Il ritmo senza età

Un sogno nel cassetto diventa realtà, ma in un modo del tutto inatteso. La passione per la musica apre la porta di mondi sconosciuti – la vecchiaia e la malattia incurabile – inventando un nuovo modo di comunicare e di dare gioia.

Ho cominciato a praticare il Buddismo di Nichiren Daishonin nel 1993, all’età di diciannove anni. Sono stato tra i primi nel mio paese e la crescita della mia vita, negli anni successivi, è andata di pari passo con l’aumentare del numero delle persone che accompagnavo alle riunioni. Spesso si trattava di amici che avevano cominciato a fare uso di eroina, o che comunque avevano una vita molto sbandata. Io stesso rischiavo di fare quella fine perché ero troppo arrabbiato con il mondo, con la gente, con la vita.
Alcuni di loro hanno iniziato a recitare e sono diventati persone realizzate; altri, pur non accettando di praticare, hanno comunque ricevuto da me stimoli positivi. Non ho mai smesso di stare tra la gente, specialmente con chi non praticava, perché questo mi permetteva di parlare moltissimo di Buddismo, cosa che mi dava carica e benefici. Non credo che facessi questo perché ero un campione nella fede, ma perché mi ero accorto che tutto quello che nasceva dal dialogo con i non buddisti era molto interessante e portava un arricchimento ad entrambi.


Man mano che praticavo iniziavo ad avere un atteggiamento molto diverso nei confronti degli altri, rispettando sempre di più soprattutto le donne, che prima inquadravo solo in una certa prospettiva, tanto che cominciai il mio primo rapporto “serio”. Lo strano è che fu lei a lasciarmi, dicendomi “o me o il Buddismo”. Fu un brutto colpo, ma adesso ne sono contento perché mi ha aiutato a capire meglio cosa vuol dire essere felici ed innamorati. Ritengo che, per poter vivere creativamente un rapporto di coppia, riuscendo a dare e ricevere, occorra per prima cosa essere innamorati della vita. Ho dovuto mio malgrado imparare a stare bene da solo prima di stare bene con qualcun altro.
Nel 1997 ho lasciato il lavoro di perito industriale per dedicarmi alla mia passione, la musica. Suonavo la chitarra e cercavo di fare di tutto, dal ballo liscio allo Zecchino d’oro. Non lo facevo per diventare famoso, a me bastava lavorare. Molti miei amici musicisti si sentivano parte di una élite, come capita spesso nel mondo della musica; io invece vivevo la musica nel suo aspetto popolare, rivolta alla gente comune. Mi era stato consigliato, sulla base della filosofia buddista, di avere umiltà nella mia professione. La vita del musicista è difficile, dovevo sforzarmi, praticare al meglio ed essere aperto verso gli altri. Tutto quello che ho imparato in quel periodo ha fatto sì che potessi poi vivere una meravigliosa esperienza usando la musica per il bene degli esseri umani.
Nel 1999 ho incontrato Teresa, che era venuta dalla Costa d’Avorio per studiare moda qui in Italia. Mi è piaciuta subito e ho iniziato a recitare per lei. Dopo sei mesi vivevamo insieme e finalmente nel 2001 ci siamo sposati e nello stesso anno è nato nostro figlio Mirko. Questo è stato per me il coronamento di un sogno: avevo sempre pensato che sarebbe stato bello potermi legare a una persona che provenisse da un mondo diverso dal mio, da un’altra cultura.
Dopo la nascita di Mirko ho dovuto cercare altri lavori: ho fatto il montatore di impianti di aria condizionata, poi l’assistente socio-sanitario in una struttura per anziani. Credevo di dover smettere di suonare, in realtà invece ho avuto la possibilità di fare molte serate, riuscendo così non solo a mantenere la mia famiglia, ma anche a continuare i miei studi di musica al conservatorio come privatista. Anche Teresa, che dopo il parto pensava di dover abbandonare la scuola per stilisti di moda, ha poi continuato fino al diploma.
In questo periodo a Pistoia ho aperto un negozio di prodotti cosmetici per gli extracomunitari che, avendo una pelle diversa dalla nostra, hanno bisogno di un tipo speciale di fondotinta, shampoo ecc. È stato uno dei primi negozi gestiti da africani in Pistoia ed è diventato anche un punto di ritrovo per loro.
Intanto nel mio lavoro con gli anziani ho cercato di sfruttare la musica facendo animazione. Suonavo le canzoni della loro epoca, trovando che questo aveva un effetto positivo; la gente si divertiva e partecipava. Ebbi un’idea: vedendo un anziano che aveva una malattia mentale muoversi in maniera ripetitiva, ritmica, pensai di fargli suonare delle percussioni leggere e poi dei pezzi della batteria di mio figlio Mirko, un po’ sul serio e un po’ per scherzo. Mi accorsi che seguiva il tempo in maniera molto precisa, anche se senza figure ritmiche. Allora scomposi gli strumenti di tutta la batteria per darli ad altri anziani o malati. Chi suonava il charleston, chi il timpano, chi altri strumenti latini, qualcuno cantava. Nacque così un’orchestrina interna alla struttura che con il passare del tempo cresceva, aumentando i pezzi del repertorio. Creammo un gruppo interamente composto di ultra- ottuagenari che si chiamava Trik trak band, che cominciò a girare, come in una vera e propria tournée, visitando le varie strutture per anziani, animando feste e portando allegria. Il cantante, sempre molto entusiasta, aveva ben novantadue anni!
L’anziano che vive in un ricovero riceve tutto quello che gli è necessario, ma non gli viene chiesto né permesso di avere un atteggiamento produttivo, creativo. Invece i membri della Trik trak band facevano qualcosa per gli altri, si sentivano utili e così erano più contenti e soddisfatti. Dopo alcuni anni i miei superiori, soci della cooperativa per cui lavoro, mi hanno proposto di andare a lavorare in un centro sperimentale dove sono raccolte persone affette dalla malattia di Alzheimer, un’affezione degenerativa del sistema nervoso che porta a problemi di memoria, coordinamento, linguaggio, senso dell’orientamento, del tempo e del luogo. Progressivamente, conduce alla demenza. Questi ammalati gravi si trovano raccolti in un centro protetto, sotto controllo perché non si perdano o facciano cose pericolose per sé e per gli altri; ci si sforza di fare in modo che possano mantenere più a lungo possibile le capacità residue, consapevoli che comunque l’affezione degenererà, inevitabilmente.
Anche per loro suonavo canzoni della loro epoca, cercando di fare in modo che potessero riassaporare qualcosa del loro vissuto. Il passato è così importante per queste persone, la cui vita è come spezzata dalla malattia.
Il mio è un approccio emotivo: del resto anche i testi sull’Alzheimer invitano ad avere un contatto più profondo, non solo razionale, con chi ne è affetto. Quando faccio musica, parlo con loro da pari a pari. Grazie al mio Gongyo cerco di entrare in relazione con ciascuno di loro non come ammalato, ma come Budda. Quando ho visto che per simpatia queste persone cantavano insieme a me, si muovevano ritmicamente, provando un evidente piacere, ho cercato di capire il perché di questa cosa alla luce del Buddismo. Era mio desiderio vedere come era possibile agire tramite la filosofia buddista verso la grave malattia che impediva loro di vivere in modo normale. Così ho cominciato a studiare i dieci mondi e ichinen sanzen in maniera molto più profonda.
Pur avendo perduto le facoltà di memoria e di coordinamento anche questi ammalati mantengono tutti gli stati vitali. Attraverso la musica, che è il tipo di arte che per eccellenza esprime meglio le emozioni, ho cercato allora di trasmettere e far vivere loro uno stato vitale più alto rispetto a quello che normalmente vivono: un inferno di noia, solitudine, paura, smarrimento. Prima di tutto ho cominciato a recitare per loro considerando che posseggono la Buddità insieme agli altri nove mondi. Pian piano queste persone hanno cominciato a partecipare alle mie attività di animazione vivendomi come un fulcro, un catalizzatore per la loro quotidianità. Mi vengono a cercare spontaneamente e riesco a fare cose che li coinvolgono e canalizzano le loro energie. Evito così che si arrabbino tra di loro, li guido verso un atteggiamento e delle attività costruttive, come aiutare a camminare chi non sa più farlo da solo, oppure cantare e suonare le percussioni leggere. Alcuni conservano qualità notevoli: mentre alcune si perdono completamente, altre si mantengono; ci sono ammalati gravi che riescono a tenere un ritmo o a cantare. Sfrutto le loro capacità residue secondo l’insegnamento buddista che invita a vedere i lati positivi di ognuno.
Per circa quindici giorni ho lavorato dentro la struttura utilizzando una scheda di verifica da me preparata: una lista giornaliera degli anziani con indicato lo stato vitale all’ingresso, prima delle attività di animazione, poi il livello medio in cui si suppone avessero vissuto durante la giornata e alcune note. Era molto importante guardare a cosa era stato attento l’ammalato: è difficile portare un ammalato di Alzheimer al livello di attenzione. Normalmente viene ritenuto irrecuperabile, aldilà delle la mia storia nostre possibilità di intervento. Ho cercato in ogni modo di oppormi a questo modo di pensare e sono riuscito a portarli a fare spettacoli anche negli asili, con loro grande soddisfazione.
Anche i colleghi e i responsabili della struttura dove lavoro hanno un atteggiamento diverso, nonostante una certa diffidenza nei miei confronti (sono l’unico buddista e la maggioranza dei colleghi è molto cattolica) e sentono meno pesantezza. In questi ammalati così gravi, infatti, anche un cambiamento appena percettibile è un grosso successo, perché appare come un’inversione del processo morboso.
Lo sforzo che ho fatto nel mio lavoro non mi ha impedito di dedicarmi alle altre attività. In estate ho avuto sempre l’opportunità di fare molte serate, il che mi ha permesso di realizzare un sogno: farmi uno studio e autoprodurre un CD.
Ma la conquista più grande è un’altra: noi giovani non pensiamo molto a quello che ci succederà nel futuro, cosa accadrà quando saremo anziani. Questa esperienza mi sta arricchendo molto, dandomi fiducia nelle capacità umane di fronteggiare malattie anche così gravi. È possibile dare a persone malate l’opportunità di vivere la loro vita residua in modo che la loro creatività possa ancora esprimersi: basta lavorare sul proprio atteggiamento in vista di questo scopo, per l’altrui e la propria felicità.
Infine, ho comprato un pezzo di terra in Costa d’Avorio. Chissà che in futuro non vada a vivere laggiù: una volta, prima di sposarmi, incontrai Kaneda al Centro culturale, che mi disse «Anche in Africa deve essere realizzato kosen-rufu». (N. C.) (dati modificati)
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Commenti

  1. che bella la tua storia ! ti dai così tanto da fare sei proprio un Budda in eterno movimento, grande.

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  2. Hai espresso la grandezza del buddisno in poche righe . Grazie!

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  3. Anch'io ho lavorato anni fa con gli anziani, trovo meravigliosa la tua esperienza e spero che ti permettano di sperimentare ancora e che altri si uniscano a te o comunque provino questa strada. Grazie pe la tua esperienza

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  4. che meravigliosa esperienza! Da vero Bodhisatva!! Immagino l'orgoglio e la felicità di Sensei!!!

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  5. che meravigliosa esperienza! Da vero Bodhisatva!! Immagino l'orgoglio e la felicità di Sensei!!!

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