Il Sutra del Loto #157 (Parte prima di due)

Una filosofia per trasformare la "Società del desiderio"

Nen kon hi jitsu metsudo. Ni ben sho gon. To shu metsudo. Nyorai i ze hoben. Kyoke shujo. Sho-i sha ga. Nyaku bukkuju o se. Hakutoku shi nin. Fu shu zengon. Bingu gesen. Tonjaku goyoku. Nyu o okuso. Moken mo chu. Nyakken nyorai. Jo zai fumetsu. Ben ki kyoshi. Ni e endai. Fu no sho o. Nanzo shi so. Kugyo shi shin.

Benchè in realtà io non muoia mai, prospetto la mia morte. Con questi mezzi il Tathagata istruisce le persone.
La ragione è questa. Se il Budda rimane troppo a lungo nel mondo, le persone di scarso valore non potranno accumulare la buona fortuna necessaria per raggiungere l’Illuminazione e cadranno nella povertà e nell’indigenza. Avidi a causa dei cinque desideri, si faranno intrappolare da pensieri ed idee illusori. Vedendo che il Tathagata è sempre presente in questo mondo e non muore mai, diverranno arroganti ed egoisti e trascureranno la loro pratica buddista. Non potranno comprendere quanto sia difficile incontrare il Tathagata e non sentiranno reverenza nei suoi confronti.


Questo brano spiega perché il Budda entri nel nirvana nonostante in realtà la sua vita sia eterna, riallacciandosi al passo «ho reso gli uomini testimoni del mio nirvana come mezzo per salvarli» che studieremo in seguito nel Jigage, la parte in versi del capitolo.
Tanto per cominciare, l’entrata di Shakyamuni nel nirvana era il mezzo fondamentale da lui usato per guidare le persone all’ottenimento del supremo stato vitale della Buddità. L’insegnamento contenuto nel capitolo Rivelazione è la cristallizzazione della lotta spirituale di Shakyamuni per incidere la saggezza, la compassione e lo sforzo del Budda nelle vite dei discepoli, in modo da farli avanzare sul suo stesso sentiero.
D’altro canto, se il Budda rimanesse per sempre, forse le persone di fede debole cadrebbero preda dell’arroganza e dell’indolenza, diventando incapaci di «comprendere quanto sia difficile incontrare il Budda» e di «sentire reverenza nei suoi confronti».
L’entrata nel nirvana del Budda è dunque un espediente per indurre le persone a risvegliare il proprio spirito di ricerca.
Il Budda è il “maestro della via suprema”, che appare nel mondo per poi entrare nel nirvana, suscitando così nelle persone un ardente desiderio di ricercare la via suprema, progredire senza limiti e migliorare se stesse.
Se egli rimanesse per sempre, allora i discepoli pensando «l’Onorato dal mondo rimarrà qui per sempre», si rilasserebbero, diventerebbero pigri e dimenticherebbero il cammino dell’ automiglioramento, senza potere quindi ottenere la Buddità. Dapprima si sforzerebbero nella pratica e riverirebbero il Budda, ma col tempo si abituerebbero ad averlo sempre vicino e cederebbero all’inerzia, perdendo entusiasmo e senso di gratitudine per l’occasione di avanzare insieme a lui. Inoltre sarebbero sempre più schiavi del proprio piccolo io e trascurerebbero la pratica buddista. Questa è la tendenza del cuore umano e può darsi che Shakyamuni presagisse questa tendenza nell’atteggiamento dei suoi discepoli.
Così, per indurli a «comprendere come è difficile incontrare il Budda» e a «sentire riverenza nei suoi confronti», egli utilizzò l’espediente di insegnare che il Budda entra nel nirvana. Comprendere quanto sia difficile incontrare il Budda, nutrendo nei suoi confronti rispetto e riverenza, è la vera sorgente della fede.
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