Quando meno te l’aspetti


Otto anni di pratica sperando nell’arrivo di un principe azzurro, come soluzione di tutti problemi. Ma è inutile illudersi: la chiave per superare le difficoltà della vita non si trova fuori di noi. Meglio cercarla, prima di tutto, dentro se stessi. Poi, possono anche arrivare delle belle sorprese.

Sono cresciuta in una famiglia con la quale ho iniziato presto ad avere forti contrasti. Soffrivo, più che altro, per il carattere di mio padre che spesso reagiva alla sua insicurezza assumendo atteggiamenti severi e autoritari. Io mi ribellavo facendo dell’aggressività nei suoi confronti la mia arma di battaglia e consumavo la mia energia in continui scontri, senza concedermi esperimenti e tantomeno sbagli.
All’età di venti-venticinque anni, dietro un aspetto sano e forte, nascondevo tutta la fragilità generata dal timore che la vita potesse essere così scialba e rigidamente inquadrata.
A poco a poco affrontare la routine della vita quotidiana cominciò a diventare molto faticoso; già a mezzogiorno ero sfinita e la voglia di non vivere stava diventando una vera e propria tendenza. Giunse il momento in cui non riuscii più ad uscire di casa. Affrontai l’umiliazione di farlo capire ai miei genitori, di far loro intendere che avevo bisogno di essere accompagnata al lavoro, a comprare le sigarette, dalla parrucchiera. Abituati come erano a vedermi forte e sicura, caddero dalle nuvole.

Trascorsero così quasi sei mesi. Poi, per orgoglio, dissi basta a questa dipendenza e a questi limiti. Facendo leva su tutta la mia forza di volontà, cominciai a muovere i primi passi da sola, acquisendo piano piano sempre maggiore disinvoltura. Fu in questa fase che, durante la primavera del 2005, incontrai il Buddismo. Iniziai per sfida, piena di risentimento nei riguardi della vita, verso la quale mi sentivo così a credito, con la presunzione, derivata dai miei recenti e sudatissimi successi, che la forza di volontà fosse la chiave per ottenere ogni cosa. Nonostante tutto pensavo di non avere grossi problemi. Erano gli altri, piuttosto, coloro che incontravo a quelle riunioni, ad averne o a darne. E io non li frequentavo volentieri. Però mi piaceva recitare. Mi alleggeriva da quel senso di pesantezza che mi stava accompagnando da tanto tempo e mi aiutava a concentrarmi meglio sia nel lavoro che nella vita personale, tanto che riuscivo a rendere di più e a fare sempre più cose. In pochi mesi, e con uno sforzo decisamente inferiore a quello che avevo dovuto fare in precedenza, mi trovavo a circolare liberamente. Fu un grande incoraggiamento.
Nel frattempo, però, cominciarono a manifestarsi in tutti i settori della mia vita seri problemi di relazione: nei rapporti di lavoro, con colleghi e capi, e nell’ambito dell’organizzazione buddista, con membri e responsabili. Per non parlare della famiglia: apparentemente riuscivo a praticare il Buddismo senza problemi, visto che da quando avevo iniziato a «brontolare al mattino» (come dicevano loro) ero meno imbronciata durante il giorno, ma i contrasti e le incomprensioni con i miei genitori e con mio fratello si accentuarono.
Provavo un forte desiderio di scappare da tutto. Ma come? ... Ci voleva «un uomo». Con cui stare bene, però!
Divenne il mio obiettivo principale e decisi di realizzarlo nel tempo di un anno facendo almeno un’ora e mezza di Daimoku al giorno.
Tuttavia, le relazioni che vivevo si risolvevano soltanto in contrasti e conflitti. Demoralizzata dal ripetersi di queste situazioni chiedevo consiglio e allora mi domandavano: «Come va con tuo padre e con tuo fratello? E con il tuo corresponsabile? Cerca di migliorare questi rapporti, poi anche le questioni di cuore avranno un nuovo percorso».
Intanto il Daimoku che facevo per trasformare queste sofferenze influiva su altri aspetti della mia vita. Nell’azienda dove allora ero impiegata si verificarono una serie di avvenimenti a seguito dei quali venivo trasferita da un ufficio all’altro e mi trovavo a ricoprire ruoli diversi. Questo mise a dura prova il mio carattere così poco flessibile ma, nello stesso tempo, mi fece capire cosa desideravo fare e cosa no. Riuscendo a vivere questa situazione come occasione, anziché come problema, arrivò anche il lavoro giusto, insieme ad un trenta per cento di stipendio in più e a trenta chilometri in meno al giorno da fare. Quando due anni dopo mi si ripresentò una situazione simile, non mi tirai indietro. Fu un anno difficile, trascorso avanti e indietro da Ferrara, in cui, nonostante le tante ore dedicate al lavoro, recitai moltissimo Daimoku. Volevo uscire da questa esperienza senza lasciare niente di incompiuto. E non potevo dimenticare la questione sentimentale ancora del tutto irrisolta dopo cinque anni di pratica: le mie amiche si stavano sposando tutte e lo sconforto spesso mi trovava in lacrime davanti al Gohonzon. Alla fine era lì che portavo tutto, senza sensi di colpa e falsi pudori. In quell’anno il mio impegno con il “coro” si intensificò tanto che mi fu affidata la corresponsabilità. Lì sì che le «patate si strofinarono bene», per citare il proverbio giapponese che andava così in voga i primissimi anni della mia pratica. Niente mi ha mai così chiarito il significato di itai doshin: nello sforzo di armonizzare la mia voce a quelle del gruppo c’è lo sforzo di armonizzare il mio itai a quello degli altri.
Nel frattempo, per quanto riguarda il lavoro, l’ufficio di Parma veniva incorporato in quello di Ferrara. Nell’indecisione se trasferirmi o meno come residenza, risposi a una inserzione di lavoro per Parma e fui felicemente assunta. Ringraziai il Gohonzon per come si era risolta la faccenda: recuperavo tre ore di tempo al giorno e miglioravo le mie condizioni economiche.
Risolto definitivamente questo problema decisi di risolvere anche quello sentimentale con una nuova determinazione. Per un anno e mezzo niente ebbe priorità su Daimoku e attività. Nel frattempo le condizioni di salute di mio padre, più volte ricoverato in ospedale per una grave forma di insufficienza respiratoria, degenerarono al punto che dovette essere ricoverato in rianimazione. Di fronte alla gravità della situazione mi resi conto per la prima volta di aver fatto troppo poco per lui. Grazie al Daimoku cominciavo a considerare la vita come un dono e provai gratitudine nei suoi confronti. Non era ora che quell’uomo morisse. Cominciai a recitare, senza contare le ore, sostenuta dalle persone che mi erano vicino nella pratica, fino a quando non sentii profondamente che era fuori pericolo. Qualche giorno dopo, nell’incredulità generale, mio padre veniva ricondotto in reparto. Il Daimoku «come un solo scroscio di pioggia aveva spento molti fuochi ruggenti»: mi accorsi di non soffrire più per lui, come era stato in passato, e mi sentii più forte e più serena. Fu l’incontro con Martin, durante un viaggio in Turchia nell’estate del ‘2001, a confermarmi che qualcosa di molto profondo era cambiato nella mia vita. Per la prima volta una situazione sentimentale non mi si presentava solo come un problema, anzi, eravamo perfettamente in armonia. Ringraziai il Gohonzon anche per le molteplici qualità di questo uomo bello (anzi bellissimo) fuori e dentro, ricco, colto, intelligente, sensibile, responsabile di sé stesso e di chi gli stava vicino.
C’era solo un particolare: era straniero (turco per l’appunto) e con nessun bisogno o intenzione di lasciare il suo paese. Mi chiedeva di sposarlo e di primo acchito la cosa mi attirò molto. Dopo tanta solitudine, cosa potevo desiderare di più? Poi mentre recitavo per cercare la convinzione che avrei fatto la cosa giusta, vidi anche quello da cui avrei dovuto separarmi: famiglia, professione, lingua, cultura, nonché molti aspetti del mio essere donna conquistati in tanti anni di sforzi. Chiesi consiglio e fui spronata a non essere codarda. «Non si può avere tutto nella vita - mi venne detto - spesso, per avere una cosa bisogna rinunciare ad un’altra». Sia che scegliessi una strada, sia che ne scegliessi un’altra, questa situazione richiedeva un coraggio che non avevo. Mi rivolsi al Gohonzon. Decisi di ultimare in breve il milione di Daimoku che avevo in corso e poi di prendere una decisione definitiva. Un mese dopo in Turchia, dall’ambiente in cui avrei dovuto trasferirmi, mi arrivarono una serie di segnali da cui capii chiaramente che la mia felicità non poteva essere in quel paese. Nonostante la stima e l’amore profondo che provavo per quell’uomo, vidi chiara dentro di me la strada che dovevo scegliere, accompagnata dalla convinzione di andare fino in fondo. Tornai in Italia apparentemente al punto di partenza: avevo deciso di non trasferirmi e di troncare la nostra relazione sentimentale, non la nostra amicizia. Non fu un momento facile. Continuai a recitare molto. Durante un viaggio estivo, mi accorsi di essere più felice, come se mi fossi tolta un peso dallo stomaco. Per la prima volta in vita mia avevo voglia di divertirmi con gli altri ed in mezzo alla gente. In autunno, forte di una nuova condizione vitale, decisi di frequentare una palestra, cominciai ad andare a ballare e a Natale partii per un altro viaggio. Durante Gongyo di capodanno a Parigi non riuscii a rinnovare tra i miei obiettivi quello che per otto anni era stato il primo: un compagno per la vita. Non averlo non era più un problema. Nel viaggio di ritorno mi scoprii ad avere un grosso desiderio di rivedere i miei. Per la prima volta in vita mia sentivo tenerezza per loro. Direi che il vero beneficio dei miei primi otto anni di pratica può essere sintetizzato in questo sentimento. Avevo fretta di prendere il treno per Parma. A Milano salutai frettolosamente i compagni di viaggio conosciuti in quell’occasione; tra questi c’era Nicola, un ragazzo di Lecco che per tutta la settimana mi era stato attorno, osservandomi senza dire una parola. Cominciò a raggiungermi a Parma tutti i fine settimana successivi. É venuto da sé, in modo del tutto naturale, decidere ad aprile di sposarci, comprare casa a Parma a giugno e infine sposarci nel dicembre scorso. C’era solo una cosa ancora in sospeso: Nicola lavorava a Lecco. Determinai che avrebbe trovato un ottimo lavoro prima che io terminassi di scrivere la mia esperienza. E fu così che alla fine di febbraio, in piena recessione economica, Nicola trovava non uno ma due lavori!
Mi è rimasto ancora un desiderio: continuare a vincere per incoraggiare gli altri. (M. C.)(dati modificati)
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