Così come sono

Prima ragazzo padre, poi ragazzo nonno. Ma sempre senza una donna. E sempre un pensiero in testa: come fare a trovare la compagna giusta? Non è facile, soprattutto quando non si ha troppa fiducia in se stessi… Il Buddismo, però, insegna anche ad apprezzare se stessi. Per quello che si è.

Ma io chi sono, nel settembre dorato, se da me tolgo tutto ciò che gli altri hanno fatto di me? Chi sono, quando volano le nuvole?…» (da Il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann).
Può sembrare paradossale dopo quasi sette anni di pratica buddista, ho quarantacinque anni e sono già nonno a questa età, rivedere che la motivazione più forte a praticare il Buddismo sia stata la sete sentimentale, il desiderio di amare e di essere amato, di una “compagna”.
Oggi sono proiettato verso il resto della mia vita con gli entusiasmi di una freschezza ritrovata, come una nuova alba, ma quando conobbi il Buddismo a trentanove anni, nel gennaio ’87, non era proprio così.

Vivevo ormai da anni separato da mia moglie, con una figlia quindicenne audiolesa, sordità profonda, che non voleva più andare a scuola e desiderava lavorare. Che fare, a quell’età e con quell’handicap? Mi confidai con un’amica, conosciuta grazie alla mia ex moglie, che stravolse l’impostazione del problema. Mi parlò di Buddismo e sostanzialmente mi disse: «Recita Nam-myoho-renge-kyo e diventa felice tu per primo, il tuo ambiente rifletterà il tuo stato vitale e risolverai il problema. Chiediti cosa manca alla tua felicità».
Era sconvolgente e rivoluzionario pensare, per la prima volta, che il mio desiderio di una vita ricca di gioia fosse prioritario, assolutamente determinante non solo per affrontare la situazione con mia figlia, ma per contribuire anche, in modo allargato, a risolvere i problemi dell’umanità. Avevo vissuto lo spirito del mitico ’68 e i miei ideali di allora non avevano ancora trovato concreta collocazione, come annegati nei problemi del quotidiano. Mi spiegarono che un aspetto importante del Buddismo era la prova concreta, ma che gli obiettivi personali dovevano essere sostenuti dal desiderio di pace mondiale.
Nonostante non capissi cosa ciò potesse concretamente significare, ero mosso dalla speranza che il problema sentimentale, che mi portavo dietro da anni, si risolvesse. Iniziai subito a praticare e a seguire avidamente i consigli dei miei responsabili. Tutta una serie di situazioni positive mi diedero la sensazione di essere sulla strada buona, anche se le definivo strane coincidenze. Oltre ai primi benefici cominciarono a presentarsi problemi e sofferenze, ma i miei amici mi incoraggiarono moltissimo dicendomi che ciò dimostrava che avevo deciso davvero di cambiare. In realtà avevo il sospetto che queste parole non fossero altro che un espediente per spingermi a continuare a praticare ma, poiché ero malato da sempre da “sindrome da primo della classe”, traboccante d’orgoglio nell’accettare le sfide, era inammissibile che questa pratica funzionasse per gli altri e non per me.
Capitò che una sera tornando a casa dal lavoro non trovai mia figlia e scoprii che era stata ricoverata d’urgenza in ospedale. Mi dissero che era caduta in bagno, che era rimasta a lungo svenuta, e che soffriva di vomito e di un forte mal di testa. Al primo controllo Tac c’erano segni di sofferenza cerebrale. Chiesi ulteriori spiegazioni, ma i medici non furono in grado di fornire una diagnosi precisa: si poteva trattare di un inizio di epilessia o semplicemente dell’esito di un trauma cranico. Trascorsi con lei tutta la notte al pronto soccorso recitando Daimoku. Più recitavo e più mia figlia si rilassava. Dormì serena e il giorno dopo, al secondo controllo, non risultava più nulla. Era giovedì, quella sera andai alla riunione di discussione e raccontai perfino questa esperienza. Da allora mia figlia è sempre stata benissimo!
Convinto della validità di questa pratica intensificai il mio desiderio di diventare felice, tenendo bene aperto il cassetto dei miei sogni: l’obiettivo di avere una compagna non si era ancora realizzato. La situazione finanziaria era disastrosa, cosa avrei potuto mai dividere con una donna? Forse le mie pene?
Avevo dei debiti e più mi sforzavo più sembravano aumentare. Parlavo in modo molto entusiastico del Buddismo a tutti coloro che conoscevo con il sincero desiderio che anche loro decidessero di sperimentarla dandosi l’occasione di essere felici, facevo molto Daimoku e molta attività buddista e il mio approccio con la vita e il mio rapporto con il lavoro erano completamente cambiati.
Facevo il rappresentante nel campo delle forniture ospedaliere e, in seguito alla spinta delle rinnovate energie, la mia attività era aumentata al punto che non solo riuscii a saldare i debiti ma, lavorando di più e meglio, mi fu possibile prendere con me una collaboratrice che pagavo regolarmente. Era una grande fortuna: una professionista straordinaria, in gamba, – che sarebbe in seguito divenuta anche lei buddista – aveva accolto le mie offerte, rinunciando ad altre più allettanti, perché le piaceva il mio modo di lavorare.
Ecco, il panorama cominciava a cambiare: una donna aveva creduto in me.
Mia figlia nel frattempo aveva ripreso spontaneamente a studiare. È sempre stata promossa, ha terminato gli studi in una scuola media superiore e, poco tempo dopo, ha trovato lavoro da impiegata in un solido complesso finanziario. “Sorda”, ma a soli vent’anni, aveva un lavoro sicuro: tutto ciò era straordinario.
Un po’ perché ci credevo, un po’ perché ero orgoglioso, in tutto questo tempo non mi sono mai risparmiato nell’attività buddista, cercando di essere sempre presente. Avevo partecipato alla cerimonia di gojukai nel 1988 e da responsabile di gruppo ero diventato di settore per poi, in breve tempo, diventare di capitolo, con un entusiasmo sempre rinnovato. Ma cosa mancava alla mia felicità? Il mio sogno sentimentale, tra alti e bassi, non si era ancora realizzato. Anche il lavoro aveva preso a seguire lo stesso andamento. C’era ancora qualcosa da capire.
Cominciai a sentire una forte angoscia esistenziale. Ho sofferto moltissimo, molte volte ho pianto davanti al mio Gohonzon come un bambino, la sofferenza mi esplodeva dentro. Per mesi mi sono svegliato verso le quattro del mattino con la pesantezza di vivere: in quei momenti avrei voluto porre fine alla mia vita. Rimandavo il suicidio da un giorno all’altro e mi trascinavo davanti al Gohonzon. Puntualmente la mia giornata, per fortuna, riprendeva calore e colore.
Dopo cinque anni di pratica buddista, a Torino avevamo ormai il Centro culturale e fui nominato responsabile del gruppo che si occupava della protezione del centro stesso. Era una grande sfida, era tutto da inventare ma, grazie alla collaborazione e all’impegno di molte persone, riuscimmo a far nascere la squadra sokahan uomini. Contemporaneamente entrai a far parte della squadra autisti per la visita del presidente Ikeda a Milano.
Ci furono molti ostacoli, ma riuscii ad essere presente. Quando Ikeda arrivò alla stazione di Milano, prima di salire sulla sua auto, si fermò rivolgendosi a un gruppetto di alcuni di noi e, portandosi una mano sul cuore, con un inchino, ci disse in italiano: «Grazie, grazie, grazie di essere venuti». Lui ringraziava me! Doveva essere il contrario, ma lui ci ringraziava lo stesso.
Penso che quell’incontro sia stato il momento centrale della mia vita.
Concetti come pace mondiale e “missione” cominciavano a germogliare dentro il mio cuore.
Ma non era ancora finita. Mia figlia, poco tempo prima dell’arrivo di Ikeda era rimasta incinta e, proprio due giorni prima che giungesse in Italia, si era sposata con un ragazzo audioleso anche lui, anche lui giovane, ma già con un lavoro, e così ora sono nonno!
Ho sempre guardato con ammirazione i pionieri del Buddismo ed è accaduto che nel corso autunnale dello scorso anno a Baveno, forse per la prima volta al mondo, il responsabile del gruppo soka-han era un nonno: ero diventato anch’io un pioniere. Ero un ragazzo padre, ora sono un ragazzo nonno, e a casa mia vivono ben tre generazioni.
Ma sentimentalmente? Avevo una donna al mio fianco, che a volte c’era, altre volte no. « Se due persone si desiderano ardentemente, allora non si separeranno mai. Ma se una persona ne desidera ardentemente un’altra e l’altra non prova la stessa cosa, allora esse saranno unite in certi momenti, ma separate in altri » (dal Gosho La legge causale della vita). Era stato scritto per me? Cosa dovevo capire?
Mi resi conto – dopo un ulteriore violento attacco di angoscia esistenziale ed aver parlato con un responsabile – che avevo la tendenza ad instaurare rapporti con donne indecise che si legavano a me non certo per la mia identità o per il mio fascino, ma solo perché ero, nei loro riguardi, accondiscendente e premuroso. Mi chiedevo quanto queste situazioni riflettessero qualcosa che avevo dentro. Io stesso, infatti, ero indeciso e, davanti al Gohonzon, spesso, alimentavo mentalmente tante soluzioni per il mio problema sentimentale senza, però, il profondo coraggio di sceglierne una e perseguirla fino in fondo. Decisi di cambiare puntando in un’unica direzione, con la determinazione di realizzare il mio obiettivo entro aprile.
Mi sforzai di dare un’ulteriore accellerata alla mia vita e, in quel periodo, portai a termine un grosso obiettivo di lavoro: diventai direttore commerciale della mia azienda ed acquisii addirittura quote di partecipazione nella società.
Era già aprile, il termine che mi ero prefissato era scaduto, ma l’effetto sentimentale non si era ancora manifestato.
Mi chiesi fino a che punto volevo realizzare i miei sogni in funzione della pace mondiale, e quanto invece per appagare il mio orgoglio di dimostrare di essere bravo. Volevo essere perfetto, non sbagliare mai, ma le persone mi dicevano che mi sentivano lontano, troppo perfetto. E invece dovevo essere semplicemente me stesso, più naturale, più umano, non dovevo aver paura di mostrare il mio amore per la vita, il mio entusiasmo, i miei sentimenti.
Mi dedicai con ancora maggior impegno alla pratica buddista, non cercando più di dimostrare qualcosa a qualcuno, o a me stesso, ma di coltivare e manifestare la mia personalità, senza timori. Giunse così settembre e successe che, con la stessa naturalezza e semplicità – ma straordinaria bellezza – di bere un bicchiere d’acqua quando hai sete… una donna comparve al mio fianco: bella, forte, determinata, sicura. Pratica il Buddismo anche lei, è responsabile, fa parte del “gruppo del sole”, condividiamo lo stesso desiderio rivoluzionario, la stessa fede. È la donna che vuole condividere il resto della sua vita con me, avere un figlio con me, che ha il mio stesso entusiasmo per la vita, che vuole vivere con me, giorno per giorno, questa bellissima storia per costruire insieme una famiglia felice. Tutto questo è straordinario. È come se nella pista della vita fossi nuovamente sullo starter di partenza.
«…ma io chi sono, nel settembre dorato, se da me tolgo tutto ciò che gli altri hanno fatto di me?…» (I. M.) (dati modificati)
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