Perle di una collana

«...piano piano cercai di infilare tutte le perle della collana della mia vita che nel frattempo si erano disperse sul terreno [...] durante l'ennesimo ricovero, la mia amica Pia mi parlò del Buddismo»

Ho cinquantacinque anni e sinceramente non avevo mai sentito parlare di Buddismo, proprio mai. Cresciuta dalle suore ed educata al timor di Dio: messa la domenica, vietata la carne il venerdì, tutte le feste e i precetti al posto giusto. Loro erano al posto giusto. Ma era tutto stretto, scomodo, faticoso e vivevo sempre con angoscia, col pensiero di non piacere a Dio e agli uomini. Ma la cosa fondamentale era che non piacevo a me.
Ecco la mia storia. Sono nata in un paese di mare, per me il più bel paese del mondo. A undici anni persi la mamma.
Come dicevo prima sono stata cresciuta dalle suore, insieme a mia sorella che è poco più piccola di me. E poi tante zie, tutte fantastiche, tanti cugini, nonni e... tanto mare, tanto splendido mare! Ma più crescevo più non mi piacevo perché con me cresceva anche la mia dannata scoliosi che deformava spietatamente il mio corpo e la mia mente, anima compresa. 


Cominciai prestissimo l'odissea dei medici, dei diversi tipi di busti di gesso e di quelli ortopedici, ma non succedeva niente, la cosa era sempre più grave e il corpo deforme. Gli organi interni ne subivano le conseguenze e spesso ero ricoverata in ospedale, dove finii per diventare di casa. Il tempo passava e tutto peggiorava, anche il mio carattere da solare, allegro e simpatico era diventato scontroso, anche perché i ragazzini con cui giocavo e crescevo mi facevano certo notare la differenza che c'era fra me e una ragazza cosiddetta "sana e normale". C'era poi la presenza di mia sorella: bellissima, altissima, sanissima e con una dannata voglia di studiare e di riuscire nella vita, non certo come me che lottavo ogni giorno per la sopravvivenza.
Era l'epoca delle minigonne, delle camicette strette... che sofferenza infinita! E quelle suore benedette che facevano di tutto per farmi credere che mi stavo conquistando il paradiso e dovevo offrire le mie pene a Dio.
Ma intanto erano le mie. Quando raggiunsi la veneranda età di quindici anni fui ricoverata a Firenze per l'intervento che, a detta di tutti i medici, avrebbe dovuto risolvere i miei problemi. Con l'operazione alla scoliosi le mie sofferenze sarebbero finalmente finite. Ma chi conosce come erano a quei tempi gli interventi di questo tipo può capirmi. Intanto il trattamento durava due anni e anche più, con uso di gessi, gessi, gessi e ancora trazioni e gessi. L'intervento, già di per sé dolorosissimo si rivelò ancora peggiore sul mio fisico tanto debole e provato da precedenti malattie debilitanti.
Quando ne uscii fuori non mi riconoscevo più: ero una larva che cercava faticosamente di sopravvivere. Ero stanca, la riabilitazione era dura e poi nessuno mi poteva più ridare tutto il tempo che avevo perduto. Ero delusa, amareggiata e affranta. C'era in me tanta rabbia.
Cominciai a provare a lavorare. La voglia non mi mancava e poi ero molto intraprendente e sapevo farmi benvolere, a volte il mio vecchio carattere prendeva, mio malgrado, il sopravvento. Trovai lavoro in un salone di parrucchiera. Mi piaceva immensamente, ma era troppo faticoso; dovetti smettere a malincuore e trovai lavoro come segretaria di un medico.
Dopo qualche anno mi fidanzai e poi mi sono anche sposata e ho avuto due splendide figlie. La salute ha retto a intermittenza, con grossi e piccoli guai.
Ma dieci anni fa ricominciò l'odissea. Non respiravo più e avevo dei dolori alla testa fortissimi perché non mi arrivava più ossigeno al cervello. Le cose si stavano mettendo molto, molto male e i miei familiari erano preoccupatissimi.
Dopo ricoveri su ricoveri si arrivò alla decisione fatidica: dovevo usare ogni notte, e per tutta la vita, un respiratore che mi aiutasse a respirare e mi fornisse l'aria tramite una bombola d'ossigeno. La disperazione così era completa.
Tornai a casa e da lì piano piano cercai di infilare tutte le perle della collana della mia vita che nel frattempo si erano disperse sul terreno. Ripresi il lavoro che a quel tempo era a Pisa. Tutto però era condito da ulteriori ricoveri al centro specializzato, che duravano sempre circa trenta giorni, perché il respiratore non era e non è tuttora semplice da gestire. Ma proprio quando ero al limite delle mie forze fisiche e morali, durante un ricovero, l'ennesimo ormai, la mia amica fisioterapista Pia, con la dolcezza che la contraddistingue (sarà perché è un Budda, uno splendido Budda) mi parlò del Buddismo di Nichiren Daishonin, di quello che aveva provato lei nel praticarlo. Sentii parole come kosen-rufu, karma negativo, karma positivo, nomi come Soka Gakkai, Makiguchi, Toda, Ikeda. Era come se io in tutti questi anni di sofferenza in fondo non aspettassi altro che qualcuno mi parlasse del Buddismo. Non c'erano dubbi: era quello che io avevo cercato da sempre. Pia aveva scavato nel magico legno di sandalo l'impronta del mio corpo, con la scoliosi annessa, e io ero la tartaruga che naviga ormai sicura. Niente mi avrebbe sconfitto e io avrei potuto essere addirittura felice! Nam-myoho-renge-kyo è, praticamente, la frase che io formulo di più in assoluto. Abbino al suo ritmo il ritmo del respiratore quando mi addormento la sera ed è la prima che pronuncio la mattina quando mi sveglio e stacco dal mio viso la maschera dell'apparecchio.
All'inizio tutto mi è apparso più facile e risolvibile, come se il Buddismo fosse la panacea di tutti i miei mali. Mi ha dato subito la forza e il coraggio, che poi ho chiamato fede. E così piano piano è stato: recitando Gongyo e Daimoku, partecipando ai meeting, studiando tantissimo e scoprendo che quello che leggo in quel preciso momento rispecchia il mio problema e mi aiuta a risolverlo. Inutile dire che ora sto bene, vado ancora al centro specializzato, ma molto raramente, per controllare me e l'apparecchio respiratorio che mi accompagnerà per sempre. Ormai ho imparato a conviverci e diciamo che mi fa compagnia. Tutti notano il mio cambiamento, anche sul luogo di lavoro i colleghi dicono che c'è in me una luce diversa.
I problemi ci sono ancora, guai se non ci fossero prove da superare, se tutto fosse piatto e semplice, se non ci fossero più stimoli. Sinceramente non avrei mai e poi mai pensato che un giorno mi sarei trovata a ringraziare la mia scoliosi, perché è proprio grazie a lei che io ho conosciuto il Buddismo, che la mia esistenza è cambiata. Tutti hanno assistito alla mia rivoluzione umana e hanno visto la mia vita illuminarsi. Io posso dire di aver veramente cambiato il veleno in medicina, come deve essere per chi segue questo tipo di filosofia. Ikeda dice che per ottenere benefici si deve liberare la mente e la vita da ogni oscurità e fare in modo che emerga il bene. Certo devo combattere ancora con le mie tante debolezze, come la depressione che ancora mi porto dentro, retaggio di tanti anni di sofferenza e buio totale. Ma in un discorso del presidente Ikeda è scritto che chiunque prima o poi soffre di una malattia in una forma o nell'altra. Il potere della Legge mistica, unito al coraggio e alla determinazione, ci rende capaci di far emergere la forza per sconfiggere il dolore e la sofferenza. Praticare il Buddismo significa essere vincitori, avanzando un passo alla volta, nella realtà della vita per essere fonte di speranza e ispirazione per coloro che ci seguiranno nel cammino della fede. Nel momento in cui ho determinato di diventare una persona sana, una persona forte, io mi sono impegnata con gioia per kosen-rufu e la mia vita ha iniziato a muoversi in quella direzione. Toda diceva di non essere impazienti, dal momento che si è abbracciato il Gohonzon la situazione può solo migliorare e che perseverando nella fede si diventerà felici.
Io ho dato prova a mio marito e a chi mi vive accanto giorno dopo giorno, che tutto può veramente cambiare. Il mio esempio ha portato anche Paolo, mio marito, a ricevere il Gohonzon e ora insieme avanziamo sul cammino della nostra rivoluzione umana.
In questo periodo ho sperimentato in modo particolare il grande potere della mia fede. Ho infatti subìto un esame invasivo che ha richiesto un'anestesia totale, che è durata trenta minuti circa, ma mai e poi mai in passato sarebbe stato possibile una cosa del genere per me senza rischiare la vita. Credo di aver recitato Nam-myoho-renge-kyo anche mentre dormivo sotto anestesia. Come si può rimanere indifferenti a tutto questo?
Ogni giorno sono debitrice a Pia che mi ha parlato del Buddismo: «Pia ti rendi conto che ti devo la vita? Che mio marito ti deve la moglie e che le mie figlie devono a te la loro mamma?» (F.B.)(dati modificati)
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