In sella alla vita

Dopo qualche mese di pratica cominciai ad avere la sensazione che il mio modo di vivere fosse un po' limitato e che forse c'erano altre cose importanti nella vita oltre alla bicicletta, insomma, i miei orizzonti si stavano ampliando.

Ho incontrato il Buddismo nel 2005, all'età di ventisei anni. Mi sono diplomato in informatica, ma una volta finita la scuola non avevo le idee chiare su cosa mi sarebbe piaciuto fare. In quel periodo non nutrivo grandi aspettative nei confronti del lavoro e avevo invece l'impressione che tutti intorno a me avessero aspirazioni finalizzate al lavoro, mentre io mi sentivo senza arte né parte. Partecipai a un gran numero di concorsi per impieghi pubblici pensando che così avrei potuto almeno fare un lavoro che mi permettesse di avere più tempo libero. Provai diversi lavori fino a vincere un concorso indetto dalle Ferrovie dello Stato. Il lavoro in ferrovia era proprio il massimo a cui aspirassi in quell'ottica, lavoravo vicino a casa, avevo tanto tempo libero, un buono stipendio e mi trovavo bene con i miei colleghi.


L'unica nota negativa era che il lavoro non mi dava grande soddisfazione, ma allora mi sembrava del tutto marginale, certe volte però mi rattristava pensare che avrei fatto quella cosa per tutta la vita senza scoprire se ci fosse un tipo di lavoro per cui fossi portato e che mi permettesse di realizzarmi. Ho lavorato lì per tre anni prima di cominciare a praticare il Buddismo, cercavo di convincermi che non potevo aspirare a un lavoro diverso e che di meglio non mi sarebbe potuto capitare: quello era un posto di lavoro "sicuro" e questo mi dava un alibi per accontentarmi e trovare un compromesso con la mia coscienza. In quegli anni avevo accresciuto la mia passione per la bicicletta, così la mia vita si divideva tra l'officina e i lunghi allenamenti.
Cominciando a praticare questo Buddismo si sono "mosse le acque stagnanti in cui sguazzavo". All'inizio non ne parlai con i miei genitori, recitavo Gongyo e Daimoku a casa di amici o sottovoce in camera mia o in macchina, poi acquisendo una maggiore convinzione nella mia scelta di sperimentare il Buddismo glielo dissi, ma la presero molto male. Entrai in conflitto con i miei genitori, ma mi accorsi poco dopo che il fatto di aver parlato sinceramente era positivo: per la prima volta ero riuscito a esprimere e sostenere una mia scelta importante pur sapendo che loro erano contrari.
Dopo qualche mese di pratica cominciai ad avere la sensazione che il mio modo di vivere fosse un po' limitato e che forse c'erano altre cose importanti nella vita oltre alla bicicletta; insomma i miei orizzonti si stavano ampliando. In ambito lavorativo si fece più forte il desiderio di trovare un lavoro che mi gratificasse invece di valutarlo solo per il tempo che lasciava alla bicicletta. Mi riavvicinai al mondo dei computer, ero incuriosito da internet e realizzavo piccoli siti web insieme ad amici; subito pensai che mi sarebbe piaciuto lavorare in questo campo e che mi avrebbe potuto offrire tante opportunità. Venni a sapere dell'esistenza di un corso di specializzazione in programmazione interamente gratuito organizzato dalla Regione Toscana, partecipai alle selezioni e riuscii a rientrare nei posti disponibili, ottenni un periodo di aspettativa dal lavoro in ferrovia e cominciai il corso impegnandomi a fondo e cercando di imparare il più possibile con lo scopo di essere in grado di fare una scelta serena al termine dell'aspettativa tra il vecchio lavoro e quello che nel frattempo fossi riuscito a costruire.
Il corso procedeva bene, durante gli ultimi mesi ci furono i colloqui per essere accettati in alcune aziende come stagisti, recitai tanto Daimoku con lo scopo di essere accettato in una buona ditta, e dopo aver sostenuto diversi colloqui riuscii a entrare nella ditta più prestigiosa e ambita tra quelle disponibili e fui l'unico tirocinante del corso a essere pagato durante lo stage. Quel posto si rivelò essere esattamente il lavoro di programmatore che avevo immaginato ma, nonostante tutto filasse liscio, non mi sentivo soddisfatto. Decisi di ricevere il Gohonzon e approfondii la determinazione di andare fino in fondo a quell'esperienza traendone il meglio senza risparmiare l'impegno; recitavo Daimoku per essere in grado di prendere la decisione giusta al termine dello stage perché l'idea di licenziarmi dalle Ferrovie mi faceva ancora paura e cominciavo a sentirmi un po' frustrato dallo stare tutto il giorno davanti al computer. Di lì a pochi mesi ricevetti il Gohonzon e nonostante i miei genitori non mi appoggiassero, durante la cerimonia era presente tutta la mia famiglia. Di lì a poco cominciai anche l'attività soka-han.
La fine dello stage si avvicinava, avevo imparato tanto e i due titolari mi fecero capire che avevano intenzione di assumermi, ma l'idea di lasciare il posto sicuro alle Ferrovie mi faceva ancora paura. A questo punto non sapevo più che pesci prendere: mi ero imbarcato in quell'avventura con la speranza di trovare un lavoro che mi piacesse, avevo trovato quello che avevo deciso fosse l'ottimo per me, ma semplicemente questa idealizzazione era diversa da quello che sentivo dentro; l'angoscia che sentivo nei confronti della scelta che dovevo fare forse non era altro che l'inconscia consapevolezza che quel tipo di lavoro non faceva per me nonostante la mia mente avesse già deciso a priori. Mi ero impegnato tanto a imparare questo lavoro e avevo ricevuto un'offerta seria, ma mi ero anche reso conto che fare il programmatore e passare tante ore solo davanti al computer non mi piaceva, così rifiutai l'offerta della società informatica. È stata una decisione difficile di cui non mi sono mai pentito.
Nel gennaio del 2008 tornai al mio vecchio lavoro. All'inizio mi sembrò una sconfitta, poi mi resi conto che era stata un'esperienza preziosa: avevo approfondito la mia pratica, mi ero impegnato come non avevo fatto mai in qualcosa che non fosse il ciclismo e nonostante non avessi la minima idea di cosa altro fare, i miei orizzonti si erano ampliati ancora.
In officina avevo un atteggiamento diverso rispetto a prima, mi impegnavo al 100% nel lavoro e anche il mio atteggiamento verso i colleghi era diverso: cercavo di costruire relazioni di valore e di vedere ognuno come un "Budda-collega". Infatti in quei mesi di pratica soprattutto due cose mi avevano colpito: l'importanza di impegnarsi al massimo, sempre, imparando qualcosa in tutte le circostanze e sforzarsi di vedere la Buddità in tutte le persone. Mi accorsi che andare a fondo nelle cose mi era servito proprio per capire cosa volessi dalla vita e dal lavoro, cioè se una cosa facesse per me o no e come invece fosse difficile orientarsi quando risparmiavo l'impegno.
Il lavoro in ferrovia, fatto con questo nuovo atteggiamento, mi sembrò un altro, anche con i miei colleghi le cose andavano meglio di prima. Continuai a praticare con grande convinzione, partecipai alla preparazione del meeting per la commemorazione del 16 marzo e, con il desiderio di far partecipare alla riunione alcuni amici, parlai di Buddismo con tanti di loro. Ne parlavo alle persone che mi stavano a cuore con la speranza che anche loro potessero superare i propri problemi, trovai anche il coraggio di parlarne con persone con cui non avevo nessuna confidenza, ma che manifestavano sofferenza. La facilità con cui ne parlavo era una cosa assolutamente nuova nel mio atteggiamento verso gli altri rispetto a com'ero prima di praticare. Nonostante non avessi trovato il "mio" lavoro, non persi il desiderio di riprovarci e nel frattempo riflettevo con più calma sulle ultime esperienze fatte.
Quando avevo vent'anni desideravo fare il fisioterapista, ma non avevo avuto il coraggio di provare. Cominciai così a studiare per l'esame di ammissione alla laurea in fisioterapia, a settembre partecipai alla selezione, ma non la superai, riuscii a entrare però nei posti per gli infermieri e visto che nel primo anno molti esami erano in comune, decisi di iscrivermi a Scienze Infermieristiche con l'idea di riprovare l'anno seguente con molti degli esami fatti.
Ottenni un ultimo periodo di aspettativa e cominciai il corso di laurea per infermieri, terminando il primo anno passando tutti gli esami con ottimi voti, facendo anche alcuni mesi di tirocinio in ospedale. Sperimentando nel concreto questa professione ho scoperto un lavoro e un mondo che non conoscevo, che mi stimola e mi gratifica.
Prima della fine del primo anno mi sono licenziato dalle Ferrovie con grande serenità, ho deciso di continuare con il corso infermieri, perché ho capito che con il cuore e l'impegno si può scoprire che le soluzioni giuste possono essere diverse da quelle che si immaginano solo con la testa. Mi sono laureato in tre anni e ho trovato subito un lavoro che mi piace. Mi sento fortunato ad avere avuto la possibilità di studiare una cosa che mi appassiona e che è diventata il mio lavoro, di aver fatto di nuovo l'esperienza di essere studente a trent'anni e di aver stretto amicizie importanti con i miei compagni di studio (nella foto sopra). Ripensando a questi anni, oggi mi sembra che la vita mi offra mille possibilità a portata di mano. Ogni volta che mi sento stagnare, l'incoraggiamento e l'esempio dei miei compagni di fede mi aiuta a ritrovare l'energia e la motivazione per riprendere da dove mi sono fermato e, allora, mi viene il desiderio di contribuire anch'io a incoraggiare gli altri. (S. T.)(dati modificati)
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