Qualcosa d'insolito


«Il carcere non mi avrebbe impedito di proseguire la mia rivoluzione, come non aveva impedito a Ikeda, Toda e Makiguchi di realizzare il loro sogno: propagare la Legge».

Il Buddismo è comparso nella mia vita come "il puro fiore di loto che sboccia dalla melma", in un momento che, per rimanere in tema, nella melma c'ero dentro fino al collo, solo che non lo sapevo. Succede spesso ai tossici. A dirla tutta, per essere uno della mia categoria, in quel periodo ero convinto di dare dei punti a molti. Avevo iniziato a diciotto anni nel tentativo di aiutare una ragazza, invece c'ero cascato io. Molto banale. In seguito mi distinsi pensando di diventare un vero outsider e, istruito da gente che la sapeva lunga, incamerando merce e pagando i fornitori con assegni a vuoto, davo il mio modesto contributo a far fallire sia società, intese come aziende, sia persone, intese come esseri umani. Solo che non me ne rendevo conto. Trascorrevo le mie giornate mezzo fatto, in una camera d'albergo, convinto di poter smettere con tutto, droga e cattive amicizie, se solo lo avessi voluto. Vivevo nel mondo d'Inferno, ma non lo sapevo per il semplice motivo che non ne avevo mai conosciuto un altro.

In questo albergo infernale, per mia fortuna, lavorava una ragazza convinta che la Buddità esiste in ogni persona. Lei riuscì a vederla persino in me, a vedermi come il puro fiore di loto che sboccia nella melma. Mi trovavo al bivio più importante per la mia esistenza, il crocevia della vita e della morte. Per la prima volta, recitando Nam-myoho-renge-kyo con Lina, percepii la mia vita come un tesoro prezioso che stavo gettando via. Tornai a casa, da mia madre. La mattina e la sera riuscivo a fare Gongyo, sostituendo alla quotidiana cerimonia del buco l'eterna Cerimonia nell'aria. Per la prima volta avevo come punto di riferimento qualcosa che andava verso la vita e non verso la morte.
Nel giugno del 2000, dopo sei mesi, durante i quali giorno per giorno rafforzavo davanti al Gohonzon la mia nuova tendenza vitale, arrivò l'opportunità di un lavoro. Tutto sembrava andare per il meglio, ma non avevo fatto i conti con la mistica Legge di causa ed effetto. La retribuzione karmica arrivò sotto forma di due carabinieri che durante una tranquilla mattina di fine estate si presentarono al lavoro accompagnati da Lina e davanti a tutti i miei colleghi mi portarono via, in carcere. Dopo una settimana ero fuori, indagato, in attesa di processo e senza lavoro. In ogni caso nel Gosho trovavo sempre la risposta. Nell'ultimo anno mi era accaduto qualcosa di insolito, perché invece di continuare a farmi avevo conosciuto il Buddismo. «Si verifica sempre qualcosa fuori dal comune [...] quando un comune mortale consegue la Buddità. In quel momento i tre ostacoli e i quattro demoni invariabilmente appariranno: il saggio si rallegrerà, mentre lo stupido indietreggerà (SND, 4, 128)». Davanti ai tre potenti nemici tirai fuori il coraggio di un leone. In ditta avevano visto tutto, come al cinema: i carabinieri, le manette ecc. Si pratica per l'impossibile e davanti al Gohonzon determinai il mio obiettivo: voglio quel lavoro in quell'azienda. Quasi subito il titolare della ditta mi chiamò per dirmi che aveva deciso di tenermi a lavorare lì, nonostante fossi ancora indagato. Potevo fare la mia rivoluzione umana a partire esattamente da dove mi trovavo. Nel novembre 2001 le indagini vennero chiuse, adesso dovevo "solo" aspettare il processo. A luglio del 2002 finalmente ricevetti il Gohonzon e mi posi l'obiettivo di andare a Trets a dicembre, anche se in quel momento non avevo nemmeno la possibilità di lasciare l'Italia. Recitai tantissimo Daimoku e imparai a usare il Gohonzon, prima di qualsiasi altra cosa. A fine novembre mi arrivano i documenti per poter andare all'estero e a dicembre ero a Trets! Qui mi parlarono per la prima volta del caso Nikken e davanti al Gohonzon europeo posi l'obiettivo di risolvere il mio caso giudiziario, pensando al presidente Ikeda, per sconfiggere il Demone del sesto cielo, quello che sfidava la vita di entrambi.
Dal mio ritorno da Trets in poi seguirono due anni in cui a dire la verità la mia vicenda giudiziaria passò in secondo piano. Tutto iniziò con la proposta che mi venne fatta di diventare responsabile di capitolo della Divisione giovani uomini. Come accettare con il rischio di finire in carcere? Una responsabile mi disse che "il carcere non mi avrebbe impedito di proseguire la mia rivoluzione umana, come non aveva impedito a Ikeda, Toda e Makiguchi di realizzare il loro sogno: propagare la Legge". Così accettai quella e altre responsabilità senza più alibi ed esitazioni e lo stesso accadeva sul lavoro. Ormai era chiaro: venivo investito di responsabilità contemporaneamente nella società e nella Soka Gakkai ed entrambi gli ambiti erano accomunati dallo stesso atteggiamento sia nella vita quotidiana che nella fede: mi sfidavo in qualsiasi cosa, non mi tiravo mai indietro e appena sentivo crescere in me la paura di non farcela andavo a recitare davanti al Gohonzon. Tremavo dentro, ma recitando Daimoku la forza di quella paura si trasformava nella forza della mia determinazione. Andavo avanti a testa bassa accettando tutto senza risparmiarmi. «Perfino una sola persona se ha scopi contrastanti, finirà sicuramente per fallire» (SND, 4, 267) leggevo nel Gosho Itai doshin e praticavo per non permettere al dubbio di farsi strada nella mia preghiera e nella mia attività buddista. Leggevo anche le guide del presidente Ikeda che vengono pubblicate sul Nuovo Rinascimento e da quelle prendevo consigli per avanzare nella mia nuova vita. Per questo dico che tutto ciò che stava accadendo rispetto al mio debito con la giustizia non era così importante. Non avevo il tempo di preoccuparmene. E così come la sua attesa non era stata al centro della mia vita, anche la sentenza, quando alla fine arrivò nel 2005, non la condizionò in nulla. Non ebbi molto tempo di festeggiare perché ero ormai consapevole della mia missione di Bodhisattva della Terra e non avevo più bisogno di rischiare la vita e la libertà per essere motivato a fare tutte le attività che mi proponevano, fino alla più impegnativa, l'organizzazione di un meeting del 16 marzo con una previsione di 1500 giovani: ne arrivarono quasi 1600!
Nel frattempo ecco una nuova sfida. Chi mi aveva aiutato all'inizio di tutta questa storia a uscire dal mondo di Inferno, ci era finita dentro. La mia compagna, la donna della mia vita, non per droga ma per depressione, aveva perso la gioia di vivere. A distanza di anni ora toccava a me vedere in lei la Buddità. Devo riconoscere che ai tempi in cui ero io nel mondo d'Inferno lei era stata molto più brava di me a tirarmi fuori. Questa malattia non ci voleva proprio! Poi, aumentando il Daimoku cominciai a capire e a recitare perché lei riuscisse a vedere questa vita non con gli occhi del mondo d'Inferno, ma così come la vedevo io. Pensavo sempre alla frase di Gosho: «Soffri per quello che c'è da soffrire e gioisci per quello che c'è da gioire. Considera entrambe, sofferenza o gioia come fatti della vita e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo qualunque cosa accada. In questo modo sperimenterai una gioia illimitata derivante dalla Legge. Rafforza la tua fede più che mai» (SND, 4, 157-158).
Passo dopo passo iniziò nuovamente a praticare insieme a me e alla fine del 2007 la depressione era vinta. Fu in quel periodo che da esami di routine scoprii di aver contratto tempo addietro l'epatite C. La prima fortuna fu che la mia compagna era stata protetta dal Gohonzon e non l'aveva contratta in sette anni. L'altra mia fortuna è che quando mi arrivano queste notizie chiamo sempre il responsabile che ha la parola giusta per incoraggiarmi. Decisi di sfidarmi al massimo e di fare ventiquattro ore di Daimoku alla settimana. A volte non ci riuscivo, ma mi sfidavo al massimo e questo era importante. La cura funzionò, la carica virale scese a zero alla fine del 2007 ero guarito, pronto per una nuova sfida... che non si fece attendere! Ad aprile 2008 la mia azienda chiuse e rimasi senza lavoro. Anche questa volta telefonai a un mio responsabile che mi chiese da quanto tempo avevo saputo la notizia. «Da un'ora e mezza», risposi. «E ti stai ancora lamentando? Non hai ancora rilanciato?». La consapevolezza che lamentarsi non serve a nulla mi rimise davanti al Gohonzon e dopo nove giorni avevo un nuovo lavoro. Ora che come responsabile di area mi trovo spesso nella condizione di poter incoraggiare i giovani mi chiedo ogni volta: «Cosa direbbe al posto mio il presidente Ikeda? Cosa farebbe se fosse qui davanti a questo giovane?».
Nel luglio 2009 si è coronato uno dei miei sogni più grandi: è nata mia figlia Paola. Per lei ho messo un nuovo obiettivo: quello di essere il padre più bravo del mondo. L'altro grande obiettivo è poter ringraziare il presidente Ikeda per quello che ha fatto per me. Se grazie a lui non avessi incontrato il Buddismo ora probabilmente non ci sarei nemmeno più. Voglio dirgli che sono pronto a prendere il testimone che vuole passare ai giovani. Per questo, il mio più grande desiderio è quello d'incontrare personalmente sensei per dirgli: «Io ci sono!». (A.D.R)(dati modificati)
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Commenti

  1. bellissima esperienza ho i brividi grazie

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  2. Grazie sei fantastico , hai avuto una rivoluzione stupenda nella tia vita sei un grandissimo uomo e un grande buddha e sicuramente un magnifico padre , grazie

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  3. Grazie . Ottima rivoluzione sei un grande uomo complimenti

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  4. Grazie sei fantastico , hai avuto una rivoluzione stupenda nella tia vita sei un grandissimo uomo e un grande buddha e sicuramente un magnifico padre , grazie

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  5. I miei occhi sono lucidi, le mie labbra sorridono, il mio cuore spera e l'azione farà il suo ottimo corso. Grazie per la tua esperienza che mi da la carica per sapere che la mia fede ormai è invulnerabile.

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