Vent’anni di fiducia

Un’ostilità assurda, quasi inspiegabile, da parte di genitori altrimenti normalissimi. Nonostante il Daimoku clandestino, le numerose complicazioni, i lunghi anni prima di poter vedere una soluzione, l’idea di perdere non ha mai avuto il sopravvento.

Il motivo che mi aveva spinto a praticare era il forte desiderio che la mia famiglia diventasse felice. Mia madre da cinque anni (dopo la nascita della terza figlia) era entrata in depressione e quindi il rapporto tra i miei genitori, già abbastanza difficile, si era ulteriormente complicato. Tutto ciò era reso ancora più pesante dal completo isolamento in cui vivevamo: non avevamo infatti rapporti costanti con nessuno dei nostri numerosi parenti e le amicizie erano solo formali. Vista dall’esterno, la mia era una famiglia tranquilla e senza problemi, mentre all’interno si scatenavano liti e discussioni per un nonnulla.
Inizialmente i miei non si opposero alla pratica, che non presero in nessuna considerazione. Dopo pochi anni mia sorella maggiore, che aveva sempre condotto una vita un po’ particolare, iniziò a fare uso di stupefacenti. Per un po’ pensai che praticando avrei potuto risolvere io il suo problema senza farne partecipi i miei genitori, fin quando mi fu consigliato di parlarne con loro.


La reazione fu molto dura, quasi incredibile. Tutta la loro collera e rabbia si scatenò su di me e sulla pratica. Io ero la causa del problema e, mentre con mia sorella che ormai viveva fuori di casa, si comportavano come se nulla fosse, nei miei riguardi erano durissimi.
Erano talmente sconvolti e arrabbiati che arrivarono anche a dire che loro avevano due figlie disgraziate, una buddista e una drogata, e questo non lo dicevano solo a me, ma anche a tutti i loro amici. Inoltre non perdevano occasione per offendere la pratica e tutti quelli che praticavano.
Erano arrivati anche a mettere un regolamento di casa per cui, pur avendo io venti anni, lavorando e studiando, non potevo uscire che sotto il controllo di mio padre e per praticare dovevo recitare di notte, altrimenti erano botte. Il mio babbo, che da piccola non mi aveva mai picchiata e non era mai stato violento, sembrava diventato incapace di controllarsi.
Insomma, da quando avevo iniziato a recitare per la felicità della mia famiglia le cose non solo non erano migliorate, ma erano andate sempre peggio! Io però non mi domandavo mai perché il Gohonzon non rispondesse alle mie preghiere ma, al contrario, proprio per questo mio problema ero sempre più attaccata alla pratica, pensando che forse tante cose potevo risolverle anche senza il Gohonzon, mentre per questa non avrei proprio saputo cosa fare.
A ventuno anni dissi che mi volevo sposare. Apriti cielo! Volevo sposare un buddista e non importava chi fosse, se fosse bravo o meno: era un buddista e questo bastava. Mia madre, con cui sin da piccola avevo un ottimo rapporto e che fino ad allora aveva sempre cercato di difendermi, di punto in bianco cambiò completamente. Un giorno, tornando a casa, trovai che aveva preso il butsudan, gli accessori e tutto il resto e li aveva buttati nel cassonetto dell’immondizia. Per mia fortuna quella mattina, non sentendomi tranquilla, avevo deciso a loro insaputa di portare via il Gohonzon.
In quel momento mi sentii proprio sola. Riaprii il Gohonzon dopo pochi giorni e tuttora la casa dei miei genitori ne porta le tracce, in quanto inchiodai completamente il butsudan al muro con una fitta rete di chiodi. Nei due anni successivi i miei genitori continuarono a opporsi con forza al matrimonio minacciandomi, ricattandomi e arrivando a dire cose assurde: sembrava, a sentir loro, che fossi finita sul marciapiede. Ma io tenevo duro e recitavo, volevo sposarmi e, soprattutto, ottenere il loro consenso. Non volevo che un giorno potessero rimpiangere il fatto di non aver partecipato al mio matrimonio.
Il giorno in cui andammo a parlare con mio padre per fissare le nozze recitai nove ore di Daimoku perché, non importava come, volevo che lui accettasse; e così fu, benché durante tutto il dialogo con Daniele, il mio futuro marito, non facesse che ripetergli che stava per sposare una poco di buono, una persona che non sarebbe mai stata in grado di essere una moglie e una madre.
Quando mi sposai uscii di casa sotto il controllo vigile di mio padre. Potevo portare con me solo quello che avevo comperato con i miei soldi, mentre anche ciò che mi avevano regalato negli anni doveva rimanere in casa in quanto non mi apparteneva più. Sembrava che stessero cacciando un ladro.
La grande protezione del Gohonzon si manifestò però nella meravigliosa famiglia che mi accolse. Tanto i miei genitori erano furenti per queste nozze, tanto i miei suoceri ne erano entusiasti. Mia suocera e mia cognata mi regalarono parte del loro corredo e tutto ciò che mi occorreva in casa. Mi fecero sentire un grande affetto senza farmi pesare assolutamente il comportamento scorretto e offensivo che la mia famiglia aveva avuto nei loro riguardi.
Pensavo che, una volta uscita di casa, i rapporti con i miei sarebbero pian piano migliorati. Io, comunque, potevo finalmente partecipare alle attività della nostra associazione in piena libertà: era finito il tempo della pratica fatta di nascosto, della lotta a suon di Daimoku per ottenere il permesso di partecipare a ogni corso a Trets, riunione o corso estivo. Da quel momento, con grande piacere, misi la mia casa a disposizione per ogni tipo di riunione.
Durante il primo anno del mio matrimonio i miei genitori e io non ci siamo mai visti né sentiti. Rimasi incinta ed ebbi una minaccia di aborto. Quando telefonai ai miei genitori, che mi avevano invitato per Natale, comunicando la notizia della mia gravidanza e insieme l’impossibilità di accettare il loro invito a causa delle mie condizioni fisiche, mio padre andò su tutte le furie e lo prese come un affronto personale. Nei sei mesi in cui sono stata a letto e all’ospedale i miei genitori non sono mai venuti a trovarmi. Eppure, pensando a come andarono poi le cose con gli altri figli, il primo fu quasi un privilegiato, in quanto almeno vennero a vederlo appena nato. Intanto il loro rapporto con Davide era quasi inesistente: se c’era lui, loro uscivano come se fossero degli estranei, a malapena si salutavano e comunque tutto ciò non accadeva spesso, perché in tutto ci vedevamo due volte l’anno.
Quando nacque il secondo figlio mi avvicinai di nuovo a mia sorella, la quale faceva ancora uso di stupefacenti, si era sposata, aveva una figlia e manteneva intensi rapporti con i miei genitori. La mia sofferenza per la sua situazione era molto grande e recitavo ormai da anni perché lei risolvesse il suo problema, senza peraltro sapere cosa fare per aiutarla. Fu allora che decisi di prenderla come baby-sitter e usare questa occasione per farla praticare. Nacque Pietro e da allora furono anni di grande sfida. Da una parte dovevo tutti i giorni sperimentare il Gohonzon, credere nel fatto che la protezione dei miei figli dipendesse dal mio Daimoku, credere cioè a Nichiren quando dice: «È scritto che coloro che abbracciano il Daimoku del Sutra del Loto saranno protetti da Kishimojin e dalle sue dieci figlie. Assaporeranno la felicità di Aizen e godranno della fortuna di Bishamon. Ovunque tua figlia possa giocare, non le accadrà niente di male; sarà libera dalla paura come il re leone. ... Ma tutto dipende dalla tua fede». Dovevo a tutti i costi, tutti i giorni, tirare fuori il potere della mia fede per poter stare tranquilla in negozio a lavorare, per non aver paura a ogni ritardo di mia sorella, a ogni sirena di ambulanza. D’altra parte dovevo anche trovare il tempo di recitare per lei e insieme a lei nei momenti in cui era lucida, sforzandomi ogni sera, nello spazio ritagliato tra lavoro, cena e attività, di insegnarle Gongyo.
I miei genitori, invece di essere contenti di questa unione, erano arrabbiatissimi: non sopportavano l’idea che lei potesse praticare, che noi avessimo un rapporto di fiducia e non facevano altro che cercare di allontanarci, magari dicendo a mia sorella che era sfruttata, sottopagata o altre cose. La loro collera era tale che iniziarono anche a infierire sui miei figli, dicendo loro che vivevano in una casa brutta e sporca, oppure sparlando di me e di mio marito. Mia sorella stava comunque sempre meglio.
Pochi mesi dopo suo marito ebbe un incidente ed entrò in coma. Lei ebbe una ricaduta e poi sparì. Le cose andarono malissimo; mio cognato morì e, dopo un mio ulteriore tentativo di dialogo con la mia famiglia, i nostri rapporti si interruppero completamente. Per i miei genitori né io né la mia famiglia esistevamo più. Del terzo figlio non sapevano neanche il nome e, una volta che incontrai mio padre per strada e lo salutai, lui mi rispose: «Buongiorno signora». Mi sembrava di essere un’orfana. Per fortuna avevo accanto Davide, che per tutto questo tempo non era mai stato uno spettatore incurante, ma davvero mi aveva dimostrato tutto il suo sostegno e il suo affetto nel modo più delicato e rispettoso. Comprendendo quanto questa famiglia fosse importante per me, aveva sempre avuto fiducia nelle mie decisioni, anche quando potevano sembrare contrarie al buon senso.
Devo dire che questo stacco netto fu per me quasi una liberazione. Erano più di diciassette anni che costantemente recitavo, combattevo e mi preoccupavo per i miei genitori, facendo passare in secondo piano tutto il resto; erano stati un problema sempre presente e adesso non doverci pensare era un sollievo.
Tuttavia, sebbene fossi contenta di quello che avevo realizzato praticando – la mia bella famiglia, la salute, il lavoro, i figli – sapevo che lo scopo per cui avevo iniziato non si era realizzato, anzi, sembrava lontanissimo: una sorella persa in India, una famiglia che non mi riconosceva. Più recitavo per la mia vita e più questo punto oscuro si presentava, finché decisi che era arrivato il momento di combattere fino in fondo questa battaglia. Se il potere del Gohonzon era infinito dovevo vedere realizzato il mio sogno. Per la prima volta capii profondamente il senso della frase di Gosho «...se la mente degli uomini è impura, anche la loro terra è impura, ma se la loro mente è pura lo è anche la terra. Non ci sono terre pure o terre impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente».
Il problema non erano i miei genitori o mia sorella, l’unico problema era il mio karma. Fu come risvegliarsi e rendersi conto che tutto era molto più facile: non dovevo cambiare i miei genitori o fare altre azioni particolarmente difficili, dovevo solo combattere davanti al Gohonzon per sradicare il mio karma negativo e poter tirare fuori dalla mia vita una profonda e intoccabile felicità. Smisi di preoccuparmi delle ambulanze, di come era la voce di mia sorella, delle cattiverie che mi arrivavano, di quello che dicevano su di me i miei genitori: a ognuna di queste cose reagivo considerandole la materializzazione dei miei dubbi sul fatto di poter diventare felice e di conseguenza rafforzavo la mia pratica.
I risultati non si fecero attendere. Nel giro di pochi giorni, dopo tre anni di completo silenzio, mio babbo telefonò per invitare Davide, me e i bambini a cena. Fu una serata indimenticabile e i miei figli, che quasi non sapevano di avere dei nonni, furono tanto affettuosi da lasciare nel loro cuore un segno profondo. Mia sorella è uscita dal suo tunnel, ha preso il Gohonzon e sta felicemente combattendo la sua battaglia nella vita. Da quella cena con i miei genitori ne sono seguite altre e non solo! Loro, che non venivano a trovarci a Firenze pur abitando a solo venti minuti da casa nostra, sono venuti a trovarci mentre eravamo in vacanza viaggiando per tre ore per poter stare insieme mezza giornata. Adesso vado con mio padre a vedere le partite di calcio di mio figlio e lui mi dice, e dice ai suoi amici, che sono diventata una mamma e una moglie davvero brava. Per Natale sono venuti a trovarci a casa e, cosa incredibile, mio padre prima ancora di salutare me è andato a cercare Davide per abbracciarlo e baciarlo. Anche se non praticano, il loro atteggiamento verso il Buddismo è completamente cambiato: quest’anno, quando hanno saputo che avrei partecipato al festival mondiale, si sono preoccupati tutti i giorni di avere informazioni su come stavo. Adesso sono contenti che mia sorella pratichi e la sostengono.
Quello che oggi provo nei loro confronti non è solo affetto e gioia di stare insieme, ma anche profonda felicità per averli come genitori. Posso dire che è stata una battaglia lunga, dolorosa e faticosa, ma quello che mi ha permesso di portarla avanti per tutti questi venti anni è stata la speranza e la fiducia che continuamente venivano alimentate dall’attività. Infatti, nonostante avessi tre bambini piccoli, un negozio da mandare avanti da sola e un marito che per lavoro e attività era ed è quasi sempre fuori casa, ho sempre cercato di dedicarmi agli altri, di fare del mio meglio nella responsabilità che avevo.
Ho recitato tutti i giorni per poter trovare dentro la mia giornata il tempo di incoraggiare anche una sola persona, sentendo che ogni volta che riuscivo a far rinascere la speranza nell’altro stavo accrescendo la mia. Ogni loro vittoria sul dubbio era una mia vittoria, ed è grazie a questo allenamento costante a trovare dentro di me la fiducia nel Gohonzon per poter incoraggiare gli altri che ho potuto combattere fino in fondo questa battaglia.
Quello che ho ottenuto non è solo una famiglia felice, come desideravo all’inizio della mia pratica, ma anche una più profonda consapevolezza della felicità mia e di tutti quelli che mi sono attorno. Kosen-rufu dipende veramente dal cambiamento dellanostra vita e dalla nostra rivoluzione umana. (A. V.) (Dati modificati)
stampa la pagina

Commenti

  1. Bella e coraggiosa esperienza! :-) Grazie. Marco

    RispondiElimina
  2. Grande incoraggiamento! Grazie!!!!! Anna

    RispondiElimina
  3. grazie, della meravigliosa esperienza.Rocco

    RispondiElimina

Posta un commento