Oltre il giardino del re #3/3 (L’erba “posso”)

L’erba “posso” può tantissimo. È una pianta non più alta di trenta centimetri letteralmente ricoperta di piccole foglie rotonde e carnose, che a seconda delle stagioni cambiano colore assumendo di volta in volta tutte le sfumature dell’arcobaleno. È un’erba simpatica, che fa allegria solo a vederla. E poi ha un gusto squisito, ma indefinibile, perché anch’esso si trasforma da una stagione all’altra. È molto rara: chi, nell’arco della sua vita, riesce a trovarne anche una sola piantina e a gustarne il sapore può considerarsi estremamente fortunato.
Dell’erba “posso” esiste una sottospecie che, purtroppo, è la pianta più diffusa sulla faccia della terra: quasi tutta la popolazione mondiale, insieme all’olio e all’aceto, ci condisce l’insalata quotidiana, mescolandovi alcune fogliette sminuzzate. È l’erba “posso” tipica del mondo di Collera, grazie alla quale manifestiamo l’arroganza, la prepotenza, l’irresistibile impulso a controllare gli altri, a manipolarli, a tenerli in pugno. È l’erba preferita dal Demone del sesto cielo.
La vera erba “posso”, invece, sviluppa un potere di tutt’altra natura. È il potere di nyoze-riki, uno dei dieci fattori, il potere inerente alla nostra vita. Coltivare e cibarsi costantemente di questa erba “posso” ci permette di prendere coscienza della potenzialità infinita che si nasconde nel nostro corpo e nella nostra mente, di comprendere con il cuore – non solo con il cervello – che lo spazio della nostra vita è vasto come l’universo e non ha confini. Sviluppare questo potere “buono” ci porta a riconoscere la profonda dignità della nostra vita, ad apprezzare e coltivare l’inestimabile tesoro che è celato in noi, la Torre Preziosa adorna dei sette tipi di gioielli della Buddità.


Arrivare a questo tipo di consapevolezza non è difficile: è solo una questione di allenamento. Allenarsi a sostituire, nella nostra dieta quotidiana, l’erba “devo” con l’erba “posso”. In ogni Gongyo mattina e Gongyo sera che facciamo, in ogni Daimoku che recitiamo nell’arco della giornata metterci un “io posso, perché sono un Budda”. Mettere questa piccola frase al centro della nostra concentrazione nel Gohonzon, e scoccarla come una freccia mirata al cuore di ogni tipo di desiderio, dal più scontato al più irrealizzabile, dal più noto a quello che ancora non siamo stati capaci di confessare a noi stessi.
«Il potenziale della mente è sconosciuto – ha detto una volta il presidente della SGI Daisaku Ikeda – ma una cosa è certa: il potere della convinzione e del pensiero muove la realtà verso ciò in cui crediamo e nel modo in cui lo concepiamo. Se crediamo veramente di poter fare una cosa, la realizzeremo. Questa è la realtà. Quando create nella vostra mente la visione di un risultato e lo imprimete nei vostri cuori con la ferma convinzione che raggiungerete l’obiettivo, il vostro cervello farà tutto il possibile per realizzare l’immagine che avrete fatto emergere dentro di voi. Poi, attraverso i vostri costanti sforzi, quella vittoria diventa finalmente realtà».
Proprio per questo è fondamentale abituarci a formulare questa minuscola parolina in ogni occasione della giornata, non solo quando recitiamo. «Posso fare tre minuti di Daimoku», ma anche: «Posso farmi un thè», «Posso dedicarmi al mio lavoro», «Posso fare una bella doccia rinfrescante» e via di seguito.
E questo posso è un “scelgo di fare, è una mia libera decisione, è un mio diritto”, e allo stesso tempo è un “sono in grado di farlo, ho la capacità, ho la possibilità di farlo perché sono vivo, ho la potenzialità di realizzarlo perché sono un Budda”. Due meravigliosi pensieri che s’intrecciano e diventano un unico ichinen di grande potenza.
«Belle parole! Ma, concretamente come si fa?» penseranno in molti. Risposta: allo stesso modo di quando si impara a fare Gongyo, continuando a ripetere, senza scoraggiarsi se si sbaglia una parola o si perde il ritmo, ripartendo quando s’inciampa, senza smettere mai di allenarsi. Dice Junko Kato, una signora che abita a Milano e pratica da lungo tempo: «Quando mi accorgo che ho ricominciato a pensare “devo”, mi ripeto mentalmente “posso” dieci o venti volte. E poi riparto».
E Edi Farneda, di Vicenza:
«All’inizio è una cosa tecnica, non è ovvia. Ripetermi “posso” durante il giorno è una disciplina. Continuo a sperimentare fin quando non costruisco una tendenza che va da sola, anche nell’intensità. Mi sforzo di compiere azioni consapevoli, precise e mirate, allo scopo di buttar giù il blocco del “devo”. La lotta più grossa è quella di ingoiare questo “posso” e credere che effettivamente io posso. Fede uguale fiducia, uguale risposta. Ho bisogno della risposta per credere nel Gohonzon. Invece, con il “posso”, faccio l’azione contraria: “No, sicuramente c’è la risposta”. Vado a riaffermare il Gohonzon, il potere del Budda. Non seguo più la testa, l’insicurezza. Seguo la fede, la fiducia, l’abbandono. Smetto di guardare l’aspetto magico del beneficio, e invece penso “Sto mettendo una causa interna”».
Così facendo, non solo ci alleniamo a combattere la tendenza karmica al pessimismo e alla rassegnazione, ma dal nostro cuore sorge spontanea un’infinita gratitudine. Dopo un po’ che ci si ciba di erba “posso”, viene da ringraziare per tutto. Perché cominciamo ad amare di più noi stessi, a non dare più niente per scontato, a succhiare la vita da ogni istante che scorre, a provare meraviglia ad ogni alba e ogni tramonto cui assistiamo. Perché percepiamo sempre più nettamente la magnificenza della forza, dell’energia, dell’amore che c’è in noi, col desiderio sempre più dilagante di manifestarla nella nostra vita per gioirne con gli altri e farne loro dono.
«Quando recito con il “posso” – dice ancora Junko – io immagino che dietro al Gohonzon ci sia come un grande prato, o un grande ma- re colmo di cose belle per la mia vita. Allora, tutto questo lo attiro a me. Voglio tutto per me. Così posso riempire il mio cuore di tutte quelle cose belle per poi donarle agli altri, riversarle nell’uni- verso. Riempire la mia vita di tesori è fondamentale per poi riuscire a darli agli altri. Non prendo per gli altri. Io colmo me stessa, per me stessa. Poi offro».
Offrire significa mettere in moto la seconda metà della pratica buddista, quella per gli altri. Che poi è anche l’altra metà della nostra vita, perché la nostra esistenza è inequivocabilmente immersa nell’esistenza degli altri: da quelli che ci sono più vicini, fino a quelli che ci stanno più lontani e non conosceremo mai perché abitano dall’altra parte della Terra. Ma con un destino in gran parte comune al nostro. L’idea del Buddismo è quella di “offrire”, a tutti gli esseri umani. Al punto che, senza pratica per gli altri, non si può parlare di vera pratica buddista.
Resta il fatto che, continuando a masticare l’erba “posso” giorno dopo giorno, la gioia che scaturisce dalla nostra vita è tale che viene sempre più spontaneo far conoscere alle altre persone un nuovo punto di vista. Ovvero il Gohonzon.
Da questo angolo di osservazione si vede, e si sperimenta, la gioia di vivere. Che è il bello della vita. Al che il “posso” non basta più. La formula diventa: «Grazie, posso». «Secondo me – commenta Edi – vuol dire “grazie, posso vivere”. Io “sono”, non “ho”, e sono vita, per cui ho tutto. Considerando che ho la Buddità, ho tutto, sfocio in un mare aperto». Quando si arriva a sentire così – e non solo a pensarlo – anche i problemi e le sofferenze diventano dei tesori, perché anche quella è vita, e della specie più preziosa. Perché cominciamo a vederli per quello che sono: delle tappe necessarie – anzi, desiderabili – verso il totale affrancamento dalla nostra schiavitù più profonda, la cosiddetta oscurità innata della vita. E poi il bello sta nel condividere questo tesoro con gli altri. Perché il desiderio del Budda – ovvero di chi è illuminato – è pensare al benessere di tutte le persone.
Il “grazie” unito al “posso” innesca una sensazione sempre più forte e inebriante di liberazione. «Il “posso” – spiega Fausta Cianti, fiorentina, pianista – è veramente importante, perché porta la libertà. L’organizzazione e le persone devono sentirsi ed essere libere. Quando ci chiediamo: “Qual è il mio ruolo nella ISG? Cosa posso fare, io?”, la risposta è molto semplice: “Far felici gli altri”. Se si parte da questo, non c’è costrizione». Questo è “il Budda di assoluta libertà”. Quante volte, da bambini, ci siamo sentiti ripetere che «l’erba voglio non esiste neanche nel giardino del re»? Anche a tanti anni di distanza, è meglio smettere di piagnucolare e di battere i piedi. Perché al contrario l’erba “posso” esiste nel giardino della vita di ognuno di noi e lo rende meravigliosamente rigoglioso. Basta innaffiarla tutti i giorni. Lorena Camerino (Fine)
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Commenti

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  2. grazie!oggi ed in questo preciso istante avevo bisogno di queste parole. grazie davvero:-)

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  3. Semplicemente stupenda..

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