Essere se stessi #2/2

Il ciliegio? Non è un pesco

Nell’Ongi kuden si legge: «I fiori del ciliegio, del prugno, del pesco e del susino selvatico posseggono caratteristiche proprie. Le loro entità non si trasformano in musa sanjin, ma esse sono musa sanjin di per sé. Adesso, nell’epoca di Mappo, Nichiren e i suoi discepoli che recitano Nam-myoho-rengekyo sono i maestri di musa sanjin».
Salvo poche eccezioni, ogni essere umano deve vivere ogni giorno a contatto con gli altri. Ciascuno, d’altra parte, è in qualche modo diverso da tutti gli altri. Il punto è se sia necessario annullare, o quanto meno temperare le differenze fra le persone ricercando quanto più possibile l’uniformità o, al contrario, sviluppare al massimo le proprie caratteristiche e imparare ad armonizzarle con quelle di chi ci circonda per trarne reciprocamente il massimo vantaggio.
Alla luce del brano dell’Ongi kuden sopracitato, la domanda è retorica. A nessuno verrebbe in mente di rimproverare un fiore di ciliegio perché non assomiglia a un fiore di pesco. Chiunque, anzi, potrebbe apprezzare una composizione ikebana in cui ogni diverso fiore fosse collocato armoniosamente con il giusto risalto. La risposta è quindi: come insegna il Buddismo, la ricchezza di un essere umano sta proprio nelle caratteristiche uniche e inimitabili che lo rendono diverso da chiunque altro, e la ricchezza di un insieme di esseri umani sta nella capacità di utilizzare, senza soffocare, le caratteristiche
di ciascuno.
Nella pratica, vivere in una società porta a individuare nelle altre persone dei modelli, positivi o negativi, a cui rapportarsi. Di fronte a qualcuno che riteniamo in qualche modo “superiore” sotto qualche aspetto, possiamo diventare invidiosi o gelosi, oppure veder diminuire la fiducia in noi stessi. Viceversa, quando ci sentiamo in posizione di superiorità possiamo tendere all’arroganza o alla sopravvalutazione di noi stessi. In entrambi i casi, sia la mancanza che l’eccesso di fiducia conducono fatalmente a fermare il processo di sviluppo e autoriforma che è il cardine della pratica buddista, con il risultato di arrestare la nostra crescita come esseri umani.
La sfida più importante per chiunque ha iniziato a praticare il Buddismo – accettando quindi implicitamente di lottare per migliorarsi – sta proprio nel condurre questa lotta con il coraggio di assumere se stesso come punto di riferimento. Questo significa superare la paura di vedersi riflessi nello specchio del Gohonzon così come si è, senza preconcetti e sovrastrutture, per poter individuare e superare i propri limiti, ma anche per scoprire quali meravigliose potenzialità prima sconosciute esistano nella propria vita. E scoprire a poco a poco la propria più vera identità è senza dubbio un’esperienza ineguagliabile.
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