Un figlio, anzi, due


«Non avrei mai creduto di riuscire a trasformare il mio desiderio di avere un figlio nel desiderio di dare ogni giorno serenità, gioia e valori a due figli che non sono miei»

Sin dall'inizio, la mia vita è stata piena di difficoltà. Mia madre soffriva di cirrosi epatica, dovuta a un'epatite non diagnosticata in tempo, che la costringeva a letto sin da quando ero piccolissima. Si sviluppò in me un forte senso di impotenza e una profonda nostalgia; non riuscivo a comprendere la realtà. Mi sentivo completamente smarrita proprio negli anni in cui avrei avuto bisogno di un appoggio materno sicuro per esistere. Mio padre morì improvvisamente di cancro ai polmoni quando avevo quattordici anni e fui costretta a trasferirmi dalla città in un paesino sperduto con una delle mie tre sorelle, mia madre e la nonna ultra novantenne.
La nonna aveva una paresi al braccio e un'incontinenza totale, la mamma era spesso ricoverata in ospedale. Quando era a casa, ero sempre vicina al suo letto, in ansia per le conseguenze del coma epatico. Infatti, ad esempio, non capiva dove fosse il bagno, o vomitava ovunque tutto ciò che mangiava.

La scuola era in un altro paese quindi dovevo aspettare l'unico autobus del posto alzandomi prestissimo e arrivando a casa nel pomeriggio molto stanca. Ero molto sotto pressione e sfogai tutto questo con una malattia autoimmune: la vitiligine. Guardavo quelle macchie sulla pelle e piangevo in continuazione. Il mio conflitto interiore si manifestava così: pensavo di non meritare di essere felice, non essendolo mai stata. L'unica consolazione era il mio fidanzato, che vedevo però solo nei fine settimana perché abitava in città.
All'età di diciannove anni, il giorno dopo aver superato l'esame di maturità, mia madre morì fra le mie braccia. Un anno dopo morì anche mia nonna. Sempre in quel periodo, dopo sei anni di relazione, il mio fidanzato decise di lasciarmi senza una spiegazione. In realtà aveva da tempo un'altra storia. Soffrii enormemente; non capivo il perché di tutto ciò e decisi di farla finita. Una mia carissima amica con cui ero andata a vivere comprese la pericolosità della situazione e mi portò con sé dalla sua famiglia a Lampedusa. Lì conobbi il mio futuro marito, un genovese, che era lì per lavoro e che dopo il classico "colpo di fulmine" mi propose di andare a vivere con lui a Genova. Lasciai la mia Sicilia, quel che restava della mia famiglia, gli amici, l'università e mi trasferii a casa di questo "sconosciuto".
Era il 2002 e mio marito mi portò a casa di amici per una strana riunione dove sentii esperienze molto incoraggianti. Iniziai subito a praticare il Buddismo e finalmente cominciai a trovare il senso delle cose. Nel 2004 ricevetti il Gohonzon. Mi promisi di diventare felice e fare sì che tante altre persone lo diventassero. Lo stesso anno conseguii il diploma universitario di tecnico di radiologia e mi sposai.
Avevo realizzato tante cose e avrei dovuto esserne contenta. Invece sprofondai nella depressione: non mi lavavo più, non parlavo più, stavo in casa dondolandomi davanti al muro piangendo senza trovare la forza di reagire. Non avevo lavoro, né figli, né famiglia, a parte mio marito che era spesso fuori per lavoro. Ero di fronte al mio nodo primario. Riuscii però a farmi aiutare: chiesi consigli su come aver fede e mi sforzai di credere che ce l'avrei fatta. Iniziai a lottare come mi insegnava il presidente Ikeda. Facevo molto Daimoku, grazie all'enorme sostegno dei membri, studiavo il Buddismo e mi facevo seguire periodicamente da una brava psichiatra. Alternavo i momenti di rassegnazione ad altri in cui sentivo emergere un'enorme gioia mai sperimentata prima, indipendente da tutto. La mia vita cominciava a germogliare. Affrontai un problema per volta. Feci domanda e iniziai a lavorare come precaria girando tutti gli ospedali di Genova e provincia. Questo mi servì per vedere le varie realtà e capire in che condizioni avrei voluto lavorare fino alla pensione. Nel 2010 vinsi il concorso a tempo indeterminato nell'ospedale dove tutt'ora lavoro. Era quello che cercavo: persone di valore e macchinari all'avanguardia.
Nel frattempo mia sorella Paola, in Sicilia, dopo aver visto il mio cambiamento aveva cominciato a praticare da sola. Il marito però la ostacolava molto nel partecipare alle attività, le fece nascondere il Gohonzon nell'armadio e non voleva che praticasse davanti al figlio.
Intanto io volevo un figlio a tutti i costi e il mio desiderio era puntualmente frustrato dalla delusione di non riuscire ad averne. Mi arrabbiavo spesso con mio marito, piangevo, mentre facevamo esami che risultavano sempre del tutto normali.
Un medico agopuntore mi stimolò a tirar fuori il rapporto conflittuale che ancora avevo con mio padre, nonostante fosse morto da anni: lo incolpavo inconsciamente di avermi abbandonata e non essermi stato accanto quando avevo bisogno di lui per capire e sviluppare la mia individualità di adulta.
Una sera, dopo essere stata incoraggiata da quel dottore a recitare Daimoku per mio padre, sentii, davanti al Gohonzon, una sensazione fortissima di gioia e di comunione con papà: lo avevo finalmente liberato dalle mie angosce. Nello stesso periodo mio marito mi chiese se volevo adottare un bambino. Avevo già pensato all'adozione ma credevo che lui non avrebbe mai accettato un bambino di altri. Ne fui felice e iniziammo le lunghe pratiche necessarie. In quel periodo sviluppai un'altra malattia autoimmune, questa volta alla tiroide. Dimagrii visibilmente, ero sempre irritabile, avevo sbalzi di pressione continui e affanno, svenivo spesso e non dormivo più. Fu un periodo difficile: riuscire a mantenere l'obbiettivo nonostante la malattia e tutti i dubbi che questa mi scatenava. Già facevo fatica a credere di farcela da sana, figuriamoci da malata...
Quando fummo quasi alla fine delle pratiche per l'adozione, mio marito chiese di vedere dei bambini in un istituto; non era nella prassi ma andammo comunque. Quando arrivammo, un bimbo di appena un anno e mezzo venne da noi e allungò le braccia. Quella sera non dormimmo pensando a lui; ci dissero che era lì con il fratellino di un anno più grande che, quando mi vide la seconda volta, mi saltò al collo chiamandomi mamma. Erano lì da nove mesi perché erano destinati all'affido familiare ed era importante che rimanessero insieme.
Ricominciammo i colloqui per intraprendere la strada dell'affido. Non era assolutamente certo che ci avrebbero affidato quei due bimbi. Intensificai il mio Daimoku e andammo a trovarli più volte. Scoprimmo pian piano la loro triste situazione familiare. Al termine dei colloqui la psicologa e l'assistente sociale vennero a casa nostra dicendoci che eravamo stati destinati proprio a loro. Tutto ciò avvenne con molto anticipo rispetto ai tempi previsti e noi non avevamo preparato ancora nulla per il loro arrivo. In pochi giorni i medici con cui lavoro, i miei colleghi, le mie corresponsabili che mi sapevano così debilitata dalla malattia, mi fornirono di tutto quello che mi sarebbe servito.
Arrivarono il 3 febbraio 2012, il giorno del compleanno di mio marito. Ci dissero che i bambini sarebbero rimasti con noi a tempo indeterminato in quanto, fino ad allora, non c'erano i presupposti per un eventuale rientro in famiglia. Con la loro mamma ho un ottimo rapporto. I bambini, che all'inizio avevano uno sguardo afflitto e rassegnato, ora sono sempre più sereni e vispi. Non avrei mai creduto di riuscire a trasformare il mio desiderio di avere un figlio nel desiderio di dare ogni giorno serenità, gioia e valori a due figli che non sono miei. Mi sento molto fortunata, e finalmente comprendo il senso di tutto il mio vissuto, adesso che mi occupo di loro.
Dopo un anno di cura sono guarita dall'ipertiroidismo: i miei valori fino a ora sono perfetti; ho capito che la salute è un dono da preservare.
Quest'estate sono andata con i bimbi in Sicilia, determinata a conquistare la fiducia di mio cognato, quello che ostacolava mia sorella, riguardo al Buddismo. Ho trovato le parole giuste per incoraggiarlo ad affrontare e risolvere i suoi problemi e così per venti giorni ho fatto Gongyo, mezz'ora di Daimoku e letto un Gosho al giorno insieme a lui e mia sorella. Adesso anche lui ha deciso di diventare membro dell'Istituto Buddista e incoraggia gli altri con tantissime esperienze che gli hanno davvero cambiato la vita.
Anche la mia preziosa amica di Lampedusa mi ha chiamata dicendomi che da qualche giorno ha iniziato a praticare. In questi anni ho cercato di mettere in pratica quel concetto del Sutra del Loto che dice pressappoco: «Con la mente rivolta al solo desiderio di vedere il Budda, essi non risparmiano le loro vite». Vincendo ogni volta sul mio lato oscuro, sulla sfiducia e sulla rassegnazione, sento di poter aiutare questi bambini, la mia famiglia e chi mi è vicino. Grazie a tutti. (D.D.B.)(dati modificati)
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