Oltre il giardino del re #1/3 (L’erba “devo”)

«L’erba voglio – ammonivano i nonni di fronte ai capricci dei nipotini – non cresce neanche nel giardino del re». L’intenzione era forse quella di instillare nei piccoli un “sano” spirito di rinuncia: non tutti i desideri possono essere soddisfatti e bisogna imparare a far buon viso a cattivo gioco. Ma se i piccoli, crescendo, intuiscono l’enorme potenziale della vita, allora scoprono che non ha senso cercare dove mai crescerà questa mitica erba, se possono averne una migliore in grande quantità.

Oggi, parliamo di botanica.
Dunque, nella vita di ognuno di noi crescono fondamentalmente tre tipi di vegetali: l’erba “devo”, l’erba “voglio” e l’erba “posso”.
L’erba “devo” ha un fusto spesso e legnoso, foglie larghe di un verde scuro intenso, ricoperta di una leggera peluria che, quando si sfiora, provoca delle irritazioni. Si riproduce molto rapidamente e cresce altrettanto in fretta; una volta raggiunta l’altezza massima, diventa quasi impossibile sradicarla.
La maggior parte delle persone si ciba di quest’erba in grande quantità. Dicono che è amarissima, e fanno molte smorfie nel mandarla giù; però dicono anche che rinforza in maniera sorprendente la personalità e l’efficacia del loro agire nel mondo.


Effettivamente, senza l’erba “devo” la società, così come l’abbiamo strutturata nei secoli, avrebbe qualche difficoltà ad esistere. Il bambino ha bisogno di dosi massicce di erba “devo” per crescere, per superare il senso di onnipotenza che ne caratterizza i primi anni di vita, per diventare un adulto responsabile che accetta e si attiene alle regole della convivenza civile.
Però, lo spiccato senso del dovere che sviluppa quest’erba rischia di snaturare le motivazioni profonde di ognuno di noi, di far perdere di vista il valore reale delle cose.
Lo studente che mangia molta erba “devo” a colazione, sul banco di scuola starà immobile e attento, avrà sempre ottimi voti e sarà sempre promosso. Ma quanto piacere ricaverà dalle cose che impara, quanto delle nozioni che ha appreso nel corso degli anni gli rimarrà in testa, una volta finiti gli studi? Chi studia per far contento qualcuno, per far vedere che è più bravo degli altri senza il piacere di imparare cose sconosciute, senza il desiderio che questi insegnamenti gli arricchiscano la vita oltre che la mente, tirerà un grosso so- spiro di sollievo una volta superato l’ultimo esame, chiuderà i libri, li metterà in soffitta, e con loro lascerà che si ricopra di uno spesso strato di polvere anche un periodo fondamentale della sua vita.
Lo stesso meccanismo si riproduce in ogni altro ambito del quotidiano: nel lavoro, nei rapporti con gli altri, nella concezione stessa della vita.
Qualsiasi lavoro condito con troppa erba “devo”, per quanto possa piacere all’inizio, a lungo andare diventa un obbligo, una costrizione, e al posto del divertimento spunta la noia, dietro la soddisfazione fa capolino la pesantezza. Anche in un rapporto, se per senso del dovere ci si impegna unicamente nel corretto svolgimento del proprio ruolo, perdendo di vista il gioco, la fantasia, la novità, si rischia di svegliarsi una mattina e di trovarsi accanto un estraneo che non ha più niente da dirci, al quale non abbiamo più niente da dire. E magari con quell’estraneo si continua a convivere per anni, anche per tutta la vita, semplicemente perché abbiamo firmato un contratto e dobbiamo rispettarne le clausole, oppure perché con quell’estraneo abbiamo messo al mondo degli altri individui che non sono ancora autonomi, che hanno bisogno di noi.
Sì, perché non bisogna dimenticare che sotto il rigoglioso fogliame dell’erba “devo”, si nasconde sempre un’altra pianta. È un’erba che non si sviluppa in altezza ma in orizzontale, con un intrico di tralci attorcigliati gli uni agli altri, che si avvinghiano intorno ai fusti di qualsiasi altra pianta che incontrano sul loro cammino. Ha foglie piccole, striate di venature rossastre, sotto cui si nascondono i frutti. Sono piccole bacche color porpora, molto allettanti alla vista ma, basta mettersene in bocca una ed ecco che un terribile sapore dolciastro e nau- seabondo si diffonde fino nel naso nella gola, e rimane appiccicato al palato per tutto il resto della giornata. Quest’erba si chiama “senso di colpa”. Dove c’è “devo” c’è sempre anche “senso di colpa”, e viceversa. Sono due piante che vivono in simbiosi.
Una simbiosi che funziona a meraviglia anche nella pratica buddista. Un Gongyo e un Daimoku farciti d’erba “devo” perdono quel gusto saporito che hanno quando si recita con voglia e con piacere, prendono quella sottile punta di amaro che rovina l’assaporare il ritorno al Gohonzon, distrugge la concentrazione e porta a fissare più spesso l’orologio che il simbolo myo. Finito di recitare in questo mondo, ci si alza più stanchi e sfiduciati di prima, sempre meno convinti di realizzare i propri obiettivi. Poi, il rivoltante retrogusto della bacca del senso di colpa di nuovo ci trascina davanti al Gohonzon, contriti all’idea di aver pensato «stasera salto Gongyo, non ne ho nessuna voglia, che palle!», e il cerchio si chiude: ci rimettiamo a recitare con la schiena curva, un filo di voce, il tono lamentoso e il desiderio di essere ovunque fuorché proprio lì.
Lo stesso circolo vizioso si ripropone anche nell’attività buddista. All’inizio, quando ci “mettono nel mezzo” appioppandoci una responsabilità, lì per lì siamo contenti – anche se spaventati –, ci buttiamo nel vortice con l’entusiasmo della novità. Poi, man mano che il tempo passa e cominciamo a capire come funzionano le cose, inevitabilmente arriva un momento in cui l’attività diventa routine, e dalla routine alla pesantezza il passo è breve.
Andiamo alla riunione come se andassimo al patibolo, sbirciando tra un Daimoku e l’altro il giornale che avremmo dovuto studiare, perché fra poco, finito Gongyo, tocca a noi parlare, perché in realtà siamo noi che dovremmo tenere la riunione. Andiamo a trovare una persona che sta male, e ci andiamo con la morte nel cuore, perché non abbiamo nessuna voglia di ascoltare tutte le sue lamentele, non sappiamo cosa rispondere ai suoi dubbi e siamo certi che usciremo da quella casa, non solo senza essere riusciti a incoraggiare il nostro compagno di fede, ma addirittura con uno stato vitale ancora più basso di quando siamo entrati.
Però andiamo avanti, perché la subdola erbetta strisciante del senso di colpa è sempre lì in agguato, e ci costringe a prolungare questa farsa, perché «Io sono il responsabile, e allora devo dispensare sorrisi anche se avrei voglia di piangere, devo incoraggiare questa persona anche se avrei bisogno di essere incoraggiato io per primo, devo andare centro di settore sennò i miei responsabili cosa penseranno, devo, devo, devo...». Lorena Camerini (Continua)
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Commenti

  1. Fa riflettere molto ed è un bel post !

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  2. Mi sono riconosciuto in tanti aspetti di questo articolo, con un grande spirito di ricerca per trasformare l'atteggiamento e riscoprire la gioia. Non vedo l'ora di leggere il seguito!!

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  3. MI SONO VISTO RIFLESSO ANCHE A ME CAPITA
    ASPETTERÒ I SEGUENTI POST

    GRAZIE!!!

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