Il suono della vita

Spensierata e ottimista, divisa tra il successo negli studi e la felicità in amore, un giorno scopre di aver perso tutto. Da qui, un lungo viaggio nel buio fino a trovare nel Buddismo quel ritmo che aveva sempre cercato.

Avevo 23 anni quando mio padre morì. Fino ad allora ero stata una persona spensierata ed ottimista. Mi ero sempre impegnata molto in ognuna delle cose che facevo: dallo studio ai piccoli lavori per mettermi qualche soldo in tasca, dal rapporto con i miei genitori a quello col mio ragazzo ed ogni cosa era sempre andata per il verso giusto. Mio padre mi ripeteva spesso che ero una ragazzina saggia, ma io non so se lo fossi davvero. La verità è che mi sentivo con le spalle coperte e protetta da lui, sempre lì pronto ad ascoltarmi e a rispondere a ogni mio dubbio: anche quando non gli chiedevo niente in modo esplicito, bastava che mi guardasse negli occhi, e senza proferire parola, sapeva darmi la risposta di cui avevo bisogno.

Ma a un certo punto accadde l’imprevisto: un grave infarto dal quale fu salvato per miracolo. Rimasi 15 giorni accanto a lui in un’unità coronarica; poi, quando tutto sembrava andare per il meglio, un giorno rientrando a casa ricevemmo dall’ospedale la terribile notizia.
Furono giorni infernali. La mamma, i miei fratelli, mia sorella: tutti erano disperati. Io li guardavo, frastornata dal dolore, ma non versai una lacrima, non potevo, perché io ero forte, saggia, e dovevo rimboccarmi le maniche per far fronte a quella situazione.
Dopo pochi mesi anche il mio ragazzo mi lasciò. Sentivo di essere stata usata e buttata via e non sapevo più quanto valessi veramente come donna e come essere umano.
Guardandomi indietro, mi rendevo conto che in poco tempo le figure per me più importanti erano uscite dalla mia vita, lasciandomi sola. Non capivo più il significato della mia esistenza, che senso aveva sforzarsi per poi vedere tutto andare in fumo, e ritrovarsi a vivere senza punti di riferimento.
Ero stata fino a quel momento una studentessa brillante, ma non riuscivo più a studiare. Avevo il desiderio di diventare un grande medico, ma avevo paura di veder morire gli altri. Volevo fare lo psichiatra e avevo perso completamente il mio equilibrio, pensavo di essere forte e, invece, vivevo nell’ angoscia di non risvegliarmi più il mattino successivo.
Giorno dopo giorno, mi ridussi a pesare 43 kg., mi andavo consumando un po’ alla volta come per scontare un senso di colpa. Mi sentivo colpevole di vivere quando invece mio padre era morto, colpevole di essere stata poco attraente e incapace di farmi amare da un ragazzo che consideravo il mio secondo idolo. Tutto questo era il mio mondo interiore e l’esterno lo rispecchiava con la confusione, il Valium, l’alcool, una collezione di ragazzi da far soffrire, tanti valori e sentimenti da distruggere.
Trascorsi un anno in questo modo. Poi, nel settembre dell’96, con la scusa di un giro in vespa, un amico mi portò ad una riunione. Nella stanza attigua alla mia, c’erano delle persone che recitavano; io li ascoltai incuriosita: era come un suono d’organo, quindi pensai che stessero suonando… Una ragazza che era lì con me mi spiegò il senso di quei suoni. Quella sera, con impeto e puntiglio, mi lanciai in un’accesa discussione, sostenendo che doveva trattarsi di suggestione psicologica, che non era possibile che poche parole risolvessero ogni tipo di problema.
Ma quel suono mi era rimasto dentro… dovevo ritornare in quel posto, dovevo capire cosa fosse. Iniziai a recitare Daimoku quasi per gioco; in fin dei conti, i ragazzi di quel gruppo erano simpatici, la filosofia era interessante, recitare era divertente. Come con un colpo di spugna ogni problema sembrò scomparire. Senza accorgermene, ripresi a studiare bene e recuperai peso: erano i benefici del principiante, perché ben presto tutti i nodi ritornarono al pettine.
Ricomparve l’angoscia e ogni notte nel mio letto ripetevo Nam-myohorenge-kyo, era questo l’unico modo per riaddormentarmi tranquilla. Praticavo regolarmente il Buddismo e andare alle riunioni non mi pesava, anzi mi divertiva e riempiva il vuoto che sentivo dentro di me. Su questa lunghezza d’onda decisi di partecipare alla cerimonia di Gojukai e di ricevere il Gohonzon.
A casa non sorse alcuna difficoltà, mentre tra i responsabili con cui avevo a che fare qualcuno non era d’accordo. La mia, secondo loro, non era una decisione presa col cuore, ma con la testa e con la volontà. Tempo dopo mi sono resa conto che, ancora una volta, stavo cercando di dimostrare a me e agli altri che potevo vincere per il gusto di vincere… come se il Gohonzon fosse una medaglia o un trofeo. Ma allora non capivo e ne discutevo con il mio responsabile.
La gran voglia di raggiungere il traguardo mi portò comunque a recitare molto Daimoku, anche se niente si muoveva. Così decisi di studiare un Gosho e scelsi istintivamente La torre preziosa. Il risultato fu che feci ancora più confusione dentro di me. Alla fine pensai di iniziare a fare Daimoku senza mai smettere fino a quando non avessi capito.
Dopo otto ore di recitazione non avevo risolto ancora niente, sentivo dentro di me una sofferenza incredibile, ma evitavo di parlare, altrimenti sarei scoppiata a piangere. Il punto era che non avevo ragioni per stare così male, proprio ora che tutto sembrava andare a gonfie vele. Continuai a fare Daimoku, sola nella mia camera, rivolta ad est, 16 ore di Daimoku… come per incanto… fu un attimo… una vibrazione forte… una certezza nel cuore… il mio Nammyoho-renge-kyo risuonava come la musica che usciva dalle canne di un organo… rividi la mia vita capricciosa, arrogante e superficiale, scoprii dentro di me l’istinto di morte che dominava. Non volevo vivere, non volevo amare, codarda ed infantile avevo paura di seguire il fluire delle emozioni… eppure mi sembrava di conoscere bene quel suono… di averlo ascoltato già tante volte. Sentii il suono del mio Daimoku cambiare: dolce, morbido, sinuoso. In quel momento chiesi profondamente scusa per aver rispettato così poco la mia vita e giurai che avrei iniziato la mia rivoluzione umana.
Sembra una percezione delirante quella che ho appena raccontato, eppure quella esperienza incredibile è stata il trampolino di lancio per tante cose che poi ho realizzato. Ogni volta che mi sono trovata di fronte a una difficoltà, al dubbio, all’incertezza, sapevo che la torre preziosa era la mia vita, e inginocchiata davanti al Gohonzon la ricercavo, imparavo a scoprirla e ad amarla. Da allora non mi sono mai messa a recitare davanti al Gohonzon per chiedere “voglio realizzare questo o quest’altro ancora”, ma solo per sentire quella grande energia dentro di me che mi dava il coraggio e la certezza che avrei vinto.
Così riaprii il cassetto dei miei sogni: la laurea in medicina e la specializzazione in psichiatria. Partecipai ad un corso a Trets. Caso strano si ammalarono tutti ed io ero l’unica che si intendeva un po’ di medicina. Feci del mio meglio, da studentessa inesperta quale ero.
Quella fu l’occasione per prendere un’altra grande decisione: io non volevo essere un medico come tanti altri, ma volevo che la medicina e la cura delle malattie diventassero, veramente e profondamente, parte integrante della mia vita. Davanti a me vedevo come un buco nero e mi sentivo come in un razzo che poteva andare veloce solo con la forza del Daimoku. Tre ore di recitazione al giorno, molte di studio, poche di sonno.
In un ambiente universitario dominato dai “baroni” come quello di Napoli, ottenni una tesi sperimentale in psichiatria. La richiesta che mi fecero fu tanto lavoro con prospettive di inserimento molto incerte. Stetti al gioco e rischiai pensando: «Il Gohonzon non può abbandonarmi. Nam-myoho-renge-kyo è una Legge giusta ed ogni sforzo è la causa per la giusta ricompensa».
Così passarono due anni di lavoro duro, pieno più di sforzi e di sofferenze che di gratificazioni. Superai l’ultima difficoltà il giorno della seduta di laurea: il professore più terribile dell’Università era il presidente della mia commissione, libero docente per l’argomento della mia tesi. Con lui una seduta, in genere formale, diventava determinante per il conferimento della laurea in medicina e chirurgia. In quel momento, tutto il sapere accumulato in tanti anni di studio non mi era di grande aiuto. Mi sentivo sola ancora una volta, e davanti a me avevo un ostacolo durissimo. Camminavo per strada piangendo e pensando: «Toda dice che il leone è solo…»; ma il fatto era che io non mi sentivo un leone. Il Gohonzon era il mio solo rifugio. Così mi laureai con il massimo dei voti, e fui l’unica a ricevere da quell’osso duro anche i complimenti per essermi dimostrata una “splendida allieva”. Quel giorno ebbi la sensazione di essere riuscita a saltare fuori da un vortice che mi stava risucchiando, e l’energia che avevo usato per uscirne mi era venuta dal Gohonzon.
Negli anni successivi ho continuato a lavorare nel gruppo di ricerca con il quale avevo elaborato la tesi. Ho vinto il concorso di specializzazione, e il prossimo anno potrò realizzare il mio sogno.
Laurearsi, specializzarsi non è però la vera vittoria. Quella vera, la più profonda, è aver imparato a sforzarsi per il desiderio di conoscere e di utilizzare il proprio sapere per il bene degli altri. E, non ultimo, ho ottenuto l’affetto e la stima dei colleghi e dei pazienti, che mi fanno sentire il fulcro attorno al quale ruota parte della vita del settore in cui operiamo.
I primi tempi sono stati duri: ho lavorato quasi due anni senza guadagnare una lira; molte volte ho avuto il dubbio se continuare o andare via, anche perché tutti lasciavano e restava solo chi aveva le spalle coperte. E io che non avevo nessun aiuto, che speranze avevo? E sempre il Gohonzon - insieme ai discorsi del presidente Ikeda sul grande valore della cultura - mi aiutava, via via, a sciogliere tutti i dubbi. Il mio vero obiettivo era, infatti, quello di diventare brava e non quello di avere un facile guadagno. Così restai e cominciai a lavorare più e meglio di prima. La risposta a questa mia decisione, finalmente chiara, non si fece attendere: 20 milioni in sei mesi e la promessa che, con la nuova riorganizzazione, sarei passata assistente a contratto.
Sono convinta di avere ottenuto questi risultati perché mi sono messa in gioco totalmente, iniziando un percorso nella mia vita interiore che, anche se non sarà semplice, so che mi porterà a scoprire tante cose di me, passando, magari, attraverso sofferenze e gioie incredibili.
Credo che partecipare con tutta la mia vita ad ogni evento che mi circonda significhi creare, ed io voglio fare della mia vita un’opera d’arte. (M.L.M.)(dati modificati)
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Commenti

  1. grazie , leggere questa esperienza mi ha dato una spinta per proseguire, ho capito di essere sulla strada giusta. Claudia

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  2. Grazie anch'io studio medicina a Bari e anche se sto affrontando diverse difficoltà ora sento che ho una grande missione!grazie ancora

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