Essere se stessi #1/2

Platone, Cartesio e gli altri

Essere se stessi, conoscere se stessi, identità: spesso, anche parlando di fede, si incontran o o si utilizzano queste espressioni. Uno dei più profondi desideri dell’uomo riguarda proprio la conquista della chiave della propria interiorità: per secoli filosofi, artisti, religiosi si sono adoperati in questa direzione. Ma chi, che cosa è questo “io” così tenacemente ricercato? Come definirlo?
Platone diceva che l’io è tutto ciò che non può essere definito come esterno a noi. Ma chi è che definisce? Sempre io. Ed ecco che di “io” ce ne sono già due: l’io che “vede” e l’io che viene visto. A quale dei due applicare la massima socratica “conosci te stesso”? Il Buddismo Zen sostiene, al proposito, l’esistenza di tre “io” concentrici: l’io che viene osservato, l’io che osserva, e l’io che si accorge che esistono gli altri due. Quest’ultimo sarebbe il vero io e lo scopo di quella filosofia e della sua pratica, è una progressiva (o improvvisa, dipende dalle scuole) emersione del terzo livello di coscienza. Su ben altre basi, Cartesio e il razionalismo europeo proponevano, come definizione dell’io, l’io che si accorge di stare pensando a una data cosa: “cogito, ergo sum”. Per il fatto che penso a una cosa, mi rendo conto di essere.
Ma già un filosofo attento come Spinoza si rendeva conto che l’io che si accorge di pensare non è immutabile, e proponeva un sistema meditativo, basato su di una scala, per elevare il proprio punto di vista, spingendolo oltre l’umana ordinaria capacità. In sostanza, si era accorto dell’esistenza di qualcosa di simile ai “dieci mondi” e aveva notato che – a seconda degli stati vitali – il paesaggio osservato cambia e altrettanto cambia la sensazione dell’io che si accorge di osservare, la sua percezione del tempo e dello spazio.

Reagendo al razionalismo cartesiano e illuminista, i Romantici riaffermano invece che l’io è la sede delle passioni e dei sentimenti profondi: l’io-che-guarda deve lasciar spazio quindi all’io-che-sente, poiché l’uomo realizza e manifesta la propria interiorità più vera nella dimensione del sogno e della sensitività. L’io-Apollo, solare, razionale, freddo e decisionista becontrapposto e vinto dall’io-Dioniso, lunare, ispirato, imprevedibile e profondo. Una posizione che riapre il sipario dell’interiorità, dei mostri e degli angeli che lo abitano e la indica come la sede, il mare ricco e tumultuoso dell’io.
Alla ricerca di un equilibrio tra questi estremi, tra la fine del secolo scorso e la prima metà di questo, le scuole psicoanalitiche (Freud, Jung, Lacan, Reich) concentrano sul paesaggio interno la loro attenzione di studiosi, al fine di sviluppare la conoscenza necessaria per armonizzare e migliorare la propria vita interiore con il vivere razionale e sociale. L’io della coscienza deve conoscere il sé, cioè i propri contenuti interni e combattere e vincere la battaglia contro ciò che ci rende infelici. Per loro impulso, acquisisce sempre più importanza l’osservazione delle immagini e degli istinti che la nostra interiorità contiene, viene indagato sistematicamente il sogno, inteso come terreno della libertà di espressione di quel “sé” altrimenti circoscritto e imprigionato dai fenomeni quotidiani. Vengono identificati comportamenti, istinti e visioni comuni al “sé”, viene stilato una sorta di vocabolario segreto di simboli e pulsioni irrinunciabili la cui disfunzione è fonte di squilibrio e malattia. L’io del paziente compie, insieme all’io del terapeuta, il viaggio dentro il proprio sé allo scopo di curarsi e rendersi più felice.
Ma, a differenza del Buddismo di T’ien-t’ai e di Nichiren Daishonin che riconosce un io ancora più profondo e naturale (Buddità) al di sotto della “coscienza magazzino” (amala o deposito del karma), il movimento psicoanalitico deve affidarsi, nel processo di armonizzazione e di liberazione, a valori e principi elaborati razionalmente, scientifici ma esterni alle meccaniche più profonde, con cui allineare e ordinare il “sé”.
Questa è proprio la fortuna di chi pratica il nostro Buddismo: avere a disposizione un mezzo assolutamente individuale e specifico per armonizzare e illuminare il proprio “io” e il proprio “sé”, un mezzo che attiva una parte di noi stessi e non abbisogna di particolari principi e teorie, perché si basa su di un qualcosa di innato nell’uomo, che sa fare questo lavoro con naturalezza, stile e con competenza assoluta. Basta dare tempo al Daimoku, avere pazienza e attenzione: prima silenziosamente, poi sempre più gioiosamente in evidenza, la nostra “nona coscienza” si mette a lavorare. Per la nostra personalissima, peculiare, felicità assoluta. (Marcello Varaldi)
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