Due centimetri di coraggio

«Capii che la costante della mia vita era quella di fermarmi a due centimetri dalla vittoria. Iniziai a recitare Daimoku perché volevo arrivare in fondo»

All'età di dodici anni mio zio mi violentò. I miei sogni romantici di bambina si trasformarono in incubi. Il contatto con gli altri era diventato difficilissimo. I miei si accorsero dei comportamenti strani che avevo (mi tagliavo continuamente i capelli da sola, passavo ore e ore al buio, avevo difficoltà a parlare), ma quando spiegai loro cosa era successo non mi credettero. Fu durissimo. Di lì a pochi anni iniziai a fare uso di stupefacenti. Dopo la maturità, me ne andai di casa e vissi per circa un anno un po' per strada, un po' a casa di amici incontrati per caso. Stanca spiritualmente e fisicamente, decisi di andare in comunità. Lì, dopo quattro mesi, tentai il suicidio bevendo del diserbante. Passai circa un mese all'ospedale. I primi giorni rimasi in coma. Il mio fegato ovviamente aveva reagito malissimo, si era notevolmente ingrossato e le transaminasi erano altissime. Inoltre avevo scoperto di avere l'epatite C. Vivevo continuamente in uno stato d'ansia.


Dopo il tentato suicidio, in comunità decisero che era meglio che io tornassi con i miei genitori, che nel frattempo si erano trasferiti da Firenze a Roma. Combattuti fra l'amore, la paura e la rabbia, decisero di accogliermi nuovamente nella loro casa. A Roma ero molto sola, non conoscevo nessuno. Per passare il tempo prendevo gli autobus da un capolinea all'altro, ma pensavo che tutti ce l'avessero con me e tornavo sempre a casa impaurita e mi ripromettevo di non uscire più.
Un giorno mettendo in ordine i pochi ricordi rimasti, mi capitò tra le mani una lettera che una mia amica mi aveva spedito in comunità. Fra le tante frasi mi colpì questa: «Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone. Quale malattia può essere un ostacolo?». Così le telefonai e le chiesi se quella frase guariva anche le malattie fisiche: la risposta fu «sicuramente, non avere alcun dubbio». 
Quel giorno era giovedì e m'invitò alla mia prima riunione buddista. Lasciai mia madre a casa agitatissima perché aveva paura che andassi a cercare le solite cose. Mi colpì una cosa che dissero a quella riunione: «Questa pratica trasforma l'impossibile in possibile, il veleno in medicina».
Il mio cuore che per tanto tempo era stato chiuso, scontroso e impaurito si aprì, ricevette il messaggio e decise di provare. Cosa era impossibile per me? Era impossibile smettere di drogarmi, laurearmi, diventare utile alla società, creare una famiglia e, soprattutto, diventare felice.
 Andando alle riunioni e leggendo le esperienze sui giornali conoscevo storie di persone che avevano risolto tante cose e iniziai a pensare: «In fondo non ho niente di diverso, ci posso riuscire anch'io».
I benefici non si fecero attendere. Le analisi del sangue erano migliorate e il fegato era tornato di dimensioni normali. Dopo due mesi di pratica regolare, una mattina mi svegliai e capii che potevo reggermi sulle mie gambe. Decisi d'iscrivermi alla facoltà di psicologia con il desiderio, un giorno, di fare qualcosa per gli altri. Ogni esame che ho sostenuto è stata una gran lotta contro l'insicurezza e la paura.
La vera lotta era dentro di me. Recitavo Gongyo e Daimoku e combattevo i pensieri negativi: «Sei sempre andata male a scuola e adesso vuoi laurearti, non riesci mai a vedere la realtà». La mia mente diceva: «Non andare, farai una brutta figura, rimani a dormire», ma oramai, dopo sei mesi di pratica, avevo ricevuto il Gohonzon e l'impossibile si sarebbe trasformato in possibile. Dovevo solo lottare.
Negli anni dell'università ho capito che gli ostacoli li mettiamo noi con le nostre ansie e le nostre paure, ma recitando riusciamo a tirare fuori il coraggio e la speranza necessari per vivere e vincere. Ci furono due momenti in cui feci mio questo insegnamento. Il primo fu l'esame di fisiologia in cui mi bocciarono ben cinque volte. Oramai era diventata una sfida con me stessa: superando questo esame sicuramente avrei capito qualcosa d'importante.
La sesta volta presi trenta. "Combinazione", quando andai dal professore per farmi assegnare la tesi che avevo scelto, mi disse che per poterla avere dovevo avere trenta in fisiologia.
Decisi di laurearmi. Il professore non ne voleva sapere di farmi laureare a luglio perché non gli piaceva la mia tesi. Mentre mi comunicava che dovevo rimandare capii che la costante della mia vita era quella di fermarmi a due centimetri dalla vittoria. Iniziai a recitare Daimoku mentalmente perché volevo arrivare in fondo, e mentre pensavo questo entrò il titolare della cattedra il quale si offrì di aiutarmi a concludere la tesi. In otto giorni mi laureai. Ho lottato fino alla fine, mi sono laureata e ho scoperto la gioia dello sforzo per diventare migliore come essere umano.
Un altro problema che mi assillava e mi rubava molta energia era quello sentimentale. La mia tendenza era quella di pensare che non lo avrei mai risolto perché soffrivo di una gelosia terribile, tanto che la situazione diventava insostenibile per tutti, perfino per i miei responsabili che assillavo sempre con questo problema.
Nel 2004 ci fu un'altra occasione per decidere un ulteriore cambiamento. Presi una determinazione fortissima: con il Gohonzon volevo essere più forte di questa sofferenza. In quel periodo io non stavo tanto bene. Non avevo un lavoro, mi ero tagliata i capelli a zero da sola ed ero molto ingrassata. Però pensai: «Se trasforma l'impossibile in possibile questo Gohonzon non si spaventerà mica per un po' di depressione, i capelli a zero e qualche chilo in più...».
Recitando con questa decisione dopo qualche giorno che lottavo contro la negatività della mia mente, non sentivo più quella sofferenza anche se nell'ambiente non c'erano stati molti cambiamenti. D'estate, con un amico buddista decidemmo di fare una vacanza in barca a vela e da allora siamo sempre insieme...
Di lì a poco iniziai a lavorare con i disabili che amavo molto. Lavoravo in un centro d'ippoterapia, ma dopo un anno mi dissero che non c'era più posto per me e sprofondai in una depressione fortissima. Pensavo di nuovo che tutti ce l'avessero con me. Dopo quindici giorni tornai a vivere con i miei genitori a Bolzano perché non ero in grado nemmeno di prendermi cura di me. Avevo proprio le allucinazioni. Un giorno si presentarono gli operai per riparare un guasto alla linea telefonica: io ero così fuori dalla realtà che pensavo volessero arrestare mio padre e non li feci entrare... e questo è uno degli episodi meno gravi di quel periodo. Qualcosa di fondamentale però era cambiato. Quel ragazzo, invece di spaventarsi e andarsene, rimase vicino a me anche se la situazione era veramente pesante.
Non riuscivo a fare più di Gongyo sera ma i miei amici mi dicevano che anche un solo Daimoku valeva oro nelle mie condizioni. Dopo anni di problemi con i miei genitori capii quanto fossero disponibili nei miei confronti. Iniziai ad amarli profondamente e a provare gratitudine per loro. Sentivo molta gratitudine sia verso di loro che verso il mio ragazzo che per sei mesi ogni mattina si alzava presto per recitare un'ora di Daimoku per me e tutti i fine settimana da Roma veniva a trovarmi a Bolzano.
Il Buddismo dice che la gratitudine migliora la vita e attira la buona fortuna. Così fu. In poco tempo trovammo la cura giusta per me: soffrivo di mancanza di litio. Di nuovo mi ricordai la prima riunione buddista, «questo Gohonzon trasforma l'impossibile in possibile».
Capii più profondamente che gli ostacoli sono nella nostra mente e io ero depressa perché pensavo che i problemi fossero più forti del mio Gohonzon. Ma non era così. Mi sforzai di vedere positivo anche dove non c'era.
La sola cosa debole era la mia fede. Ricominciai a lottare: Daimoku, Gongyo e il pensiero costante rivolto al cambiamento, nonostante le apparenze. Di lì a poco tornai a vivere a Roma. Grazie all'aver lottato e superato insieme questo momento difficile il rapporto con il mio ragazzo migliorò al punto che ci sposammo di lì a poco. Questa malattia che all'apparenza era solo veleno per noi si è trasformata in medicina: ancora oggi ripensando a quei giorni li ricordiamo come un tesoro prezioso per la nostra relazione e per la nostra fede.
Ma il regalo più bello sono i nostri bambini Giorgio e Laura. Laura è nata con il mio stesso problema: il virus dell'epatite C si replicava. Ho pregato molto per lei. Devo dire la verità ho avuto spesso paura; ho sfruttato questo sentimento per fare più Daimoku e più attività possibile nel gruppo Corallo. Dopo tre volte che le sue analisi erano negative, è risultata guarita. L'ultimo beneficio è che lo scorso agosto abbiamo trovato una casa meravigliosa dove andare a vivere, con una stanza di 80 metri quadri per ospitare il Gohonzon e le riunioni.
Il prossimo regalo che voglio fare al presidente Ikeda è guarire dall'epatite C. (B.P.)(dati modificati)
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