La causa della rinascita

«Aveva vinto l'ultima battaglia, sentiva che il figlio per cui aveva combattuto una vita aveva intuito il potere della Legge mistica»

Ho iniziato a praticare il Buddismo di Nichiren Daishonin quando vivevo a Bari. In quel periodo confidavo spesso i miei problemi personali a un mio collega musicista barese, praticante da molti anni, e lui mi parlava per ore di cose che il più delle volte non capivo, ma che mi affascinavano, come l'universalità della vita, la possibilità di trasformare il mio karma e influenzare quello della mia famiglia.
I miei problemi riguardavano appunto la mia famiglia e in particolare mio fratello, tossicodipendente da sempre, cioè da quando io ero piccolo. I miei genitori, quando lo scoprirono, non sapevano addirittura cosa fosse la droga. Da allora, per quasi trent'anni, abbiamo combattuto la nostra tormentosa battaglia.
Paolo entrava in comunità e poi scappava, veniva ricoverato in ospedale, e poi riprendeva, spacciava droga, rubava, finché alla fine venne arrestato. Mio padre, allora già malato di cuore, fu colpito all'improvviso da un infarto e morì davanti a mia madre, che non poté fare nulla per soccorrerlo.

Allora avevo vent'anni e dovetti continuare a lottare da solo insieme a mia madre, desiderando a volte perfino la morte di mio fratello, come unica soluzione al problema. Non c'era uno spiraglio di pace, perché Paolo non riusciva a smettere di bucarsi e neanche ad andarsene via di casa, dove io e mia madre eravamo spettatori di un dramma senza via d'uscita. Fu arrestato altre volte ancora. All'improvviso mi trovavo la polizia a casa, che perquisiva l'appartamento e mia madre che piangeva e pativa. Continuamente dovevo occuparmi dei suoi problemi giudiziari, una volta dovetti volare in Marocco perché era stato fermato con una macchina piena di hascisch e imprigionato per un anno e mezzo nelle galere marocchine. Potei entrare a vederlo solo per venti minuti, ma quello che ho visto mi rimarrà impresso per tutta la vita, un'esperienza impossibile da raccontare. Di tutta questa situazione naturalmente risentiva anche la mia vita personale e lavorativa. Il mio desiderio di diventare un musicista era forte, ma continuamente ostacolato. Mia madre non mi vedeva realizzato e di conseguenza stava in pena anche per me.
Una sera, dopo i nostri famosi discorsi, il mio collega buddista rinnovò ancora l'invito alla riunione del giovedì e decisi di andare.
Inizialmente fui perplesso, ma provai subito un piacere e una serenità interiore fino ad allora mai sperimentata.
Così praticai per qualche mese, ma poi abbandonai. Intanto per mio fratello non c'era miglioramento, anzi iniziò a usare la cocaina e un giorno fu arrestato all'aeroporto al ritorno dal Venezuela. Quindi di nuovo dovetti occuparmi di avvocati, processi, carcere, colloqui.
Finché incontrai Giovanni, attore in una compagnia teatrale, (nella quale molti sono buddisti) che faceva uno spettacolo a Bari. Mi incoraggiò a ricominciare a praticare di nuovo: così feci e da allora non ho più smesso.
Nel frattempo erano migliorati i rapporti con mia madre che mi vedeva più tranquillo, anche se quella mia pratica le sembrava insolita. Accettò serenamente la mia relazione con Giovanni, che era ormai entrato a far parte della famiglia e della mia vita. Spontaneamente si stavano risolvendo, nel mio rapporto con mia madre, le conflittualità non dichiarate.
Dopo qualche mese registrai il mio secondo disco con tanti musicisti baresi, e in soli due giorni riuscii a organizzare e incastrare appuntamenti e impegni di tutti.
Poi iniziai i lavori di abbellimento nella casa di mia madre e mi accorsi che lei e mio fratello avevano notato il mio cambiamento, tanto che cominciarono a farmi alcune domande sul Buddismo. Nei miei obiettivi c'era sempre il desiderio che iniziassero a praticarlo. Dopo qualche mese entrai come musicista e compositore nel nuovo spettacolo della compagnia teatrale di Pippo Delbono (la stessa che avevo incontrato a bari). Per me era un'esperienza bellissima, prima di ogni spettacolo, fare Gongyo tutti insieme, e fare quello che avevo sempre desiderato. Fu così che mia madre, vedendomi cambiare, iniziò anche lei a fare un po' di Daimoku ogni giorno. L'atmosfera in casa era decisamente trasformata, la domenica andavamo spesso a mangiare fuori, lei era felice come non lo era mai stata. Diventai responsabile di gruppo a Bari, ma il mio lavoro con la compagnia teatrale andava bene e così decisi di trasferirmi in Piemonte con Giovanni e ricominciare da zero. Per l'ennesima volta Paolo fu fermato e trattenuto in Francia, per cui decisi di aumentare il Daimoku tenendo in mente una frase dal Gosho Una nave per attraversare il mare della sofferenza: «Nell'Ultimo giorno della Legge il devoto del Sutra del Loto apparirà senza dubbio. Quanto più grandi saranno le difficoltà che incontrerà, tanto più grande la gioia che egli proverà grazie alla sua forte fede» (SND, 4, 261). Mia madre iniziò a fare più di mezz'ora di Daimoku al giorno e ad andare alle riunioni. Mio fratello fu rilasciato, con nostra sorpresa, poco tempo dopo, ma continuava a fare uso di cocaina. Finché il 13 maggio 2011, per un forte dolore all'addome dovemmo ricoverare mia madre in ospedale, e fu proprio Paolo ad accompagnarla. Al ritorno vidi che piangeva. Mi disse che la situazione era molto grave, le avevano trovato, dalle radiografie, delle masse sospette al colon, probabilmente un tumore.
Dissi allora a mio fratello che da quel momento doveva aiutarmi e che doveva iniziare a praticare. Così fece, e come prima reazione gettò subito nel water 50 grammi di cocaina. Mia madre fu operata la prima volta al colon, ma i medici decisero di non asportarle una metastasi molto grande al fegato per poterle permettere di vivere ancora un po'. Intanto mio fratello migliorava, non si "faceva" più e mia madre mi chiedeva sempre di confermarle che Egidio stava praticando. Nonostante il difficile intervento, quando io le chiedevo se sentiva dolore, lei mi rispondeva di no: infatti il viso era tranquillo e anche gli altri pazienti e i medici erano sorpresi. Anche le ferite si rimarginavano rapidamente. Io spesso ero fuori in tourneè per lavoro, ma riuscivo in qualunque modo a fare tre ore di Daimoku al giorno.
Intanto tutti vedevano che mio fratello stava molto bene, gli chiedevano cosa stesse facendo, e lui non perdeva occasione di parlare agli altri di Buddismo: alla vicina che spesso gli cucinava e stirava i suoi vestiti, e diceva che quando entrava in casa sentiva un'atmosfera di pace, ai suoi vecchi "compagni di avventure". Un giorno mi chiese di scrivere il titolo del Sutra del Loto per un suo amico. Mentre scrivevo Nam-myoho-renge-kyo arrivò dall'ospedale la telefonata che tanto temevo: mia madre era morta per un infarto.
La mia grande esperienza è stata aver vissuto questo doloroso momento insieme a mio fratello, con un grande senso di tranquillità interiore, che è difficile comunicare a parole. Lui era molto legato a lei, e la sua serenità mi ha sostenuto molto. Quando sono andato in ospedale ho avuto la calma di recitare Daimoku vicino al letto di mia madre per accompagnarla. Il suo viso era sereno: aveva vinto l'ultima battaglia, sentiva che il figlio per cui aveva combattuto una vita aveva intuito il potere della Legge mistica. Due giorni dopo ci fu il funerale e incredibilmente l'atmosfera era quella di una festa. C'era anche un altro mio fratello e andammo a mangiare insieme e addirittura a brindare alla memoria di nostra madre. La sua morte era stata la causa della rinascita di mio fratello.
Ora lui è impegnato in prima linea nell'attività buddista. Ultimamente è venuto a trovarmi in Piemonte dove abito in una bella casa grande proprio davanti alla struttura che ha ospitato la mostra sui Diritti umani e dove abbiamo fatto attività insieme. Ora Paolo ha ricevuto il Gohonzon che custodisce nella casa di nostra madre, che è diventata un punto di riferimento e riunione per i membri baresi. La situazione si è ribaltata perché ora spesso è lui a sostenere me. Ultimamente si è offerto all'Istituto Don Bosco per aiutare i giovani emarginati e incoraggiarli con la sua esperienza. Gli è stato perfino affidato un teatro per cui ha scritto uno spettacolo che sta dirigendo per tanti ragazzi che stanno riscoprendo, grazie a lui, il valore della vita. Nel frattempo io, che nella musica sono stato sempre autodidatta, ho deciso, a trentanove anni, di realizzare il mio sogno: sostenere gli esami al conservatorio per diplomarmi al corso di composizione. Ho anche registrato un altro disco, scrivo le musiche per diversi spettacoli teatrali della compagnia con la quale lavoro e infine da pochi giorni sono diventato responsabile di un gruppo, dove insieme ai compagni di fede abbiamo l'opportunità di utilizzare una "nave per attraversare il mare della sofferenza" e raggiungere la riva opposta. (F. F.) (dati modificati)
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Commenti

  1. questa storia mi ha dato il coraggio di continuare. Grazie!

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  2. Che storia meravigliosa, la farò leggere a quanti più amici e compagni di fede perché è un insegnamento fortissimo. grazie!

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  3. Grazie per la bella testimonianza.

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