Le mie famiglie


«Mi sono reso conto che le situazioni di vita incontrate nel gruppo erano le stesse difficoltà che incontravo nella mia famiglia naturale».

Ho conosciuto il Buddismo nel 2000 grazie a mio fratello che proprio in quell'anno aveva cominciato a praticarlo ma pensavo che fosse qualcosa per la gente con i problemi e io credevo di non averne.
Sono cresciuto in una famiglia felice di sette figli, in una bella casa.
Nella mia adolescenza il punto fermo è sempre stata la mamma, la sua protezione e il suo amore mi sorreggevano. Presto però mi resi conto che le cose tra i miei genitori non andavano e un giorno mia mamma se ne tornò in Canada portando con sé i miei tre fratellini e la mia sorellina, che allora aveva due anni. A casa, restammo io, che avevo sedici anni con il babbo e i miei due fratelli più grandi.
La mancanza di mia madre si faceva anno dopo anno sempre più forte tanto che passavo molto tempo in camera sua dove ancora tutte le sue cose erano al loro posto, annusavo i cuscini o i vestiti nell'armadio cercando di far riaffiorare la sua immagine ormai sbiadita nella mia mente.
La situazione in casa era sempre più triste, così i miei amici diventarono la mia famiglia e insieme a loro facevo uso di stupefacenti. Finite le scuole cominciai a lavorare con mio padre, ma il nostro rapporto non era buono e la mia poca voglia di lavorare peggiorava le cose. Abbiamo un negozio di antiquariato e io mi occupo del restauro di mobili antichi e riproduzione di mobili in stile; oltrettutto la vendita di mobili antichi era calata vertiginosamente.

Quasi tutti gli anni trascorrevo il Natale in Canada da mia mamma, tutte le volte che la vedevo cercavo di nasconderle il mio rancore, le mie sofferenze, e presto mi resi conto che non ci conoscevamo profondamente. Quando poi nel 2010 i miei genitori divorziarono e la casa dove sono cresciuto fu venduta, mi sembrò che mi crollasse il mondo addosso.
Fu in quel periodo che mi ritornò alla mente Nam-myoho-renge-kyo, così cominciai a recitare saltuariamente. I primi benefici arrivarono: il lavoro, improvvisamente, ricominciò a funzionare con immenso stupore anche di mio padre che addirittura mi incoraggiava a recitare Daimoku, anche perchè vedeva il mio cambiamento.
Col passare dei mesi la mia pratica diventò regolare e arrivai a provare un senso di libertà e piena fiducia nella vita; uno stato vitale così forte che mi faceva piangere di gioia.
Nell'estate del 2011 ricevetti il Gohonzon e partii per trascorrere sei mesi in Canada con mia mamma e i miei fratelli. Tutto l'entusiasmo per la nuova avventura si placò quando iniziarono ad affiorare i primi problemi tra me e mia madre; gli scontri erano così frequenti che fui anche cacciato di casa. In quel momento nel quale non vedevo nessuna via d'uscita mi furono davvero d'aiuto il Daimoku, il sostegno dei membri e specialmente una frase del Gosho Felicità in questo mondo: «Soffri per quel che c'è da soffrire e gioisci per quello che c'è da gioire. Considera entrambe, sofferenza e gioia come fatti della vita e continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo qualunque cosa accada. In questo modo sperimenterai una gioia illimitata derivante dalla legge. Rafforza la tua fede più che mai» (SND, 4, 157).
Cercando più che potevo di recitare Daimoku per la felicità di mia mamma le porte di casa si riaprirono e ci ritrovammo a tavola a scherzare su ciò che era successo. Ma sentivo che ancora non ero soddisfatto appieno per il nostro rapporto e mi sembrava di non sentire il sincero desiderio per la sua felicità.
Per due anni ho cercato di recitare Daimoku con l'atteggiamento di "tirare fuori l'acqua dal deserto" cercando di scavare per tirare fuori la Buddità, e per sciogliere definitivamente le incomprensioni che ci allontanavano. Inizialmente ho trovato notevoli difficoltà nell'approccio con le persone in quanto ci dividevano il modo di concepire la pratica e soprattutto la differenza di età perché ero responsabile di un gruppo di adulti, tutti sposati e genitori. Eravamo tutti molto sfiduciati e polemici e le persone non facevano altro che lamentarsi dei propri problemi familiari.
Recitando Daimoku perché fossero felici, mi sono reso conto che le situazioni di vita incontrate dalla "famiglia" rappresentata dalle persone nel gruppo erano le stesse difficoltà che incontravo io nella mia famiglia naturale, nella mia vita. Difficoltà familiari simili, io verso mia madre, loro (i membri del gruppo) problemi di incomprensione verso i figli. Solo trasformando io per primo questa situazione avrei potuto incoraggiare gli altri a fare lo stesso.
Ho iniziato a recitare insieme a ciascuno di loro per risolvere questi problemi: ascoltare le esperienze di genitori, padri, madri, mariti e mogli mi ha aiutato a capire le difficoltà della mia famiglia. Prima incolpavo mia madre dei miei problemi familiari, adesso capivo le difficoltà di un genitore.
Lo scorso Natale in Canada ebbi un incidente: mentre mi allenavo subii il distacco del tendine d'Achille. Mi dispiaceva lasciare improvvisamente la mia famiglia per un'operazione urgente in Italia e così la mattina seguente, dopo aver recitato di fronte al Gohonzon in lacrime, con il cuore in mano, grazie all'insistenza della mamma andai a farmi visitare in un ospedale canadese dove mi operarono d'urgenza: a quel punto non potevo più ripartire perché ero ingessato fino all'inguine.
Se avessi preso subito un aereo per tornare in Italia o avessi lasciato passare altro tempo non solo il recupero del tendine non sarebbe stato lo stesso, ma, soprattutto, non avrei potuto passare un mese e mezzo a pieno contatto con mia madre e vivere con lei tanti momenti magici in quell'atmosfera familiare intima e serena che avevo tanto sognato in quegli ultimi anni.
Momenti che non avevo mai vissuto con la mia famiglia (sopratutto con mia madre) essendo lontani, non solo nel corpo ma anche nel cuore. L'esperienza più grande è stata quella di portare mia mamma di fronte al Gohonzon, lei aveva sempre criticato la mia pratica buddista e uno dei miei desideri più profondi soprattutto quando andai in Canada era quello di farle conoscere il Gohonzon. Ed è stato proprio quando lei è rientrata in Italia per due mesi che è accaduto che cominciasse a recitare Daimoku. Sentivo che le nostre incomprensioni si erano sciolte, adesso si fidava di me.
Così ho capito che prendermi cura dei membri del mio gruppo mi ha aiutato a prendermi cura di mia madre: le persone hanno iniziato a chiamarmi e a chiedermi consigli su come comportarsi con i loro figli, si è creata armonia, siamo cresciuti numericamente e due figli di membri del gruppo hanno iniziato praticare.
Anche i rapporti con mio padre, un tempo tesi, sono migliorati e al mio ritorno a Firenze mi ha affidato un appartamento di sua proprietà a patto che lo ristrutturassi.
Così affrontando la riabilitazione della gamba, il lavoro, imbiancando anche la domenica, grazie soprattutto agli amici che mi hanno sostenuto trovandoci tutte le mattine per recitare insieme, in due settimane ho traslocato e adesso posso anche mettere a disposizione la casa per l'attività buddista.
Oggi vorrei che mia mamma fosse qui per vedere i risultati dei miei sforzi, per dimostrarle la mia volontà di creare una famiglia felice. Adesso voglio imparare a essere un bravo genitore, avanzando giorno per giorno con amore e passione per la vita, creando pace nel mio cuore e in quello delle persone che amo. (L. P.) (dati modificati)
via | http://www.sgi-italia.org

Commenti