Voglio una vita esagerata


Ogni volta che si avvicinava al cibo, scappava. Ma oggi l’anoressia è solo un ricordo. E non dei più brutti, visto che nella lotta per uscirne ha imparato ad apprezzare e ad amare la vita.

Ho 32 anni e lavoro come infermiera dal 1997. Prima dell’inizio del 1995, anno in cui ho incontrato il Gohonzon, ero una persona convinta di non avere problemi. Ero indipendente, libera e vivevo da sola. Cosa mi mancava? Risposta: la voglia e la gioia di vivere. Vivere non mi piaceva: odiavo me stessa e di conseguenza gli altri. Spesso passavo giorni interi a pensare quale fosse il modo più indolore per sparire. In una delle tante giornate in cui la voglia di morire era più forte di quella di vivere, buttai giù un paio di scatole di pasticche, ma fui salvata da un mio amico che tempestivamente chiamò un’ambulanza.
Per descrivere, poi, i miei rapporti interpersonali posso usare una sola parola: disastro. Avevo pochissimi amici perché le persone non mi piacevano e mi facevano paura. La migliore soluzione era quindi la solitudine, anche se da essa nasceva una grande sofferenza. Questa condizione era ovviamente riflessa anche nei rapporti familiari: con mio padre avevo un rapporto formale, superficiale e con mia madre una relazione di amore-odio. Subivo totalmente la sua influenza: dai nostri incontri-scontri uscivo sempre perdente, a pezzi, con un sentimento di rabbia, rancore e amarezza.
Ho vissuto così fino a circa 27 anni, quando l’accumulo di sofferenza e rabbia mi ha portato, inconsciamente ma in modo progressivo, a mangiare sempre meno e all’interruzione spontanea del ciclo mestruale. Erano gli effetti manifesti della mia condizione interiore ma, in quel momento, non lo potevo capire e, infatti, non li considerai importanti.
Qualche mese dopo un collega di mia madre le parlò del Buddismo, e lei, pur non praticando mai seriamente, ne parlò a me.

Dopo la prima riunione a cui partecipai capii che avevo trovato ciò che inconsciamente cercavo. Iniziai a recitare due ore di Daimoku al giorno pur non capendo ciò che facevo, sapevo solo che faceva bene alla mia vita. Tutte le mie tendenze vennero a galla in maniera violenta ed eclatante: la mia rabbia esplodeva davanti al Gohonzon con una sofferenza così grande che mi portava a piangere durante Daimoku. Più piangevo e più recitavo, più recitavo e più piangevo. Spesso durante le riunioni venivo scossa da tremiti e da crisi nervose che mi costringevano ad allontanarmi. Mi consigliarono di diminuire il Daimoku e progressivamente arrivai a recitare 15 minuti al giorno. In quel periodo mi fu consigliato anche di non partecipare ai corsi, ai meeting generali e di non andare al Centro culturale, perché la presenza di tante persone mi scatenava una sofferenza insostenibile alla quale potevo rispondere solo con la fuga. Contemporaneamente si era manifestata, in tutta la sua drammaticità, una forte anoressia nervosa che mi portò a smettere completamente di nutrirmi e a pesare, nel giro di pochi mesi, 40 kg scarsi. Semplicemente non volevo vivere.
Le parole del Gosho «Quelli che credono nel Sutra del Loto sono come l’inverno che si trasforma sempre in primavera. Non ho mai visto né udito di un inverno che si sia trasformato in autunno né ho mai sentito di alcun credente che sia rimasto un comune mortale», non le capivo, ma mi davano la forza di continuare. Un giorno, mentre recitavo, sentii la vita nascere dentro di me, come un pulcino che rompe con il becco il guscio dell’uovo, e profondamente decisi di voler vivere a tutti i costi. Andai a chiedere un consiglio e mi venne detto di rivolgermi a uno specialista e di recitare almeno un’ora di Daimoku al giorno, purché non di seguito. Mi rivolsi così a uno psicanalista per affrontare il problema dell’anoressia, e rimasi sotto analisi per un intero anno. Ogni seduta era una lotta contro il desiderio di scappare e ogni volta, pur tra mille sofferenze, restavo. Fra l’altro, in quel periodo, avevo deciso di ricominciare a studiare per prendere il diploma di maturità. Era un rimpianto di cui mi volevo sbarazzare, perché avevo già tentato altre volte, ma puntualmente la paura dell’esame e la sfiducia in me stessa avevano avuto il sopravvento.
Ho vissuto un anno molto difficile e faticoso durante il quale lavoravo, frequentavo la scuola serale per assistente alle comunità infantili, studiando con sforzo nei pochi momenti liberi. Nel frattempo continuavo le sedute dall’analista e praticavo correttamente, recitando Daimoku in perenne sfida con quel lato di me stessa che non credeva di farcela.
Alla fine di questo anno però realizzai una grande vittoria: ero riuscita con progressiva naturalezza a partecipare alle attività e a frequentare il Centro culturale e le riunioni generali; mi diplomai, sconfiggendo quella paura che, le altre volte, mi aveva paralizzata e, infine, l’analista mi disse: «Adesso sei capace di camminare con le tue gambe», ritenendo terminata la terapia.
Se su questi fronti avevo condotto una battaglia positiva, di ricostruzione della mia vita, lo stesso non si può dire dei rapporti con i miei familiari. Infatti avevo deciso di interrompere definitivamente i contatti con mia madre perché nei suoi confronti nutrivo rabbia e rancore, la ritenevo responsabile di tutti i miei problemi. Ho recitato per circa due anni con il preciso scopo di dimenticarla. E più recitavo e più stavo male e, anziché dimenticarla, dentro di me nasceva un sentimento di affetto e il desiderio di ricostruire questo rapporto. Aspettavo però un’occasione casuale o una mossa da parte sua perché avevo paura di affrontare direttamente il problema. Quando me ne resi conto, decisi di prendere l’iniziativa e le spedii una lettera nella quale spiegavo il mio lungo silenzio e la ringraziavo per il solo fatto di avermi dato la vita. Non ricevetti risposta.
Continuai allora a recitare fino a che non sentii profondamente che dovevo affrontarla. Il 31 dicembre del 1997, prima della mezzanotte, mi presentai a casa sua con una bottiglia di spumante e la sua reazione fu quella che io avevo sempre sognato e credevo non potesse mai accadere: rimase felice, stupita e mi abbracciò con affetto e calore. Il rancore, la rabbia e i brutti ricordi, in quel momento, sparirono per non tornare più. Il nostro rapporto, adesso, è sereno e costruttivo, i nostri incontri non sono più scontri e io non ne esco più a pezzi. Anche la relazione con mio padre e sua moglie sono notevolmente migliorati, al punto che, verso la metà del ’2008, mi hanno regalato l’anticipo per poter comprare una casa tutta mia, permettendomi di realizzare un sogno che coltivavo da tanto tempo.
Questa “rivoluzione globale” ha prodotto un ulteriore, meraviglioso cambiamento: ho iniziato a capire l’importanza di prendermi cura di me stessa, il che ha significato cominciare un lungo periodo di sforzo per ritrovare l’armonia con il mio corpo e la capacità di nutrirmi normalmente. Tradotto in azioni questo ha significato: affrontare le pizzerie e i ristoranti senza scappare, fare la spesa e buttarla via e rifarla il giorno dopo, cucinare e buttare tutto nel cestino dopo aver assaggiato un boccone, sforzarsi di mangiare qualcosa in più del giorno prima (cercando di vincere la vocina dentro di me che diceva «non mangiare, ti fa male»). Ogni volta che riuscivo a mangiare qualcosa sentivo di aver inflitto un’altra sconfitta alla parte autodistruttiva e negativa di me. Dopo una lunga serie di questi giorni ho finalmente riacquistato il mio peso-forma. Sentivo però che la mia persona era incompleta: il ciclo mestruale non era tornato. Ma il solo pensiero di averlo mi metteva una terribile paura. Mi venne suggerito di recitare Daimoku mandandolo alle ovaie affinché si «risvegliassero». Dissi a me stessa: «Ok, ho paura, ma lo farò!» Nel giro di pochi mesi il mio fisico ha assunto forme più femminili e nel luglio di questo anno sono nuovamente «sviluppata»! Alla tenera età di 32 anni! In quel momento è stato per me come rinascere. Per la prima volta nella mia esistenza ho ringraziato il Gohonzon per essere nata donna, e ho capito quanto, in passato, io abbia offeso la mia vita. Adesso so, invece, quanto sia prezioso vivere ed essere felici per aiutare gli altri e contribuire, così, alla pace.
Recentemente un principiante mi ha chiesto: «A te cosa ha dato il Gohonzon?» Risposta: una voglia e una gioia di vivere inimmaginabili. (B. C.)(dati modificati)
stampa la pagina

Commenti

Posta un commento