Il Sutra del Loto #149

Una persona d'azione #1/2

In questo brano del sutra l’affermazione di Shakyamuni “Ho continuato incessantemente” descrive le sue stesse azioni. In altre parole, egli ha svolto costantemente l’opera del Budda, senza smettere nemmeno per un istante. Il Budda non conosce riposo: non desisterà finché non avrà sradicato l’ infelicità dalla faccia della terra.
Shakyamuni afferma: «Giorno e notte, non ho un momento di rimpianto. Anche mentre dormo il mio cuore è colmo del desiderio di salvare tutte le persone».
Perciò, finchè vi sarà anche una sola persona bisognosa di essere liberata dalla sofferenza, perfino se si trovasse all’altro capo della terra, il Budda non si fermerà. Shakyamuni visitò innumerevoli città e villaggi per diffondere i suoi insegnamenti. Secondo alcuni studi, egli visitò il regno di Shravasti più di novecento volte, Rajagriha, la capitale del regno di Magadha, più di centoventi volte, Vaishali, capitale del regno di Vriji, quarantanove volte, Kapilavastu, dove era cresciuto, trentuno volte e il regno di Kaushambi diciannove volte.


Questi luoghi distavano centinaia di chilometri l’uno dall’altro, e naturalmente l’unico mezzo di trasporto disponibile erano le gambe. Nell’ultimo viaggio di propagazione prima di morire, egli percorse qualcosa come duecentocinquanta chilometri. A mio avviso, l’esempio del Budda di “Continuare incessantemente questa pratica, che è propria del Budda”, così come appare da questi resoconti, permise ai suoi discepoli di sentire quanto sia prezioso essere vivi, prendendo così fiducia nella nobiltà della vita.
In genere il Buddismo viene considerato una religione statica, condensata nell’immagine del Budda seduto in meditazione. Ma il vero Shakyamuni era molto diverso; la sua vera immagine è quella di un Budda dinamico e sempre in cammino, un Budda attivo.
Il termine Budda indica una persona che si sforza incessantemente, intraprendendo continue azioni per costruire la felicità delle persone e renderle libere da ogni oppressione. “Ho continuato incessantemente” descrive questo aspetto di lotta e azione dinamica.
Anche Nichiren Daishonin condusse una vita in cui “continuò incessantemente questa pratica, che è propria del Budda” superando perfino Shakyamuni nella capacità di propagare l’ insegnamento, a dispetto di ogni difficoltà.
Fin dalla proclamazione di Nam-myoho-renge-kyo al mondo intero, nel 1253, il Daishonin continuò a lottare senza posa per la pace e la felicità di tutte le persone. Le persecuzioni nei suoi confronti da parte delle autorità crebbero fino a diventare particolarmente gravi dopo la sua lettera di rimostranze, il Rissho ankoku ron (Assicurare la pace nel paese attraverso la propagazione del vero Buddismo), nel 1260.
Egli fu colpito più volte da furiose persecuzioni, come quella di Matsubagayatsu (1260), l’esilio di Izu (1261-63), la persecuzione di Komatsubara (1264), quella di Tatsunokuchi (1271) e l’esilio di Sado (1271-74). Eppure, per quanto grandi fossero le difficoltà incontrate, il Daishonin dice che “mai una volta provò l’impulso di ritirarsi” (Gosho Zenshu, pag.1224). Si limitava ad affermare tranquillamente: «La battaglia continua ancora oggi» (Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, pag.11)
Perfino negli ultimi anni sul monte Minobu, la sua vita era tutt’altro che ritirata. Pur abitando in una spoglia capanna, egli continuava energicamente ad istruire i suoi discepoli sul Sutra del Loto e su altri insegnamenti.
Con fiere parole redarguiva le autorità e le arroganti figure religiose che stavano fuorviando le persone, continuando allo stesso tempo ad incoraggiare caldamente coloro che languivano nella sofferenza. Uno studioso giunge a definire queste lettere, semplicemente alla luce della loro quantità, come una “testimonianza globale”. (Continua)
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