla commozione del Daishonin derivata dalla consapevolezza di essere il vero Budda con una missione immensa da portare avanti per salvare l’umanità. Il Daishonin era un uomo comune che ha lottato con tutto se stesso per affermare ciò in cui credeva. Ha lottato contro i politici del tempo, contro l’ignoranza dei preti, contro disagi e malattie con questa grande responsabilità di salvare tutto il genere umano. Io, oltre che a ritenerlo il mio maestro, lo ritengo un grande rivoluzionario che non si è mai concesso un attimo di tregua durante tutta la vita.
Questo Gosho, per esempio, fu scritto da Sado, un luogo orrendo. Innumerevoli sono state le persone lì esiliate durante i circa mille anni intercorsi tra l’era Tempyo e l’era Edo. Nonostante ciò il Daishonin visse le sofferenze più atroci con un coraggio e una forza incredibili, perché nel suo cuore aveva costruito una felicità assoluta e poteva godere di una gioia più grande e più solida di qualsiasi altro.
E qui è inevitabile che io mi ponga delle domande del tipo: «Ma come posso trarre gioia da una situazione difficile? Come posso immaginarmi gioiosa e sorridente e magari nello stesso tempo essere disoccupata, malata, sola, senza casa e caso mai andare anche ad incoraggiare delle persone? Perché il Daishonin era così felice nonostante la situazione così avversa? Come faceva a scrivere lettere piene di compassione e di forti incoraggiamenti alle persone, quando non aveva neppure da mangiare? Perchè quando io ho un problema vedo solo quello e piano, piano la mia vita tende a chiudersi?» Eppure lui stesso ci rassicura che: «Non esistono differenze tra un Budda e un comune mortale». Io credo che, oggi, in una società dove il superfluo è indispensabile pensiamo che la felicità sia avere una bella casa, tanti soldi, una persona meravigliosa con cui stare insieme ed è più che lecito desiderare queste cose. Però la felicità assoluta provata dal Daishonin e la felicità relativa di avere una Ferrari appartengono a dimensioni completamente diverse. La prima non è qualcosa che si può ottenere attraverso la ricchezza, la salute o l’amore ma è totalmente indipendente dai costanti cambiamenti dell’ambiente.
Ma come facciamo a costruire una felicità così salda e duratura? Dipende dalla relazione fra l’obiettivo che ci siamo posti e se ci stiamo sforzando o meno per raggiungerlo. Quando impegnamo tutte le nostre forze per realizzare qualcosa e andiamo avanti pregando il Gohonzon senza permettere a niente e nessuno di ostacolarci si può sentire nella profondità della nostra vita un senso di pienezza e di soddisfazione. Ma in fondo chi di noi non ha mai provato a recitare Daimoku con questi risultati? Il problema è che è facile dimenticarsene. Ma è solo in questo modo che si può costruire la felicità assoluta. Solo così possiamo gustarci pienamente tutto cio che è “relativo”. Dipende solo da noi. Penso che il punto chiave sia proprio questo e cioè che la nostra felicità la possiamo ritrovare solo dentro noi stessi. Meno male! (Manola Fiorini)(Foto di Giulietta)
stampa la pagina

Commenti