Contemporanei di noi stessi

Minuti, ore, giornate, anni. Tempo che scorre via. Per dodici mesi abbiamo commemorato eventi del passato cercando di trarne un insegnamento per il presente. Questa volta, per concludere, parliamo del tempo. Perché non scivoli via come sabbia fra le dita, per cercare di cogliere e sfruttare ogni occasione, per imparare a farlo proprio.

Mettiamo che uno si svegli una mattina. Una domenica, magari, con la prospettiva di una giornata intera senza particolari impegni, da dedicare a se stesso. Un bel Gongyo, senza fretta, un bel po’ di Daimoku, quelle cose che durante la settimana diventano difficili da fare. Finalmente, poter studiare il Gosho con calma. Prendiamo un volume a caso, il primo che capita. Volume 2. Sì, interessante, ci sono dei trattati molto importanti. Bene, pagina 3. La scelta del tempo. Benissimo.
Non l’ho mai affrontato sul serio. «Chi desidera studiare il Buddismo deve prima di tutto imparare a riconoscere il tempo».
Pausa. Silenzio. Paralisi. Rileggiamo...
Pausa. Silenzio. Paralisi.


Non ci mancava che il tempo! Tanto ce ne sono pochi di problemi! E poi, parliamoci chiaro, cosa significano per me, per le beghe che devo affrontare tutti i giorni, sanzen jintengo, oppure goyaku jintengo? Che diavolo sono i kalpa e gli eoni? Animali preistorici? Cosa vuol dire “Budda di Kuon ganjo”? In che squadra gioca?
Non basta l’orologio a darmi l’angoscia, tutti i giorni? Già, ma in che relazione sta l’orologio con la mia pratica buddista? A cosa serve? Ma il Gohonzon ce l’ha o no, un orologio?
Oppure usa il mio?
Venticinque minuti per fare Gongyo mattina, un quarto d’ora di Daimoku, e poi via. Se c’è traffico, rischio di arrivare tardi al lavoro. Ci sono mattine che riesco a malapena a fare Gongyo. Come faccio a concepire l’ infinito passato, vivendo così? Ma poi, si fa presto a dire tempo. È un concetto così astratto, così fuori... dal tempo!
È uno scherzo, certo, ma non del tutto.
È comunque stressante vivere così. Viene l’affanno solo a scriverne! Ma forse, converrebbe fermarsi un momento e cercare di affrontare la questione in modo più costruttivo.
Ma può il comune mortale, in mezzo alle tempeste di caos che ogni giorno affronta, capire che in ogni istante è compresa la vita nei tre tempi di passato, presente e futuro? Di fatto, il più delle volte si cerca di andare almeno ai tempi supplementari, specie quando si alza la testa dalle cose che stiamo facendo e ci si accorge che è già ora di andare a dormire. Il bello è che la mattina dopo si ricomincia da capo. Sembra veramente che non si riesca mai a pareggiare il conto.
Non è una novità che sia tempo che spazio siano concetti relativi. Prendiamo il mal di denti: il tempo non passa mai nell’attesa di andare dal dentista o che l’antidolorifico faccia effetto, e lo spazio vitale, l’universo, diventa quella porzione di mandibola che fa male. Al contrario, pensiamo a vacanze meravigliose in qualche luogo ameno in giusta compagnia. Appena cominciamo a prendere confidenza con lo stare bene, è già ora di tornare a casa. I luoghi assumono colori e odori di rara bellezza e intensità, facendoci diventare improvvisamente maghi della fotografia, con grande disdetta di parenti e amici, costretti a subire, al nostro ritorno, serate infinite fatte di diapositive e foto, catalogate e spiegate con amore una ad una.
Certo, questa è solo la superficie della questione. Evidentemente la percezione del procedere delle cose e del loro accadere è legata alla condizione vitale momento per momento. E qui, per certi versi, si apre una voragine. Prima di tutto: vogliamo chiarire una volta per tutte cosa si intende per momento o istante vitale? Cosa caspita è l’ichinen? Dove si trova? Che colore ha? Quanto dura? L’impressione è che in questo modo la strada che abbiamo intrapreso più che alla Buddità ci conduca diritti alla neuro deliri.
Proviamo a guardare la questione da un altro punto di vista. Parliamo di occasioni e di possibilità. È assolutamente normale che ad un certo punto della vita ci si ritrovi di fronte a un incontro, un avvenimento o quant’altro che provoca un cambiamento nel nostro modo di vedere le cose. Un’occasione, appunto. Ma non necessariamente ciò provoca un cambiamento effettivo. A volte, queste circostanze rimangono parentesi, incidenti, piccole divagazioni. Non cambiano niente di quello che già è. Altre volte, invece, l’occasione è “la svolta”. E di questo a noi interessa parlare.
Resta difficile pensare che un istante, per la sua brevità, possa essere determinante nella vita di una persona. Ma è altrettanto vero che la scelta fatta in quell’istante abbia la possibilità di essere realmente importante.
Uno dei punti che ci vede tutti d’accordo è che niente rimane uguale a se stesso, che tutto cambia e tutto si trasforma. Il problema è capire come avviene il cambiamento, in che direzione va. Se mettiamo in relazione, da questo punto di vista, i due concetti di ichinen e sanzen, e cerchiamo di comprenderne il loro reale significato, ci si trova di fronte a uno dei nodi principali della filosofia ma anche e soprattutto della pratica buddista. Sanzen, come sappiamo, indica i tremila mondi, l’insieme dei fenomeni della vita. Ichinen è l’istante vitale.
A chiunque potrà essere capitato di fare una foto. Un luogo, una persona, un oggetto. Sulla carta diventa qualcosa di definitivo, una sorta di blocco della realtà. In quel preciso istante, fermata in un’immagine c’è la vita. Nella sua totalità.
Il punto è che non si può sapere in base a quell’immagine cosa accadrà l’istante successivo. Ma forse più che questo a noi interesserebbe sapere cosa possiamo fare perché da quel momento le cose comincino a funzionare in modo costruttivo e positivo. Potremmo parlare di potere di intervento, capacità di trasformazione.
Come dicevamo, qualsiasi cosa nell’universo è sottoposta al ciclo costante di nascita, durata, trasformazione ed estinzione. Anche ciò che apparentemente ha tutte le qualità per rimanere inalterato, con il passare del tempo si trasforma. Josei Toda scrisse di quest’argomento, e ne parlò in riferimento al principio buddista delle tre verità, a cui rimandiamo per ulteriori approfondimenti.
Ma ecco ciò che ha affermato: «Non solo le nostre vite ma anche tutte le cose dell’universo non smettono mai di cambiare nemmeno per un brevissimo istante. Esse si trasformano momento dopo momento. Poiché ogni singola cosa cambia costantemente la sua forma, perfino un edificio in quanto tale è sempre diverso. Il tempo passa e esso si riduce in macerie e polvere. Le macerie stesse a loro volta si riducono in polvere e la polvere stessa continua a disintegrarsi. Il fatto di vedere le cose per quello che sono corrisponde al principio dell’esistenza temporanea (ke). E poiché questi fenomeni sono temporanei, non sono reali. In questo senso essi non hanno sostanza – questo è il principio della non sostanzialità (ku). Se consideriamo ogni momento in quanto esistente così com’è, questa è la Via di Mezzo (chu). Così l’aspetto e la natura di tutte le cose, nella loro esistenza di momento in momento, sono la vera entità. Anche le nostre esistenze e vite, istante per istante, sono la vera entità, e nella vera entità di quel momento è compresa tutta la vita dal passato senza inizio all’infinito futuro. Questo singolo istante di vita contiene gli effetti di tutte le nostre vite passate e le cause di tutte le nostre vite future. Questa è la Legge del Loto, la Legge di causa ed effetto».
Nella sua complessità, questo discorso di Toda apre nuovi orizzonti.
Se si riesce a leggere la realtà come una serie consequenziale di fotogrammi, non possiamo altro che concludere che ognuno di essi è il “momento”, la “svolta”. Ogni fotogramma ha in sé la potenzialità di una vita intera, proprio perché contiene tutti gli effetti del passato e tutte le cause del futuro.
Parlavamo di occasione e possibilità. La scoperta di un’occasione apre una possibilità, quella di poter intervenire rispetto all’occasione stessa. Il punto, quindi, sta nello sfruttamento delle circostanze, di entrare nel tempo, piuttosto che lasciare che esso scorra indisturbato.
Va da sé che il binomio ormai famoso di preghiera e azione sia l’arma vincente. Ed è altrettanto assodato che l’ottenimento della Buddità non sia qualcosa che implichi una meta fissa o statica. È piuttosto la battaglia che svolgiamo in mezzo alla realtà, la manifestazione di un profondo cambiamento di visuale rispetto alla vita nostra e degli altri.
Il presidente Ikeda dice sull’argomento: «Il mondo di Buddità si trova solo in una forte fede che cerca sempre di avanzare dallo stato di sofferenza allo stato di Buddità, e poi procede dallo stato di Buddità alla trasformazione della realtà. È la forza e la determinazione della fede che ci permette di continuare».
Se l’occasione forse può fare l’uomo ladro, la possibilità gli può permettere di diventare un Budda. Forse la strada è comprendere come vincere questa scommessa con la contemporaneità. (S. S.)
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