La primavera di Matteo

Se un tumore maligno dall’esito quasi scontato attacca una giovane vita tutta da vivere, è facile cedere alla rassegnazione. Ma il Daishonin invita a mettere alla prova la verità del Buddismo, per trasformare l’impossibile e regalare un raggio di speranza a chi condivide la stessa sofferenza.

Nell’inverno tra il 2005 e il 2006 mia moglie ed io ci auguravamo che arrivasse presto l’estate perché Matteo, nostro figlio di sette anni, si ammalava continuamente, prima di bronchite, poi di broncopolmonite.
A febbraio, dopo una intensa cura con forti antibiotici, i ripetuti dolori addominali uniti ad un gonfiore uniforme su tutto l’addome ci fecero sospettare una appendicite e decidere per il ricovero in ospedale. Aumentammo il Daimoku immediatamente, forti della precedente esperienza con la piccola Marta, che era nata dopo ore e ore di preghiere per proteggere una gravidanza a rischio, minacciata dalla toxoplasmosi.


All’ospedale di Pistoia, nel reparto di chirurgia pediatrica, Matteo venne visitato e trattenuto in osservazione. Il giorno dopo l’ecografia rivelò un preoccupante ingrossamento del fegato e della milza. Matteo venne trasferito in pediatria. Il gonfiore addominale cresceva.
Ufficialmente non c’era nessuna diagnosi ma il nostro intuito e le facce dei medici parlavano chiaro: il caso era molto grave, ci venne consigliato l’ospedale di Bologna.
Iniziò la catena di solidarietà e di Daimoku, immensa, di cuore, con la convinzione che il Gohonzon non ci avrebbe abbandonato. Matteo comprendeva la serietà del problema. Il 29 febbraio eravamo a Bologna.
LA MADRE
Per tutto il viaggio Matteo era come assonnato, non chiedeva niente, né da bere né da mangiare, mentre io recitavo. Il medico che ci accompagnava era molto preoccupato, si girava ogni tanto per chiedermi di lui.
Giunti all’ospedale Sant’Orsola, un’equipe di medici ed infermieri erano pronti a riceverci. Iniziarono subito con prelievi, raggi e aspirato midollare. La sofferenza di Matteo aumentava. Nella sala medicazione, mentre gli dicevano di stare seduto e arcuare la schiena, vedevo solo aghi e vetrini. Le gambe mi tremavano: vedendo del sangue uscirgli dal naso la mia tentazione fu di scappare. Nella disperazione recitai mentalmente: non volevo essere cacciata via dai medici e dover lasciare così le mani di Matteo che erano strette alle mie. Da quel momento non mi sarei mai staccata da lui neppure per un istante.
IL PADRE
Mentre Matteo ormai era diretto a Bologna, io rimasi da solo in attesa di prendere il treno che sarebbe partito circa due ore dopo l’ambulanza. Recitavo Daimoku mentalmente ed i pensieri correvano da Matteo alla importante riunione che avevo indetta proprio io per quel giorno, alla quale avrebbero partecipato molti rappresentanti di Enti Pubblici. Stavo pensando di restare visto che ormai Matteo andava verso luoghi sicuri, ma sarebbe stato fatale!
La sera del 29 febbraio ci chiamarono i professori del reparto. La diagnosi era chiara, si trattava di tumore maligno al quarto stadio e, fra le righe, il messaggio era chiaro: nessuna speranza.
La mia risposta mentale fu altrettanto chiara: «...quando i demoni attaccano lo stolto indietreggia, mentre il saggio si rallegra». Chiesi al professore la garanzia di vita per le prossime settantasei ore, ma non me ne garantì neanche ventiquattro.
Non ci arrendemmo neanche per un attimo, lottando ventiquattr’ore su ventiquattro. La stessa notte, nel leggere La scelta del tempo, a pagina 107 del secondo volume degli scritti di Nichiren Daishonin, trovai: «L’ottavo volume del Sutra del Loto afferma “Se nelle epoche future dovesse esservi qualcuno che abbraccia e sostiene, legge e recita questo sutra... i suoi desideri non andranno delusi ed egli riceverà la ricompensa di buona fortuna in questa vita”. Dice anche: “Se c’è qualcuno che fa offerte a un devoto di questo sutra e lo loda, riceverà la ricompensa manifesta nella vita presente”. Se le sedici parole di queste due frasi, le otto parole “riceverà in ricompensa buona fortuna in questa vita” e le otto parole “riceverà sicuramente la ricompensa manifesta nella vita presente”, fossero prive di senso e se Nichiren non ricevesse una grande ricompensa nella sua vita attuale, le auree parole del Budda sarebbero uguali alle vane bugie di Devadatta e la testimonianza del Budda Taho non sarebbe differente dalle infondate asserzioni di Kokalika. In tal caso nessuno dei calunniatori della vera Legge verrebbe mai condannato all’inferno della sofferenza incessante e i Budda delle tre esistenze della vita non esisterebbero! Ma può essere possibile una cosa del genere?
«Perciò vi dico, miei discepoli, cercate di praticare come insegna il Sutra del Loto, sforzandovi senza lesinare la vostra vita! Mettete alla prova la verità del Buddismo! Nam-myoho-renge-kyo, Nam-myoho-renge-kyo!»
Il messaggio era chiaro e forte: “Non lesinare la vita... Mettete alla prova la verità del Buddismo!”
Il giorno dopo, oltre al persistente gonfiore, si bloccarono anche i reni. Le visite e gli incoraggiamenti erano continui, efficaci. Il Daimoku aumentava in Abruzzo, Molise, Lazio, Emilia.
La sera del primo marzo i medici ci convocarono per dirci che dovevano mettere un catetere femorale, senza anestesia. Dover stare fermo, in sala operatoria e senza genitori è molto difficile per un bambino di sette anni. Ci stavano chiedendo l’autorizzazione a procedere. Mi tornò alla mente l’incoraggiamento di un amico: «Non preoccuparti della sofferenza momentanea, pensa agli anni della vita futura di Matteo».
In sette anni non avevo mai visto mia moglie Lorenza praticare con tanta determinazione e compostezza.
Il chirurgo uscì dalla sala operatoria due ore dopo, complimentandosi con noi e con Matteo. Il catetere era stato messo, la dialisi poteva essere effettuata.
Il 2 marzo ricevemmo un Omamori Gohonzon, che potevamo tenere con noi in ospedale fino al primo di aprile. Lo sistemammo tra noi che recitavamo e Matteo disteso con le flebo.
Iniziarono le dialisi, insieme ad una infinita solidarietà che comprendeva Abruzzo, Molise, Emilia Romagna, Lazio e forse altre regioni. Un Daimoku che si unì a quello di noi genitori praticanti e a quello di Matteo, che dopo ci raccontò di aver recitato Daimoku “sempre”.
Non avevo mai detto una bugia a Matteo: con questa consapevolezza presi il calendario e, in quelle condizioni, feci un programma di guarigione per il 21 marzo, giorno di arrivo della primavera.
Recitavamo sempre e ovunque o con la mente o a voce alta. Anche durante la dialisi la recitazione era ininterrotta. I reni non si sarebbero sbloccati per almeno una decina di giorni, a detta dei medici. Ed il medico al controllo della macchina di dialisi ci disse: «Solo un miracolo può anticipare lo sblocco dei reni».
La notte la recitazione era continua e a turno fra me e Lorenza. Il 3 marzo e cioè la prima notte con l’Omamori Gohonzon, alle tre di notte passa una infermiera di nome Marta, come la sorellina di Matteo, entra e intravede un leggero gonfiore all’altezza della vescica. Tocca il tubicino del catatere ed ecco il miracolo...
Nel frattempo le analisi andavano meglio. Il 5 marzo la prima ecografia, dall’esito strabiliante: le masse tumorali a livello intestinale si erano ridotte notevolmente con il solo cortisone! Matteo aveva molto appetito, ormai contavamo insieme a lui i giorni che mancavano per tornare a casa.
Dal primo marzo Matteo doveva fare ogni giorno la dialisi, anche se i reni andavano sempre meglio. Ma la mattina dell’8 marzo alle 5,45 del mattino venni svegliato da Lorenza: Matteo aveva le convulsioni, causate da una crisi cerebrale. Furono momenti drammatici: nostro figlio non rispondeva alle domande, i suoi muscoli si contraevano senza controllo provocandogli forti dolori.
La TAC a cui venne subito sottoposto dette esito negativo. Decidemmo di recitare ad oltranza. E la notte alle due, dopo 11 ore di Daimoku ininterrotto, mentre tenevamo una mano nella mano di Matteo e una sul torace per controllare il suo respiro, lui ebbe l’ultima convulsione, che sentimmo diversa dalle altre, come se si fosse finalmente rotto un muro. Da allora le cose sono andate sempre meglio.
L’11 marzo l’addome di Matteo era completamente libero da masse tumorali. Anche l’aspirazione midollare del giorno successivo rilevò una riduzione del tappeto tumorale, prima ancora che fosse iniziata la chemioterapia.
La diagnosi precisa della malattia di Matteo ci venne data il 15 marzo: linfoma non Hodgkin tipo Burkitt al quarto stadio, escluso il sistema nervoso centrale. Il professore ci prospettò la terapia. Non conoscendo in quel momento cure alternative, accettammo che il 16 marzo si cominciasse con il primo ciclo di chemio. Da quel momento l’obiettivo delle nostre preghiere si trasformò dal salvare la vita di Matteo a quello di abbandonare la chemioterapia.
Nel frattempo in corsia parlavamo del Buddismo di Nichiren Daishonin, in particolare alla madre di una bimba con un morbo molto tenace, che si ripresentava dopo qualsiasi tipo di cura.
Giovedì 21, il famoso e atteso primo giorno di primavera, riuscii a partecipare a una riunione, dove una signora mi raccontò la sua esperienza di abbandono della chemio. Intanto in ospedale ci proposero un altro intervento: mettere un catetere centrale, vicino al cuore, per non bruciare le vene periferiche e poter proseguire la chemio. Per due volte l’operazione venne rinviata a causa di altri impegni in sala operatoria, finché decidemmo di rifiutarla: un tubicino vicino al cuore che uscisse fuori per le chemio sarebbe stato come un “timbro”, un vincolo a non poter più cambiare terapia.
Intanto iniziammo a informarci sulle altre terapie esistenti, non autorizzate dalle USL. Il 30 marzo andai a Firenze da un professore che prescrisse per Matteo una cura alternativa alla chemio. Con grande stupore tutti i valori tornarono nella norma nel tempo previsto, mentre si avvicinava la data in cui dovevamo restituire l’Omamori Gohonzon: il primo aprile lo riconsegnammo e il giorno dopo eravamo a casa!
Fu indescrivibile la gioia di ritornare in tre, come eravamo partiti. Matteo era molto deperito, camminava a mala pena, aveva perso molti capelli, i riflessi erano ridotti, ma fummo veramente felici di vederlo riabbracciare la sorellina Marta, il nonno, che nel frattempo aveva recitato per lui, e la zia.
Avevamo una settimana, quella di Pasqua, per decidere se tornare a Bologna oppure cambiare terapia. Interpellammo più specialisti possibile, ma fu un periodo duro: ci sentivamo soli ad affrontare una decisione così grave. Il professore di Firenze era in ferie, il medico di base non accettava assolutamente terapie diverse da quelle ufficiali, e fu così che il lunedì di Pasqua ripartimmo per Bologna.
Ma una nuova gioia ci aspettava. Mentre cominciava la ricerca delle vene per iniettare la chemioterapia, venne effettuato un aspirato midollare per verificare l’andamento della malattia. E l’esito, quell’esito che era stato definito dalla stessa dottoressa circa 20 giorni prima “un miracolo”, si verificò: nessuna cellula tumorale nel campione prelevato di midollo osseo! Matteo, in 40 giorni e con un solo ciclo, aveva avuto una remissione totale!
Per noi non fu una grandissima gioia perchè sapevamo che da lì a pochi giorni gli effetti collaterali con molta probabilità si sarebbero ripresentati, insieme agli atroci dolori addominali. Non solo, ma Matteo oltre a questo ciclo doveva fare ben altre sei settimane di cicli di chemio e dopo... sarebbe giunto il nuovo inverno.
Ma eravamo in troppi vicino a Lorenzo: a Bologna, Roma, Pescara, Chieti, Firenze ecc. i membri recitavano per lui e fra questi Mariano, che ci indicò il nome di un altro specialista a cui rivolgerci.
Alla fine del ciclo, al nostro ritorno a Pescara, decidemmo subito di trovare una terapia a misura di bimbo, per tornare a una vita normale.
Dai contatti telefonici passammo ai viaggi: il 16 maggio partimmo, insieme a Matteo, per farlo visitare da un professore che cura questo tipo di tumori da più di quindici anni. Da quel giorno, con la nuova terapia, unita a quella del professore di Firenze, ogni giorno fu sempre più sereno.
I benefici, la fortuna, la solidarietà di tutti erano grandissimi. Il primo giorno di mare, il 5 giugno, facemmo insieme a Matteo un bagno indimenticabile. Ancora una volta ero riuscito a mantenere la promessa fatta durante la chemio a Bologna, e cioè che ad ogni strillo dovuto agli atroci dolori addominali sarebbe corrisposto un tuffo in mare nella stessa estate!
Trascorremmo il mese di luglio in montagna, grazie all’ospitalità di una mia collega di lavoro che ci offrì la sua casa.
Arrivò il tanto atteso compleanno di Matteo, con piccoli fuochi d’artificio offerti da un nostro amico e infine il ritorno a scuola, con lo zainetto in spalla, di corsa, sorridente, pieno di energia e con in mente Nam-myoho-renge-kyo!
L’estate stava finendo. Avevamo due grandi obiettivi che ci spingevano a continuare la nostra lotta: far conoscere e diffondere per vie ufficiali la terapia con la quale Matteo si curava a domicilio e ridurre così le sofferenze di tutti i bambini malati come lui di tumore. Due obiettivi con una base comune: kosen-rufu.
Così continuammo a recitare, finché il 24 ottobre 2006, in un controllo di routine, vennero localizzati nei reni due linfonodi di circa quattro centimetri l’uno. Fu per noi l’occasione di una nuova determinazione e di un nuovo incremento del Daimoku: la malattia era tornata giusto per dimostrare che la terapia a domicilio era ottima! E così fu, perché dopo soli quattordici giorni i due linfonodi si ridussero di più del 60%.
La lotta contro il tumore si era trasformata in lotta sociale per far legalizzare una terapia non ufficiale ma efficace. Il 9 gennaio 2007 si è riunita la commissione sanitaria di una USL locale: la terapia adottata da Matteo è stata presa in sperimentazione, per la prima volta in Italia! Matteo si è sottoposto ad alcuni controlli per dimostrarne la validità. Il 24 gennaio, dai controlli effettuati, non risultava più nulla. Il 4 febbraio Matteo era sulla prima pagina di un quotidiano.
Il 18 ottobre, con altri aderenti alla Associazione genitori di malati neoplastici, abbiamo partecipato ad una manifestazione a Roma, davanti al Ministero della sanità. Tutti insieme chiedevamo il riconoscimento di una terapia che esiste da quasi venti anni e merita di essere diffusa e accettata a livello nazionale. In questa occasione Matteo è stato intervistato da Rai tre. Sono state dette e scritte tante parole, ma la vera esperienza è soltanto questa. Non avremmo mai immaginato che il fatto di incontrare una difficoltà così grave potesse contenere in sé benefici tanto grandi: tutta la nostra famiglia si è avvicinata al Gohonzon, abbiamo conosciuto l’infinita forza del Daimoku e toccato con mano la grande solidarietà della Soka Gakkai. Abbiamo anche potuto conoscere scienziati che hanno dedicato la loro vita agli altri, visitando gratuitamente gli ammalati di tumore, prodigandosi senza alcun riconoscimento ufficiale, spesso circondati da ostilità.
Il nostro grande desiderio, ora più che mai, è che il maggior numero possibile di persone possano conoscere la felicità assoluta, la più grande fortuna che possa avere un uomo: incontrare il Gohonzon! (P. L. L.) (dati modificati)
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