Fukyo, la dignità di un inchino

Il bodhisattva Fukyo, a causa dei ventiquattro ideogrammi, per molti anni fu insultato, umiliato, colpito con sassi e bastoni da innumerevoli monaci e monache, laici e laiche. I ventiquattro ideogrammi erano: «Io vi rispetto profondamente. La ragione per cui non vi disprezzo è che voi tutti praticherete la via del bodhisattva e raggiungerete sicuramente la Buddità».

dal Gosho “Lettera a Nichimyo Shonin” Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 5 pag. 142).

Daisaku Ikeda spiega nel volume Il capitolo Hoben (Ed. Esperia, pagg. 3-4) chi era il bodhisattva Fukyo: «Esistono tre tipi di Sutra del Loto [...] Oltre a questi, il bodhisattva Fukyo espose il Sutra del Loto dei ventiquattro caratteri alla gente del Medio giorno di un Budda chiamato Ionno. Le diverse espressioni di questo “Sutra del Loto dalle molteplici forme” hanno in comune l’insegnamento che “ciascuno ha lo stesso potenziale per diventare un Budda”».


Che strano tipo questo Fukyo. Nonostante venisse insultato e colpito con sassi e bastoni la sua reazione non era violenta, al contrario: provava profondo rispetto e venerava tutti. A prima vista questo personaggio può sembrare l’incarnazione dell’ingenuità e della passività più assolute, in realtà ci fornisce preziose indicazioni su come agire nel campo delle relazioni umane, fonti di grande gioia ma anche, spesso, di molta sofferenza. Analizziamo più attentamente la situazione.
Tutti i giorni può capitare di sentirsi colpiti da “bastoni e pietre” in ogni ambito del quotidiano, dal lavoro alla famiglia, dalla sfera delle amicizie e sentimentale ai rapporti più occasionali. Come si manifestano concretamente queste percosse nella nostra vita? Sono le cose che ci fanno più male: un’osservazione che ci ferisce, un atteggiamento che urta la nostra sensibilità, un modo di fare, voluto o meno, che ci fa soffrire profondamente.
I monaci e i laici che perseguitarono Fukyo, invece, sono i cosiddetti “buoni amici”, persone e situazioni che suscitano in noi reazioni negative quali insicurezza, egoismo, dipendenza, chiusura. Rappresentano in generale un insieme di sensazioni impure che derivano da una falsa percezione della realtà, che provocano in noi sentimenti negativi e ci precipitano nei mondi più bassi: Inferno (sofferenza), A vidità (gelosia), Animalità (bassi istinti).
Questa è la situazione oggettiva. Ma come ci può aiutare praticamente l’esempio di Fukyo? Mostrandoci la strada da seguire per trasformare il nostro karma.
Parlando di Fukyo va sottolineato che egli si allontanava fino a dove non poteva essere raggiunto dalle pietre e scansandosi evitava le sassate, il pericolo. Questa distanza non è da intendersi in senso letterale come uno scostarsi concretamente dalla situazione ma ha a che fare con il controllo di una emotività eccessiva che mette un diaframma deformante tra noi e la vera realtà delle cose. Una forte emotività ci fa percepire le situazioni, le azioni e le reazioni delle persone in modo estremamente soggettivo, legato alle nostre paure, ai nostri desideri, diversi da quelli dell’altro. Chi pratica il Buddismo di Nichiren Daishonin sa che tutto ciò è l’esatto contrario della saggezza, cioè della capacità di valutare le cose per quelle che sono veramente e di riuscire a fare la cosa giusta al momento giusto. Facile a dirsi. In realtà davanti a un ostacolo a volte ci sentiamo presi alla sprovvista e tra volti dagli eventi. La saggezza, infatti, non si conquista in un attimo, va preparata con costanza, giorno dopo giorno, senza stancarsi mai. Anche se stiamo vivendo un momento positivo non dobbiamo dimenticare che le difficoltà ci accompagneranno per tutta la vita; ed è giusto così perché, di fatto, sono il motore del nostro sviluppo. Solo di fronte ad una situazione difficile ci possiamo confrontare con lo stato effettivo delle nostre forze. Una condizione vitale alta ci permette, se non di superare immediatamente l’ostacolo, almeno di non esserne sopraffatti.
Dopo essersi allontanato, Fukyo “chinando la testa riveriva ogni persona”. Questo atto implica diverse cose. Prima di tutte la gratitudine. Per quanto possa sembrare paradossale, dovremmo essere grati ad ogni persona che ci provoca sofferenza perché punta il dito verso un lato negativo del nostro carattere che ci impedisce di essere felici e di godere pienamente della nostra vita. Chi, per esempio, non ci mostra rispetto o ci sminuisce, ci colpisce nel nostro timore di non essere all’altezza della situazione, di non reggere il confronto con gli altri, di essere accantonati o, peggio, non amati. Tutti segnali di una profonda insicurezza interiore che disturba i rapporti con gli altri e ci fa assumere atteggiamenti di dipendenza, arroganza, competitività e gelosia.
La seconda cosa che ci insegna il suo inchino è l’umiltà di riconoscere questo nostro limite, ma senza cadere nell’autocommiserazione e nella prostrazione di fronte all’altro; l’ atto di Fukyo, infatti, emana una grande dignità: lui non si lamenta, non si chiede: «Perché proprio a me? Che cosa ho fatto di male?», ma al contrario dimostra un forte senso della propria individualità. Accetta obiettivamente e senza punirsi ciò che provoca le sassate in quanto le riconosce come una conseguenza di cause negative poste in passato.
Contemporaneamente Fukyo prepara una contro tendenza, cioè fa esattamente il contrario di ciò che umanamente sarebbe logico aspettarsi e che servirebbe solo a instaurare un meccanismo circolare di negatività. Se la prima reazione, infatti, sarebbe di prendere in mano una pietra e ripagare con la stessa moneta, lui si inchina: controlla la sua reazione negativa trasformandola in positiva.
Torniamo a noi: un amico ci ha deluso profondamente, una relazione nella quale ci eravamo impegnati e riponevamo aspettative è finita male. Bene, forti della nostra preparazione ci fermiamo un istante e cerchiamo di avere una visione diversa della situazione: catturiamo la lacrima che sta scendendo, prendiamo un foglio di carta e scriviamo: «Che cosa ho imparato da questa esperienza?» E poi: «Che cosa posso cambiare per evitare in futuro questo tipo di delusione e per migliorare me stesso?». Quindi andiamo davanti al Gohonzon e cerchiamo di mettere in pratica questo cambiamento. Un esempio di contro tendenza potrebbe essere, allora, la decisione di reagire da adesso in maniera diversa, di dare un taglio al passato e trasformare una nostra tendenza di base. Imparare a usare le esperienze negative a nostro favore e, di conseguenza, a favore del nostro ambiente sociale, è un grande beneficio che deriva dalla pratica buddista.
Infine, il bodhisattva Fukyo venera chi gli scagliava i sassi: è l’ultimo atto di questo splendido lavoro di rielaborazione di un’interazione apparentemente “venuta male”, fallita, che si conclude con la compassione. L’inchino di Fukyo non ha nulla a che fare con la sottomissione o la pietà, implica invece il concetto di jihi, o compassione buddista, cioè la mancanza di un sentimento negativo come il rancore, e il desiderio sincero della felicità nostra e di colui che sta cercando di colpirci. Provare rancore verso una persona significa, in realtà, nutrire dentro di noi un parassita che divora le nostre energie, il nostro corpo, la nostra voglia di vivere e le nostre speranze. Significa anche trasmettere una negatività che alimenta il ritorno ciclico della stessa sofferenza.
Trasformare questa forza distruttiva richiede uno sforzo enorme, tanto grande che a volte ci sembra di non riuscire a compierlo. Ma ci sbagliamo, perché abbiamo la fortuna di possedere un’ arma infallibile: il Daimoku. E allora, recitando, ci accorgeremo improvvisamente che il tarlo è sparito, perché noi lo volevamo e ci siamo sforzati al massimo per annientarlo, perché abbiamo lottato con tutti noi stessi, con determinazione quotidiana fino a farlo sparire. Allora sorgerà spontaneamente anche un sentimento di comprensione verso chi ci ha fatto del male, perché sentiremo che in quel momento quella persona era offuscata dalle sue sofferenze, dai suoi problemi e dalle sue frustrazioni. Finalmente ci apparirà chiaro anche il profondo insegnamento del bodhisattva Fukyo: in ognuno di noi si cela la natura di Budda; se riusciamo a vedere oltre l’apparenza, oltre la coltre che nasconde la vera realtà delle persone, avremo la percezione della loro natura migliore. È questo il grande beneficio che deriva dal percorso, a volte breve, a volte lungo ed estenuante, che ci indica Fukyo. Ma il tempo, si sa, è per il Buddismo un concetto soggettivo. «Niji, “A quel tempo”, è quando mettiamo in moto la nostra vita, alzandoci da soli con forza e volontà. “A quel tempo” si concretizza quando facciamo emergere una forte fede e prendiamo posto sul grande progetto di kosen-rufu» (Daisaku Ikeda, Il capitolo Hoben, Ed. Esperia, pag. 22). In quel momento avremo superato noi stessi, oltre che la nostra sofferenza, e ci sentiremo più leggeri sapendo di esserci emancipati dalle catene di una tendenza negativa che fino a quel momento aveva condizionato la nostra vita.
di A. N.
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Commenti

  1. Direi che come scritto qui anche io ho fatto esperienza positiva di trasformare la rabbia e il rancore di chi mi ha fatto del male col daimoku in comprensione .

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