Il meglio di me

Lui mi urlava: «Sei incapace!» e io gli credevo, mi diceva: «Non vali niente!» e io gli credevo. Ero sua complice, lui diceva a parole quello che io pensavo intimamente di me.

Ho abbracciato questo Buddismo nel 2004. Qualche anno prima me ne aveva parlato un'amica carissima, ma ero convinta che fosse una sorta di plagio mentale e, sinceramente, un po' mi spaventava. Così rimasi della mia idea. La mia vita è stata difficile fin dall'infanzia, i miei genitori hanno sempre lottato con gravi problemi economici fra cui un fallimento. Ciò provocava continui litigi fra loro, tensioni e soprattutto poca serenità mentale per dedicarsi a me e a mio fratello più piccolo. Nel frattempo si stava formando il mio carattere: molto forte fuori ma incredibilmente fragile dentro. Sopportavo bene tutto aspettandomi sempre il peggio, nutrendo contemporaneamente rassegnazione e nessuna aspettativa futura. Covavo rabbia e rancore nei confronti di mio padre che ritenevo una persona inetta ed egoista e consideravo mia madre una persona debole, incapace di reagire e di proteggermi.

Il primo ottobre 2004 fu un giorno difficile per me: chiusi una relazione sentimentale e terminò l'ennesimo lavoro saltuario che stavo svolgendo. Così la sera stessa, dopo l'ennesima insistenza della mia amica, recitai il mio primo Nam-myoho-renge-kyo in lacrime davanti al muro di camera mia. Nel dolore forte di quel momento mi dissi che forse ero "rimbecillita" se mi ritrovavo a dire cose insulse davanti a un muro, ma decisi di provare comunque seriamente per un mese. Recitavo regolarmente Daimoku e Gongyo, andavo alle riunioni e studiavo il Buddismo.
Fin da subito sentii nascere una gioia interiore prima sconosciuta e non derivante dalle situazioni esterne... che erano un disastro! Mi dissi che poteva essere una coincidenza, ma andai avanti; non sapevo da che parte rifarmi con tutti i problemi che avevo e decisi che in quel momento l'obiettivo più urgente era trovare un lavoro. Poco dopo fui contattata da una ditta che mi offrì un impiego con i requisiti che avevo desiderato: un lavoro da impiegata ma nel commerciale, a contatto con il pubblico, cosa che a me piace tantissimo, e anche vicino casa.
Per i primi due anni lavorai in un clima idilliaco, la mia mansione mi piaceva, ero stimata dal mio datore di lavoro fino a che, piano piano, la situazione si capovolse completamente. Intanto nell'attività buddista mi era stata affidata la responsabilità di un gruppo e poi quella di capitolo nella Divisione giovani. Nel frattempo mi ero accorta di alcuni dei miei limiti, come per esempio il sentirmi sempre fuori luogo o la paura di esternare i miei pensieri per timore di non essere accettata.
Fu assunta una collega che avevo tanto desiderato, dato che ero in un ambiente completamente maschile che, però, fece emergere ancora di più questi limiti rivelandosi tutt'altro dell'alleata che credevo. Gli equilibri si ruppero e il mio capo cominciò a considerarmi diversamente: dalla sua pupilla a una nullità. Rimasi a lungo disorientata davanti a questa nuova situazione e mi chiedevo continuamente: «Ma allora, qual è il beneficio di aver trovato questo lavoro?». Recitavo Daimoku diverse ore al giorno e più pregavo più mi schiacciavano con atteggiamenti offensivi e prepotenti. Mi sentivo una presenza sgradita e infatti mi fu chiesto apertamente di dare le dimissioni per fare spazio a persone più capaci di me. Sentivo l'astio del datore di lavoro nei miei confronti, stavo malissimo e non capivo perché tutto ciò capitasse a me che avevo sempre dato il massimo.
Aumentai il Daimoku e l'attività e capii che l'ambiente stava semplicemente rispecchiando la percezione che io avevo di me: lui mi urlava: «Sei incapace!» e io gli credevo, mi diceva: «Non vali niente!» e io gli credevo. Ero sua complice, lui diceva a parole quello che io pensavo intimamente di me. Il culmine fu raggiunto facendomi trovare una "bella sorpresa" in busta paga: mi declassò di livello ritenendomi non meritevole; azione oltretutto illegale. Rimasi ferita dalla mancanza di stima che mi stava dimostrando ma recitando percepii con chiarezza che dovevo iniziare io a portarmi rispetto se lo volevo dagli altri. Andai da lui cercando di dialogare amichevolmente per riottenere il mio livello, ma lui si rifiutò. Pregai per tirare fuori tutto il coraggio necessario e dichiarai apertamente che gli avrei fatto causa. S'inferocì ancora di più dicendomi parole tremende ma io andai avanti, rivolgendomi a un avvocato, mi venne un esaurimento nervoso e stetti a casa per quasi un mese.
Al mio rientro, grazie all'avvocato riebbi il mio livello, ma conobbi il significato della parola mobbing. Fui diffidata dallo svolgere le mie mansioni e obbligata a stare seduta per tutto l'orario di lavoro su una sedia in un angolo davanti ai miei colleghi. Potevo alzarmi solo per andare in bagno! Mi sentivo morire e recitavo mentalmente Daimoku per tutte le otto ore di lavoro in quella condizione, dicendomi che, anche se non sapevo come, avrei trasformato questa sofferenza; che le offese ricevute un giorno si sarebbero trasformate in lodi. Chiesi di essere trasferita in un altro reparto, ma mi fu rifiutato. Rileggevo continuamente un brano di Gosho che dice: «L'uomo saggio non si lascia sviare dagli otto venti: prosperità, declino, onore, disonore, lode, biasimo, sofferenza e piacere. Non si esalterà nella prosperità né si lamenterà nel declino. Il cielo sicuramente proteggerà chi non si piega di fronte agli otto venti, ma se tu nutri un irragionevole rancore per il tuo signore, per quanto possa pregarlo, il cielo non ti proteggerà» (Gli otto venti, SND, 4, 166). Sostenuta dagli amici membri decisi di farmi forza e dare le dimissioni.
L'ultimo giorno di lavoro il socio del mio capo, sapendo che ero buddista, mi domandò se potevo spiegare questa pratica alla sua compagna perchè ne aveva sentito parlare ed era incuriosita. Mi chiesi cosa potevo mai trasmetterle in un momento simile: mi sentivo un fallimento, stavo male e avevo appena perso il lavoro. Decisi di farlo nonostante la sofferenza; l'attività buddista mi aveva allenato a sostenere tutti anche quando si soffre e così andai da lei. Il risultato è che ha ricevuto il Gohonzon lo scorso luglio, a novembre lo hanno ricevuto due sue sorelle e il suo compagno sta praticando! Inoltre io e lei abbiamo creato un legame bellissimo e prezioso.
Tornando a me, dopo il sollievo iniziale di essere venuta via, iniziarono i problemi materiali della ricerca di un nuovo lavoro. Per ben quattro mesi non ebbi risposta nonostante le infinite domande che facevo. Fu una grande "protezione" per me, l'ho capito dopo, perché altrimenti non avrei potuto toccare le corde più profonde della mia sofferenza. Pregando compresi che soffrivo non per la mancanza di lavoro: il vero problema era che mi sentivo incapace di meritarlo, così come le cose belle della vita. La mattina mi alzavo presto come se dovessi andare al lavoro e pregavo forte e tanto per sentirmi un Budda, pregavo per la felicità del mio ex datore di lavoro, fino a che compresi la vera funzione che aveva svolto nella mia vita. Mi aveva dato l'opportunità di giungere al punto fondamentale del mio malessere, l'incapacità di amarmi, e al tempo stesso di sentire il mio valore, la mia dignità, e il desiderio di essere protagonista della mia vita e non più vittima. Ho pianto provando una grande gioia e nel mio cuore ho ringraziato questa persona per l'occasione che mi aveva dato. Contemporaneamente ho sentito la sua Buddità e la sofferenza che c'era dietro al suo comportamento malvagio.
Un'altra cosa bellissima è che questo mi ha fatto sciogliere il rancore anche verso mio padre: amando me riuscivo ad amare anche gli altri e vedere le loro qualità. Mio padre non mi ha concesso una vita agiata ma io ora l'adoro perché mi ha trasmesso valori molto importanti: la generosità, l'onestà e il senso dell'umorismo. Ho pregato per diventare felice così com'ero. È stato un percorso duro, lungo e faticoso, fatto di continue ricadute, ma non sono mai indietreggiata davanti alla sofferenza. L'ho sempre affrontata e mai scacciata, anche per aiutare gli altri a fare lo stesso. Da quel momento ho trovato un lavoro dietro l'altro anche se a tempo determinato, fino a quando nel giugno scorso, il giorno del mio compleanno, sono stata richiamata dalla ditta che mi aveva costretto a licenziarmi. Così ho riottenuto il mio lavoro che mi piaceva tanto. Ho provato una gioia e una gratitudine infinita sia per il lavoro ma soprattutto per aver vinto dentro di me. Perché è vero che si trasforma il veleno in medicina con il duro sforzo nella fede. Adesso non ero più la ragazza insicura che mendicava affetto, ero diventata più forte, coraggiosa e meritevole di una vita piena e realizzata.
Il primo giorno di lavoro sono andata nel vecchio reparto a salutare il mio ex capo. Ci siamo salutati calorosamente e in quel momento ho sentito forte il potere di Nam-myoho-renge-kyo e come, trasformando anzitutto il nostro cuore, possiamo trasformare l'ambiente.
C'è una frase del presidente Ikeda che ci esorta a riflettere che «il luogo della lotta non è lontano da voi e così la vostra felicità. Diventate consapevoli del perché siete dove vi trovate e date il meglio di voi stessi!». Chiaramente non intendo fermarmi qui, questa esperienza è un punto di partenza per migliorarmi in tutti gli aspetti. (F.P)(dati modificati)
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Commenti

  1. bellissimo percorso. grazie di averlo condiviso

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  2. Il tuo racconto, solo apparentemente connesso a questioni socio-economiche esteriori, mi ha fatto piangere! La cultura occidentale ci ha troppo resi avvezzi a contrapporre la "fede", quale cieca credenza, a facoltà come "ragione" e "saggezza", laddove nella filosofia orientale in genere e nel buddismo in particolare, "fiducia" deriva da "saggezza" e viceversa, procedendo insieme alla cura e al risanamento di sé e degli altri, esattamente come una medicina, il che dimostra nella prassi la fondatezza e il profondo significato dell'epiteto attribuito nei secoli al Budda di Grande Medico.

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