Il coraggio della paura


«La pratica buddista mi ha insegnato ad attraversare le sofferenze affrontandole e a tirare fuori ogni giorno il coraggio che pensavo di non avere».

La prima volta che sentii parlare del Buddismo fu nel 2005 da un mio ex collega di lavoro. All'inizio mi incuriosii e gli feci mille domande. Il mio collega mi regalò un libretto di Gongyo e iniziò a farmi recitare Daimoku, ma già dopo cinque minuti mi veniva il mal di testa poi, la mia consolidata diffidenza fece il resto.
Per sei anni non sentii più parlare di Buddismo e in questo lasso di tempo successero tante cose, tra cui la fine di una storia sentimentale e l'inizio di un'altra che finì con la morte del mio compagno. Fino a quando una mattina, il 10 maggio 2011, mentre come al solito con lo sguardo perso nel vuoto, con nessuna motivazione per provare qualcosa che assomigliasse lontanamente alla serenità, aspettavo che fosse pronto il caffè, quasi a trovare in esso la forza di affrontare la giornata, sentii distintamente nella mia testa un coro di voci che recitava Nam-myoho-renge-kyo. In quel preciso istante sentii che non era tutto finito nella mia vita, sentii che c'era ancora una speranza e, senza aspettare di prendere il caffè, mi misi alla spasmodica ricerca del libretto di Gongyo, che non avevo buttato via, ma chissà dov'era. Da quel momento iniziai a recitare Gongyo, leggendolo a modo mio e impiegando oltre le due ore per volta.

Dopo una ventina di giorni decisi di telefonare al mio ex collega, che viveva a Firenze e che in questi sette anni non avevo più sentito. Lui si attivò subito per farmi incontrare con alcuni membri di Pistoia. Iniziai quindi a praticare nella speranza di diventare felice, ma dopo tre mesi persi il lavoro. Ma non dovevo diventare felice?
Volevo smettere di praticare, volevo urlare, volevo smettere di esistere, volevo una buca dove sprofondare. Mio figlio e i miei compagni di fede non me l'hanno permesso. A turno erano da me a incoraggiarmi, a garantirmi che avrei fatto una bella esperienza. Sì, ma dopo tre soli mesi di pratica buddista era difficile crederci.
Una frustrante rabbia per l'ingiustizia subita si alternava a lunghissime crisi di pianto mentre tentavo di recitare Daimoku. Una sera una responsabile, mentre era da me a recitare, stufa (immagino!) di sentire un Daimoku ogni dieci minuti di singhiozzi mi disse: «Ora facciamo finta di essere a una festa campestre, abbiamo cestini pieni di fiori, siamo felici e mentre camminiamo lanciamo fiori a destra e a sinistra e recitiamo Daimoku». Detto fatto! Lei cominciò a recitare Daimoku quasi cantando, fingendo di lanciare fiori: dopo i primi momenti di perplessità, davanti a questa improbabile Wanda Osiris, io cominciai prima a ridere e poi a recitare e finalmente uscii momentaneamente dal mio mondo d'Inferno. Fu così che capii il mutuo possesso dei dieci mondi.
Iniziai a stare meglio ed ero determinata a risolvere la situazione. Recitavo, studiavo, facevo attività e cercavo lavoro. In effetti le offerte c'erano, ma nel momento in cui avrei dovuto concludere, i quasi sì diventavano inspiegabilmente no. Proprio mentre tornavo a casa dopo aver ricevuto il quinto rifiuto, mi sentii malissimo, tanto da pensare a un infarto, ma il medico diagnosticò: «Attacco di panico!».
Nei giorni seguenti ricaddi nel buco nero, e in più si aggiunse la paura di uscire di casa. In quei giorni leggevo e rileggevo il Gosho Una nave per attraversare il mare della sofferenza e la frase: «Quanto più grandi saranno le difficoltà che incontrerà, tanto più grande la gioia che egli proverà grazie alla sua forte fede» (SND, 4, 261) mi riaccendeva la speranza.
Questa volta decisi di non mollare. Le settimane seguenti, per poter andare a recitare e partecipare alle riunioni di discussione mi venivano a prendere e alla fine, mentre recitavo davanti al Gohonzon, decisi che sarei ritornata a casa da sola, e lo feci, ma arrivai a casa tremolante come una besciamella.
Sentii che avevo toccato il fondo e con tutta la disperazione del mondo mi misi a recitare Daimoku quasi tutta la notte, chiedendo cosa potevo fare. Mentre recitavo all'improvviso mi si accese la "lampadina del Daishonin" e mi dissi: «Attacchi di panico? Cos'è che ti fa più paura al mondo? Lo sanno tutti: guidare la macchina!»
Decisi, e la mattina uscii da sola per andare a iscrivermi a scuola guida. Iniziai a prendere lezioni e gli attacchi di panico li facevo venire agli altri. Mi ero sfidata, avevo vinto e questo cominciava a rendermi felice, anch'io potevo farcela, ora dovevo andare avanti, avevo finalmente imboccato la strada della Buddità.
Partecipai al coro per una grande riunione a Pistoia, con tanta gioia nel cuore. Certo il lavoro non lo avevo ancora, ma io stavo bene, riuscivo anche a incoraggiare gli altri, avevo finalmente capito che la felicità la dobbiamo costruire dentro di noi, proprio come dice il Gosho Felicità in questo mondo: «Continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo qualunque cosa accada. In questo modo sperimenterai una gioia illimitata derivante dalla Legge» (SND, 4, 157). Più andavo avanti nella pratica più mi affidavo al Gohonzon.
Finalmente cominciavo a sentire la fede e una grande emozione durante la recitazione. A questo mio nuovo essere anche l'ambiente si dispose a essere favorevole, e il 22 dicembre trovai lavoro. Il 5 maggio 2012, con l'emozione di una sposa, ho ricevuto il Gohonzon che occupa, oltre al posto più bello della mia casa, il mio cuore. Dopo un anno il mio lavoro a tempo pieno presso un cinema si trasformò in part-time per esigenze dell'azienda. Ma questa volta ero decisa a non farmi schiacciare dalle circostanze e, visto che aveva già funzionato con la patente, mi chiesi cosa potevo fare nel tempo libero; avendo sempre guardato con ammirazione e un pizzico d'invidia chi sa adoperare un computer, mi iscrissi a due corsi e li frequentai.
Altra sfida, altra vittoria, cominciavo ad avere fiducia nelle mie potenzialità, quasi quasi mi piacevo! A giugno ci fu l'opportunità di partecipare a un corso presso il Centro europeo della SGI di Trets e desideravo tantissimo andarci. Anche se c'erano solo due posti mi feci mettere in lista d'attesa. Ero così determinata ad andare che chiesi il permesso al mio datore di lavoro un mese prima. Lui mi disse subito di sì, dopo che per due anni non ero riuscita a farmi dare neanche un'ora di permesso.
Così andai a Trets con una grande aspettativa nel cuore, ma il secondo giorno mi assalì il mio antico terrore della morte, la grande sofferenza per la morte del babbo, della mamma, di mio fratello, del mio compagno. Era una paura folle che mi fece piangere nascosta tra gli alberi gran parte del giorno e lì mi trovò la responsabile che ci accompagnava. Mi convinse ad andare a cena, e proprio lì un pezzetto di pane, che pure avevo masticato a lungo, mi si incastrò in gola e non riuscivo più a respirare. Il medico, le persone intorno, cercavano di aiutarmi, ma io ormai stavo collassando e pensai: «Ecco perché avevi tanta paura, dovevi morire oggi qui a Trets, ma poi, paura di che? Non ti accorgi che non è niente di così tragico?» In effetti ero serena, sentivo anche le voci di chi stava recitando per me, ma a quel punto arrivò di corsa una ragazza che partecipava al corso e che lavorava come infermiera al pronto soccorso in ospedale, (le devo la vita!) che mi dette due pugni da rischiare di rompermi le costole, però così riuscii a espellere sia il pezzo di pane, sia la paura della morte che limitava la mia libertà di vivere. È stato come rinascere!
Appena tornata, ricominciarono i malumori del mio datore di lavoro. A quel punto decisi che non volevo più lavorare tutte le sere e tutti i fine settimana, non volevo più lavorare per una persona che vive sempre nel mondo di Collera e Avidità. Volevo un lavoro che mi piacesse, con persone piacevoli, quindi recitavo Daimoku, studiavo, dedicavo la sera libera a fare attività con il mio gruppo, cercavo lavoro. A luglio mi si presentò l'opportunità di lavorare nell'ufficio di una piccola ditta con mansioni generiche: da ragioniera a segretaria e magazziniera. Ma visto che quasi non sapevo a cosa servissero i numeri, iniziai a studiare come una matta ragioneria per due mesi insieme a mio figlio che mi assegnava i compiti la mattina e me li correggeva la sera.
A settembre entrai a lavorare nell'azienda la mattina, mentre la sera continuavo a lavorare al cinema, e scoprii di essere una ragioniera e segretaria coi fiocchi. Da gennaio purtroppo rimasi due mesi immobilizzata a letto col fuoco di Sant'Antonio ai nervi di una gamba e fortissimi dolori, più due mesi di convalescenza. Ma come dice il Gosho Risposta a Kyo'o: «La potente spada del Sutra del Loto deve essere brandita da un coraggioso nella fede» (SND, 4, 150), così brandendo questa spada feci a fettine il "demone" della malattia, decidendo che appena sarei stata in grado di riprendere il lavoro, mi sarei licenziata dal cinema perché volevo lavorare a tempo pieno nell'ufficio. E così è stato. Il giorno stesso delle dimissioni, sono stata assunta a tempo pieno nell'ufficio.
La pratica buddista mi ha insegnato ad attraversare le sofferenze affrontandole e mi ha fatto capire che quando sono nella tempesta non devo sperare di essere salvata da qualcuno, ma imparare a nuotare e ogni giorno mi insegna a tirare fuori il coraggio che pensavo di non avere. Un'ultima cosa: anche mio figlio Christian ha ricevuto il Gohonzon.

P.S. Così terminava la mia esperienza nel momento in cui l'ho scritta, ma si sa, nella vita tutto è impermanente. In questo momento l'azienda per cui lavoravo ha chiuso, mi sono fatta male a un piede e mi sono ustionata una mano. Ma allora dov'è il beneficio? Continuando a recitare Daimoku ho il morale alle stelle e mi sento emozionata come una bambina in attesa di una splendida sorpresa, che sono sicura non tarderà ad arrivare. (G. G.)(dati modificati)
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Commenti

  1. che bell'incoraggiamento la tua esperienza! grazie!

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  2. HO PIANTO MENTRE LEGGEVO.gRAZIE

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