Miles Davis mi insegnò: si può stonare

"Suonavo e inciampai su una corda. Lui cambiò la musica. Non ci sono note giuste o sbagliate, c'è la libertà dell'uomo".

Herbie Hancock va ad Harvard. Il leggendario pianista-compositore jazz, 73 anni, ha lasciato la sua villa di West Hollywood (dove, accanto allo studio di registrazione high-tech, si è fatto costruire un tempio buddhista per la preghiera e i canti quotidiani) e lunedì 3 febbraio è salito sul podio del prestigioso Sanders Theatre tutto esaurito — nonostante neve e freddo — per tenere la prima di sei lecture sull’etica del jazz, The Wisdom of Miles Davis, dedicata al grande musicista di cui fu allievo e collaboratore.

Lo scorso gennaio Harvard lo ha nominato Charles Eliot Norton Professor of Poetry 2014, primo jazzista e primo afro-americano a ricoprire la cattedra fondata nel 1925 «per promuovere la poesia nel senso più ampio del termine». E infatti tra i suoi predecessori ci sono scrittori, musicisti, pittori e scultori: T. S. Eliot e Igor Stravinsky, Jorge Luis Borges e Frank Stella, Italo Calvino e Luciano Berio. «Hancock ha incarnato l’innovazione culturale in ciascuna decade dell’ultimo mezzo secolo», l’ha presentato alla platea Homi Bhabha, direttore del dipartimento di Studi umanistici di Harvard: «Il suo apporto alla storia della musica è senza precedenti». Dopo essere stato paragonato a Ravel e Debussy per le sue improvvisazioni dove il jazz si fonde al blues e alla musica classica studiata per tanti anni, fu lui a inaugurare l’era dell’hiphop — era il 1983 — con il singolo Rockit, dall’album Future Shock.

Eppure quando Harvard l’ha chiamato, Hancock ha indugiato. «Non avevo mai sentito parlare di questa cattedra», racconta a «la Lettura» al termine della lecture durante la quale si è più volte seduto al piano per rendere meno astratte le sue meditazioni sull’anima profonda e universale del jazz. «Stare in compagnia di un gruppo di luminari tanto illustri m’intimoriva». Alla fine ha accettato «perché mi sembrava l’occasione ideale per esprimermi senza dover usare soltanto le dita».

In linea con il buddhismo della scuola giapponese Nichiren, che pratica da quarant’anni, Hancock tiene a precisare: «Anche nel jazz non ci sono note giuste e note sbagliate». Fu Miles Davis, che nel 1963 lo chiamò a far parte della sua leggendaria band, a insegnargli «come trasformare il veleno in medicina» durante un concerto del loro quintetto a Stoccolma, nel 1967. «Era una di quelle rare serate di perfezione musicale e di totale sintonia con il pubblico», racconta, spiegando che, «dopo uno straordinario assolo di Miles, in una pausa chiave, inciampai su una corda, stonando clamorosamente». Hancock si rese subito conto dell’errore. «Mi sembrava di aver frantumato una magnifica scultura di cristallo». Ma il vero shock arrivò subito dopo, quando si accorse che Davis aveva risposto al suo errore con un’improvvisazione musicale che lo incorporava nel fraseggio, rendendolo plausibile. «Invece di giudicare la mia stonatura come brutta e sbagliata, Miles la accolse come uno input inatteso, trasformandola in qualcosa di bello e virtuoso». Fu una grande lezione d’arte e di vita. «Come il buddhismo, anche il jazz è collaborazione, dialogo, tolleranza, altruismo e libertà».

Ma il jazz, precisa, è soprattutto universale. «Pur scaturendo dall’esperienza degli schiavi afro-americani, si rivolge all’intera umanità. La sua abilità nel trasformare l’evento umano più doloroso e tragico in qualcosa di bello e creativo tocca una corda in ognuno di noi».

L’aneddoto sembra scuotere il pubblico dell’ultracentenario auditorium, il più grande di Harvard con i suoi 1.166 posti occupati da matricole, laureandi, luminari dell’ateneo come la presidentessa Drew G. Faust e Henry Louis Gates Jr., direttore dell’istituto di studi africani, nonché ex docenti ormai in pensione, alcuni arrivati in sedia a rotelle.

«Voglio presentarmi», aveva esordito alcuni minuti prima Hancock, varcando il palcoscenico con il suo look assai poco professorale: giacca grigia sopra jeans e camicia neri e occhiali scuri. «Mi chiamo Herbert Jeffrey Hancock e sono nato a Chicago il 12 aprile 1940. Non sono solo un musicista ma anche un marito, un americano, un attivista, un padre (sua figlia Jessica, 40 anni, è una sua collaboratrice, ndr). E, soprattutto, sono un essere umano».

Hancock menziona il suo ruolo di ambasciatore di Buona Volontà per l’Unesco (è stato lui a inaugurare l’International Jazz Day, nel 2012); poi ripercorre un’infanzia da enfant prodige iniziata a sette anni suonando il piano e studiando musica classica con maestri come Vittorio Giannini. A 11 anni vince la prima competizione, suonando con la Chicago Symphony il concerto per pianoforte numero 26 in re maggiore K 537 di Mozart e a 22, prima di essere scoperto da Miles Davis, pubblica con Blue Note Records il suo primo hit, Watermelon Man, che trasforma Mongo Santamaría in una star.

«Nei primi mesi con Miles ero nervosissimo», confessa. Davis intuisce la sua agitazione e, invece di mettersi in cattedra, si fa da parte. «La prima cosa che notai di lui fu la sua straordinaria capacità di ascolto. Anche quand’eravamo insieme sul palco, le sue improvvisazioni erano la risposta a ciò che aveva ascoltato dai membri del gruppo più giovani e con meno esperienza di lui». Un giorno Hancock fu invitato a casa di Davis per provare con la sua band, rimanendo di stucco quando il maestro lasciò i suoi musicisti a esercitarsi da soli mentre lui sparì al piano di sopra. Dopo una settimana di prove senza il loro mentore, Davis raggiunse i suoi per annunciare di aver fissato un appuntamento in studio, dove quello stesso pomeriggio registrarono Seven Steps to Heaven. «Molti anni dopo scoprii che Miles andava di sopra ad ascoltarci suonare attraverso il sistema elettronico intercomunicante di casa, perché non voleva intimorirci con la sua presenza».

Mercoledì 12 febbraio Hancock terrà la sua seconda lecture intitolata Breaking the rules, infrangere le regole. «Il rischio nella vita è tutto; io ho sempre vissuto applicando questa regola», spiega anticipandone i contenuti. «Mi interessa parlare del fatto che i personaggi che studiamo a scuola non sono quelli che seguivano le regole. Gli esecutori passivi non se li ricorda nessuno perché non hanno cambiato nulla e non hanno avuto alcun impatto sulla storia umana».

Nei prossimi due mesi Hancock tornerà a esplorare l’etica del jazz ripercorrendo le tappe più significative di una carriera che, in oltre mezzo secolo, lo ha portato a collaborare con artisti eterogenei come Bill Cosby, Carlos Santana, Paul Simon, Sting e Michelangelo Antonioni (firmò la colonna sonora di Blow-Up e vinse un Oscar per quella di ‘Round Midnight — A mezzanotte circa di Bertrand Tavernier). Hancock ha vinto anche 14 Grammy Awards. L’ultima volta nel 2008 con River: The Joni Letters, dedicato alla sua amica Joni Mitchell, che si aggiudicò l’ambitissima statuetta come miglior album dell’anno. Un riconoscimento che il mondo del jazz non riceveva dal 1965, quando Stan Getz e Joao Gilberto vinsero con Getz/Gilberto.

Ad Harvard Hancock parlerà anche dell’ultimo dei suoi oltre cento dischi, The Imagine Project, che, all’insegna della globalizzazione «buona», ha riunito musicisti di Stati Uniti, Gran Bretagna, Irlanda, Mali, Congo, Colombia, Messico, Somalia, Sudafrica e India. In ben sette lingue diverse l’eclettica band invita a realizzare l’utopia di John Lennon. «Non vogliamo un mondo avido ed egoista — sottolinea il musicista — ma un futuro di pace e di fratellanza dove invece di parlare in prima persona, si userà solo il plurale “noi”». E il jazz, promette ancora, ne sarà il collante. «Le radici del jazz sono nell’umanità. Non solo in Africa, ma anche in Irlanda, in Italia e in tanti altri Paesi; è per questo che sto cercando di farlo includere nella lista mondiale del patrimonio immateriale dell’Unesco». Ma il jazz si è già conquistato l’immortalità. «Ciò che lo rende vivo è il suo essere così libero, duttile e generoso. Aperto a influenzare altri generi, facendosi a sua volta influenzare da essi».

Twitter @farkasny - Alessandra Farkas - (Fonte)
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