Il tempo del raccolto

Se il Sutra del Loto definisce “vecchio” il primo dei Bodhisattva della Terra, il termine non può essere dispregiativo. “Vecchio” può significare avere piena padronanza dei vari aspetti della vita, oltre a una riserva di saggezza inesauribile.

Come dovremmo vivere la terza età della nostra vita, la vecchiaia? Questo è un argomento con cui la società di oggi deve immancabilmente confrontarsi. Nel 2025, un giapponese su quattro avrà più di sessantacinque anni e si prevede che intorno alla metà del ventunesimo secolo la percentuale sarà salita a uno su tre. Già oggi, due milioni di giapponesi anziani hanno bisogno di assistenza e si stima che nel 2025 il numero sarà cresciuto fino 5,2 milioni.
Il Mainichi Shimbun, uno dei maggiori quotidiani giapponesi che celebra questo mese il suo centoventicinquesimo anniversario, ha inaugurato una nuova serie di articoli sul numero del primo gennaio di quest’anno. «Stiamo vivendo in un periodo – ha esordito la prima puntata – in cui dobbiamo tutti unirci e risolvere i problemi che presenta una lunga vecchiaia. Cosa possiamo fare per condurre delle vite feconde e realizzate? Cosa possiamo fare per spianare la strada a una nuova società?» Si tratta di una questione molto importante e credo che la scelta delle parole “lunga vecchiaia” invece di “lunga vita” sia significativa; l’articolo sottolinea che “lunga vita” ha tradizionalmente sempre avuto solo connotazioni positive, mentre “lunga vecchiaia” svela la cruda realtà che dobbiamo affrontare.


Il nostro desiderio, naturalmente, è che questa società dalla lunga vecchiaia sia anche una società in cui la gente possa godere di lunghe vite felici. Lo scopo della serie del Mainichi è di discutere e mettere a fuoco proprio quello di cui abbiamo bisogno perché questo avvenga.
La prima parte della serie è stata scritta da un gruppo di giovani giornalisti per lo più trentenni, i quali raccontano le storie di alcune persone alle prese con la realtà della vecchiaia, corredando poi gli articoli con le loro impressioni personali. Tra quelli già pubblicati, uno descriveva un’insegnante che mentre era ancora in vita aveva predisposto ogni particolare dei propri funerali e che poi si è lasciata morire sola e sconosciuta. Un altro trattava della figlia di un noto scrittore, malato del morbo di Alzheimer, la quale ha reso pubblica la sua situazione per aiutare gli altri ad affrontare lo stesso problema. Un altro articolo ancora parlava di un uomo diventato “genitore” della propria madre, che si è sforzato coraggiosa- mente di mantenere il proprio lavoro e di assisterla allo stesso tempo. C’era poi la storia di un ex pilota di un’unità di commando della seconda guerra mondiale che comunicava con i giovani tramite la rete telematica. E un articolo raccontava di un’energica donna di ottantanove anni che dirigeva ancora il suo salone di parrucchiera.
Narrando questi casi di vita, la serie incoraggia i lettori a riflettere sui problemi relativi all’assistenza, alle relazioni genitori-figli, alla senilità e all’eutanasia. I giornalisti scrivono le storie non come spettatori ma come persone che un giorno dovranno esse stesse confrontarsi con i medesimi problemi e in molti casi, come figli di genitori anziani che stanno sperimentando da vicino cosa vuole dire essere vecchi.
Un reporter scriveva: «In una società dove la gente vive più a lungo, si richiedono scelte di stili di vita e di abitudini nuove. L’esperienza della vecchiaia varia da persona a persona. Alcuni l’affrontano gioiosamente e vigorosamente; per altri è piena di sofferenza e angoscia. Ogni persona e la vita che ha vissuto è differente, e così le loro storie. Mentre raccoglievo informazioni per il mio articolo, a ogni domanda che facevo, mi rendevo sempre più conto che era una domanda che dovevo porre anche a me stesso».
Sembra che la serie abbia suscitato una forte risposta da parte del pubblico. Persino qualche giorno fa mentre ero impegnato in una discussione con uno studioso è venuto fuori questo tema. Tutti gli argomenti che la serie solleva sono importanti, compresi quello delle cure mediche e della senilità. Ma poiché ne ho già parlato nella rubrica “Salute” del Seikyo Shimbun, non li esaminerò ulteriormente oggi.
In una lettera a Toki-ama Gozen, moglie di Toki Jonin, Nichiren Daishonin scrive: «[Tuo marito] il signore Toki mi ha detto che, nonostante sia rattristato per la morte della madre, è grato perché la sua morte è stata dolce e perché tu le hai prestato cure amorevoli. Ha detto con gioia che non dimenticherà mai tutto ciò in ogni vita a venire». Toki-ama Gozen era di costituzione fragile e senza dubbio i problemi affrontati nella cura dell’anziana suocera novantenne erano stati indescrivibili. Il Daishonin percepiva la sua lotta, apprezzava i suoi sforzi e la consolava con calore. Non c’è niente di più bello che avere un vero maestro che ci sostenga e dimostri preoccupazione per il nostro benessere e la nostra crescita.
E vorrei aggiungere che l’aver cura di un familiare infermo, con premura e amore, è ciò che si intende per compassione buddista: questo è il comportamento di un bodhisattva.
Nichiren Daishonin mandò lettere di incoraggiamento dal monte Minobu anche all’anziano Ko Nyudo e a sua moglie, Ko-no-ama, che vivevano sulla lontana isola di Sado. Alla coppia che non aveva figli, il Daishonin scriveva: «Io, Nichiren, devo essere vostro figlio, ma desiderando salvare il popolo del Giappone, per il momento risiedo nella parte centrale del paese... Quando i Mongoli invaderanno il Giappone, per favore venite da me. E, poiché non avete figli, per favore considerate l’idea di venire a vivere con me al tempo della vostra vecchiaia».
Nonostante stesse affrontando una situazione pericolosa dopo l’altra, il Daishonin non vacillava. E, quasi fossero i suoi genitori, continuava a confortare e a occuparsi dei seguaci anziani e sinceri, persone ordinarie che vivevano in tempi turbolenti e incerti. In questa forza e gentilezza, vediamo la vera essenza di ciò che significa essere umani.
Il Daishonin concludeva la sua lettera alla coppia scrivendo: «Nessun luogo è sicuro. Siate sicuri che la Buddità è la dimora finale». Dov’è la dimora definitiva, la dolce casa, l’approdo sicuro? È proprio qui. È dentro di noi. Lo stato di Buddità che raggiungiamo all’interno del nostro essere è il porto eternamente sicuro.
Le circostanze non determinano la pace mentale o la tranquillità interiore. Non importa in quali splendide case viviate, perché se siete tristi e soli, non potete affermare di essere a vostro agio, né che la vostra vita sia felice. E anche se le vostre attuali circostanze sono buone, non c’è garanzia che durino per sempre. Solo il palazzo della pace e della sicurezza che costruite dentro la vostra vita attraverso la pratica buddista è eterno.
Ko Nyudo e Ko-no-ama erano discepoli del Daishonin che praticavano il Buddismo con Abutsu-bo e sua moglie Sen- nichi-ama, residenti anch’essi sull’isola di Sado. Mentre vegliava amorevolmente sulla loro amicizia, il Daishonin li incitava sempre a lavorare insieme in armonia e a mantenere la loro solidarietà.
Indubbiamente più si invecchia, più si apprezza la fortuna di avere degli amici che ci incoraggiano e ci sostengono. I membri della SGI stanno intrecciando una rete di preziosissimi rapporti di questo tipo, nel loro ambiente e nella società in genere.
Il quotidiano della Soka Gakkai, il Seikyo Shimbun, punta spesso i riflettori sui membri del Taho-kai (Gruppo dei molti tesori), i pionieri dei primi tempi della nostra organizzazione. Il volto di ognuno di loro è bello, e riflette l’integrità delle loro vite e della loro fede.
Shakyamuni insegnava che apprezzare e stimare i vecchi aumenta le proprie qualità di longevità, bellezza, gioia e forza. Questo principio è totalmente in accordo con la legge di causa ed effetto. Una società che rispetta le persone anziane, rispetta la vita umana; sicuramente una società di questo genere darà frutti vigorosi.
Nel Gosho, il Daishonin cita un passo del Sutra del Loto che dice: «Possiamo usare le nostre lunghe vite per salvare gli esseri viventi» (Gosho Zenshu, pag. 657). “Lunga vita” in questo contesto si riferisce all’incommensurabile lunga vita del Budda così come viene descritta nel sedicesimo capitolo del Sutra del Loto Rivelazione della vita eterna del Budda, il capitolo Juryo.
L’eterno stato della Buddità scaturisce dalla vita di chi pratica il Sutra del Loto. E secondo l’esortazione del sutra: «Vivi a fondo la tua vita», la forza vitale viene rafforzata e le nostre vite si estendono come risultato della nostra pratica e del desiderio di portare gli altri alla felicità.
I bodhisattva non mirano a una lunga vita unicamente per sé stessi, bensì per servire gli altri nella massima misura possibile, usando, per riuscirvi, l’esperienza e la perfetta miscela tra compassione e saggezza.
Questa è una differenza sottile ma cruciale.
Nel Gosho, Nichiren Daishonin descrive la guida dei Bodhisattva della Terra, come «il vecchio che è il bodhisattva delle Pratiche Superiori» [Quando Shakyamuni dichiara nel quindicesimo capitolo del Sutra del Loto (Emergere dalla terra) che la vasta moltitudine dei Bodhisattva della Terra è interamente composta da suoi discepoli originali, il bodhisattva Maitreya esprime i propri dubbi dicendo che era come se un giovane di venticinque anni indicasse un uomo di cento e dicesse: «Questo è mio figlio!», n.d.r.]
Questa frase ha un profondo significato dal punto di vista del Buddismo, ma ciò che vorrei farvi notare oggi è che l’espressione «vecchio» qui non è in alcun modo negativa o sprezzante. Dà l’idea di una grandezza venerabile e maestosa. Evoca immagini delle virtù piene di fragranza di qualcuno che abbia conquistato piena padronanza delle qualità della vita, per esempio una fede ferma e incrollabile, l’agire ininterrottamente con compassione, un coraggio indomabile, una dialettica avvincente, una pazienza infaticabile, nobiltà e dignità straordinarie, e una vasta inesauribile riserva di saggezza. Questa è una descrizione dei Bodhisattva della Terra che diffondono gli ideali dell’umanesimo nel pieno di questa età corrotta.
Non dobbiamo dimenticare che il primo presidente della Soka Gakkai, Tsunesaburo Makiguchi, incontrò il Buddismo quando aveva già cinquantasette anni. Affrontò la «terza età», di fatto il suo capitolo finale, come praticante buddista. Già prima di allora aveva con- dotto una vita di grandi realizzazioni, pubblicando lavori monumentali come il Jinsei Chiri- gaku (La geografia della vita umana) e si era guadagnato una reputazione di bravo insegnante e direttore di scuole elementari. Ma fu solo quando entrò nella cinquantina e poi nella sessantina e nella settantina, che Makiguchi si dedicò alla vera missione per la quale era nato in questo mondo. Come scrisse lui stesso verso i sessantaquattro anni: «Quando presi infine la grande decisione di dedicarmi alla fede, arrivai a comprendere e ad apprezzare pienamente le parole del Daishonin: “Se il cielo è sereno, la terra è illuminata. Similmente, se si conosce il Sutra del Loto si possono comprendere gli affari di questo mondo” (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, pag. 251). Con indescrivibile gioia, ho trasformato il modo in cui ho vissuto la mia vita per quasi sessanta anni. L’ansietà che veniva dal cercare nell’oscurità le risposte della vita è completamente evaporata, e la mia riservatezza e diffidenza innate sono scomparse. I miei obiettivi sono diventati sempre più grandiosi e nobili e le mie paure sono diminuite».
Makiguchi si oppose alle autorità giapponesi con grande coraggio nel periodo del violento militarismo che imperversava durante la seconda guerra mondiale, e morì in prigione per le sue convinzioni, all’età di settantatré anni. Seguiamo l’esempio di questo maestro di infinito umanesimo e compassione e dedichiamo la nostra vita a realizzare i nostri nobili scopi fino all’ultimo giorno.
E nella finale e più che mai significativa “terza età”, brilliamo come un faro di speranza, coraggio e compassione per tutti quelli che ci circondano. (D. Ikeda)
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