Adesso faccio sul serio

«Iniziai a fare attività con il Gruppo internazionale a Tokyo con uno spirito diverso, di dare incondizionatamente, senza calcolare quanti benefici avrei avuto in cambio»

Ho iniziato a praticare questo Buddismo all'età di sedici anni. A quel tempo ero profondamente disgustato dalla società e mi piaceva vivere per strada. Dato che l'amico che insisteva per farmi praticare era visibilmente cambiato e gli altri praticanti che avevo incontrato non sembravano la solita accozzaglia di lunatici, decisi di provare. In questi ventiquattro anni ho ricevuto moltissimi benefici in ogni aspetto della vita: un bel matrimonio, ottime relazioni con le persone, amicizie profonde, una buona situazione finanziaria, esperienze meravigliose e tanta fortuna. Oltre a ciò grazie alla Soka Gakkai ho potuto vivere una gioventù spesa nel migliore dei modi e senza nessun rimpianto.

Nel 1998 fui chiamato in Giappone da un'azienda italiana per una posizione dirigenziale. Parlavo la lingua, avevo già fatto moltissimi viaggi di lavoro in Giappone e inoltre mia moglie è giapponese quindi sarei entrato "dalla porta principale" con un contratto, il visto e una casa; di conseguenza pensavo di aver risolto tutti i miei problemi e che mi aspettasse una vita agiata. Ovviamente, fu tutto il contrario...
Innanzitutto lasciavo una situazione irrisolta con i miei genitori. Dalla loro separazione, quasi trent'anni prima, si erano sempre fatti una guerra serrata e di conseguenza anche la mia relazione con entrambi era sempre stata difficile. Era un aspetto della mia vita che sin dall'inizio della pratica ho sempre voluto trasformare ma, nonostante le cose andassero un po' meglio, sentivo che il problema era stato scalfito solo in superficie. Durante le mie visite in Italia, sempre con le ore contate, il rinfacciarsi reciprocamente il passato era ormai la regola.
La situazione lavorativa non andava meglio: i miei datori di lavoro erano professionisti di lunga esperienza ai quali non sfuggiva nulla e che non accettavano la minima scusa. Io mi ero rivelato una frana completa. Vivere e lavorare in una società dove la competizione è fortissima non è la stessa cosa di venire dall'Italia e fare quello che "parla il giapponese". Qui si faceva sul serio. Nel privato, lontano dalle persone che "ti vogliono bene nonostante ti conoscano", tutti i miei difetti ancora irrisolti erano lì in bella mostra davanti a me e agli altri. Un vero incubo. Dopo quasi vent'anni di pratica buddista con un "curriculum" di tutto rispetto dovetti quindi azzerare tutto quanto e ricominciare da capo.
Per i primi anni ho praticato come sempre, ma non bastava. Più le cose non andavano come volevo io, più mi intestardivo e aumentavo il Daimoku. Chiesi un consiglio ai responsabili anziani, seguii i consigli che avevo ricevuto, recitavo due ore di Daimoku ogni giorno e cinque nei fine settimana. Ma chiedevo sempre al Gohonzon: «Dammi, dammi, dammi...» e vivevo la mia situazione con estrema pesantezza, accecato da tutto quello che non mi andava bene, prigioniero di una situazione che ritenevo troppo dura e insopportabile.
Fortunatamente ero sempre in contatto con i vecchi amici e compagni di fede e una delle persone alla quale sono più legato riuscì a farmi cambiare il punto di vista: in fondo avevo un lavoro ben pagato che mi piaceva, in un paese dove avevo scelto di vivere. Avevo una casa sia in Giappone che in Italia, ero in buona salute e avevo mille occasioni per imparare tante cose.
Che avevo da lamentarmi?
Iniziai a fare attività con il Gruppo internazionale a Tokyo con uno spirito diverso, di dare incondizionatamente, senza calcolare quanti benefici avrei avuto in cambio.
Al mio arrivo consideravo questo gruppo come un piccolo rifugio per tutti gli stranieri che non sapevano il giapponese. Si tratta invece di un gruppo che svolge le sue attività presso la sede centrale della SGI e può realmente influenzarne le attività a livello globale. Molti vice presidenti, responsabili dei contatti con interi continenti, si fanno un'idea più precisa di ciò che succede fuori dal Giappone proprio attraverso contatti personali e ripetuti con il Gruppo internazionale, cosa che non sarebbe possibile nei loro viaggi all'estero, pieni di riunioni e con i filtri dell'interprete. Inoltre molti membri che vengono in Giappone per periodi limitati di tempo riportano nei loro rispettivi paesi esperienze preziose e spesso diventano leader che apportano importanti cambiamenti.
Decidendo in prima persona che io, noncurante di qualunque difficoltà o desiderio inesaudito, sarei stato il protagonista della mia vita, smisi del tutto di lamentarmi. Avevo altro da fare: contribuire sul serio alla pace nel mondo. L'attività con il Gruppo internazionale è permeata da un'atmosfera globale in cui ci si fanno molte domande concrete su come la SGI potrebbe muoversi su scala mondiale nel ventunesimo e ventiduesimo secolo. In questa prospettiva, i mille problemi che ci possono essere nella vita personale si ridimensionano parecchio e l'energia che deriva dal "taglio netto al lamento" è veramente notevole.
Durante una delle annuali visite lampo a Firenze, iniziai a considerare che tutti gli aspetti positivi del mio carattere li avevo ereditati dai miei genitori, scoprendo in realtà quanto fossero meravigliosi. Sentii il desiderio di aiutarli a risolvere i loro crucci per "ripagare il mio debito di gratitudine" nei loro confronti e non per risolvere un problema mio. Chiesi loro di incontrarci tutti e tre insieme e, dopo aver recitato Daimoku con uno spirito di "dare" e non di "ricevere", passammo una bella giornata, a volte un po' tesa ma tutto sommato soddisfacente. Al momento della separazione, mentre pensavo che questo in fondo era il massimo al quale si poteva aspirare, successe qualcosa di strano: forse fu un odore, un colore, un "omino" che passava, un attimo che ci ricordò qualcosa di buffo che avevamo vissuto insieme e che solo noi in quanto "famiglia" potevamo sapere. Esplodemmo tutti e tre in una risata a crepapelle, una risata lunga che sembrò durare in eterno, come fossimo sospesi nel tempo. In quel preciso momento, tutta la rabbia, il risentimento e i pensieri negativi si sciolsero e scomparvero come se le nostre vite si fossero fuse a un livello così profondo che le parole e le spiegazioni non erano più necessarie.
Una risata di tre minuti ha trasformato l'odio di trent'anni. Da allora passiamo delle belle giornate insieme ogni volta che visito l'Italia. Delle normalissime belle giornate, io e i miei genitori, un qualcosa di molto prezioso.
Questa esperienza ha trasformato completamente il mio modo di praticare. Da allora ho cominciato a cercare di pulire ogni aspetto della mia vita, fino in fondo e senza nascondere la polvere sotto al tappeto. Quando la "massa spirituale" della propria vita diventa grande, le cose intorno a noi cambiano in un modo inimmaginabile, quasi fosse una massa fisica.
Come sensei spesso ci spiega, l'ultimo ventennio del ventesimo secolo è stato preparatorio al ventunesimo e ho cominciato a chiedermi spesso come far sì che la SGI crei una forte base per lo sviluppo futuro.
Senza più preoccuparmi troppo di quello che mancava nella mia vita, ho cercato di vincere la paura di prendermi la responsabilità in prima persona e ho apportato tutta l'esperienza accumulata in anni di attività in Italia. Non mi ero reso conto della fortuna di esserci stato in quel particolare momento storico in cui, essendo pochissimi, si doveva fare di tutto: dalle pubblicazioni alle scenografie per le riunioni, attività soka-han, lavori di restauro al Centro di Firenze, cori, autisti e quant'altro.
Il senso di pienezza di poter fare attività "a fianco" del presidente Ikeda mi ha dato una grande gioia, una maggiore larghezza di orizzonti sia nello spazio che nel tempo. Per "a fianco" non intendo che lo incontriamo spesso - anzi preferiamo dare questa occasione ai membri che visitano il Giappone provenienti da tutte le parti del mondo per partecipare ai vari corsi - bensì essere consci di ciò che sensei sta portando avanti, cercando di anticipare i suoi desideri e di comprenderne la prospettiva per i prossimi tre secoli.
Il senso di poter usare la mia vita per una grande ed entusiasmante avventura mi ha fatto scordare tutte le cose di cui mi lamentavo ma il Gohonzon non si è scordato delle mie preghiere: mia moglie è rimasta incinta dopo anni di tentativi e terapie a vuoto e in luglio è nata una bambina a cui spero di poter passare il testimone di quanto sto facendo.
Ultimamente anche al lavoro ho cominciato a stare benissimo. Mi sono state affidate nuove responsabilità e ho potuto fare esperienze preziose anche in Corea e in Cina. Finalmente ho potuto godere i frutti di tanti anni di duro allenamento a prendersi la responsabilità fino in fondo, a non farsi mai trovare impreparato, a essere dotato di acume tagliente in ogni circostanza.
I miei datori di lavoro erano persone di questo tipo e da me non si aspettavano di meno. Adesso provo solo una profonda gratitudine. Come sempre succede quando si risolve una situazione e ci si trova bene, dopo anni di colloqui in cui arrivavo sempre secondo, tre mesi fa ho ricevuto la chiamata di un'ambasciata europea che ha insistito presso il ministero del proprio paese per avermi nel suo organico per occuparmi di ambiente ed energie alternative. Era un lavoro che desideravo da tanto tempo.
Si conclude così una prima fase della mia vita e della mia pratica proprio a quarant'anni, di cui più della metà come buddista. Sono pronto a entrare in una fase del tutto nuova in cui mi aspettano mille difficoltà da superare ma anche orizzonti sempre più vasti da ammirare. La vita è davvero una bella cosa. Non dovremmo sprecarla, ma usarla al meglio! (L. F.) (dati modificati)
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