Come in uno specchio

Il 12 ottobre del 1279, Nichiren Daishonin iscrisse il Dai-Gohonzon, l’originale da cui sono stati copiati tutti i Gohonzon affidati ai suoi seguaci. Ma cosa significano i molti ideogrammi che compongono l’oggetto di culto? Quali principi buddisti simboleggiano? E che utilità può avere per la pratica quotidiana la loro conoscenza?

In basso a destra, accanto alla firma del patriarca che ha iscritto la matrice, troviamo la frase: «Copiato rispettosamente». Stiamo parlando ovviamente del Gohonzon che ognuno di noi ha in casa. Un pezzo di carta, in realtà. L’originale da cui è «copiato rispettosamente» è il Dai-Gohonzon. Un pezzo di legno di canfora, piuttosto scuro, con i caratteri prima scritti con l’inchiostro e poi incisi e ripassati con dell’oro.
Già in precedenza Nichiren Daishonin aveva iscritto dei Gohonzon, consegnandoli a persone precise. Ma quel pezzo di legno fu donato a tutta l’umanità, come strumento essenziale per vincere ogni tipo di sofferenza per «dieci millenni o più».
In effetti, quello che noi vediamo ogni giorno quando facciamo Gongyo altro non è che un pezzo di carta con scritti sopra caratteri cinesi e sanscriti. Totalmente incomprensibili, eppure affascinanti. E viene da pensare che sarebbe interessante sapere cosa significano quegli ideogrammi, cosa nascondono in sé. Proviamo a leggerne alcuni, tanto per avere un’idea.


All’interno di questa torre straordinariamente grande, troviamo seduto il Budda Taho (Molti Tesori) che fa sentire la sua voce dicendo che tutto ciò che il Budda ha fin qui esposto corrisponde a verità. A questo punto anche Shakyamuni si siede all’interno della Torre Preziosa. Ora, è noto che nell’antica India il lato destro aveva maggiore importanza. Quindi è ovvio che Shakyamuni si sia seduto sulla parte destra. Ma noi nel Gohonzon lo vediamo a sinistra di Namu. La spiegazione è molto semplice: la Legge e i due Budda seduti dentro la torre guardano il resto dell’assemblea. Il Gohonzon è tridimensionale e quando facciamo Gongyo, in realtà noi stessi facciamo parte dell’assemblea che ascolta e partecipa alla Cerimonia dell’Aria. C’è anche un’altra implicazione, ancora più profonda, sulla quale però ci soffermeremo più avanti.
Nichiren Daishonin nei suoi scritti fa riferimento alle varie funzioni che i due Budda assolvono. Su due di queste in particolare vorremmo soffermarci.
Nel Gosho si legge: «Sono anche [Shakyamuni e Taho] le due leggi di chi e kyo. Shakyamuni è chi (saggezza soggettiva) e Taho è kyo (realtà oggettiva)». Il fatto che tra i due ci sia Nam-myoho-renge-kyo sta a esemplificare il principio di kyochi-myogo, la fusione di realtà e saggezza. In altre parole: la nostra capacità di comprendere e trasformare la realtà è legata a quanto possiamo far scaturire da dentro la nostra vita il potere della Legge universale. Il fatto poi che il Budda Taho, e quindi la realtà oggettiva, affermi che «tutto ciò che il Budda ha detto corrisponde a verità», in questa ottica ci porta inevitabilmente a concludere che quando preghiamo e agiamo correttamente, la realtà ce ne dà conferma. Come? Attraverso i benefici visibili.
E questo ci introduce ad altre due funzioni di Shakyamuni e Taho nel Gohonzon. Il primo rappresenta il beneficio invisibile, il secondo la ricompensa tangibile. Cioè: quando riusciamo a cambiare qualcosa nella nostra vita, immediatamente l’ambiente risponde sotto forma di beneficio visibile. Questo tipo di approccio può forse rispondere a domande della serie: «Sto praticando il Buddismo da diverso tempo, ma ancora non ho realizzato questa determinata cosa». Come se il Gohonzon fosse una slot-machine e quindi, secondo un calcolo di probabilità, prima o poi si dovesse vincere. Da questo punto di vista, potremmo anche dire che la realtà debba funzionare da stimolo al nostro spirito di ricerca e al sincero desiderio di fare la nostra rivoluzione umana. Ma quello che conta, alla fine, è quanto noi attivamente ci impegniamo per trasformare e migliorare la nostra vita e quella degli altri.
È interessante notare come sia Shakyamuni, la saggezza soggettiva, a muoversi verso Taho, la realtà oggettiva. Un po’ come se si volesse sottolineare il fatto che la realtà non si muove di sua spontanea volontà, ma che siamo noi, attraverso la preghiera e l’azione, ad andare verso di essa. E Nam-myoho-renge-kyo, la natura di Budda, la Legge dell’universo «a cui tutti i Budda si illuminano», fa da arbitro a questo incontro.
Ma torniamo a cosa c’è nel Gohonzon, o almeno a alcune delle figure che vi sono rappresentate.
Per inciso, gli ideogrammi vanno letti dall’alto verso il basso e da destra verso sinistra. Lo diciamo non per pedanteria, ma per sicurezza. Magari qualcuno non lo sa!
Ai quattro angoli troviamo quelli che vengono comunemente chiamati i quattro grandi re celesti (Shi dai tenno). Fanno parte delle divinità dell’universo brahmanico, e si dice siano al servizio del dio Indra. Nichiren, per iscrivere il Gohonzon, ha usato molte di queste figure, così come quelle della tradizione cinese e giapponese.
Guardando il Gohonzon abbiamo nell’ordine: in alto a destra Dai Jikoku tenno, il re che pacifica la terra e che protegge l’est; in alto a sinistra Dai Tamon (o Bishamon) tenno, il re che protegge il luogo in cui si insegna la Legge e il nord; in basso a destra, Dai Komoku tenno, il re che discerne e corregge la malvagità degli uomini e che protegge l’ovest; infine, in basso a sinistra, Dai Zocho tenno, il re che elimina il turbamento e protegge il sud. Questa dissertazione geografica ha un suo senso. È lo stesso Nichiren Daishonin che afferma nel Gosho Sui presagi: «...Inoltre, l’essere vivente è formato dall’ambiente. Gli occhi corrispondono all’oriente e sappiamo anche che la lingua corrisponde al sud, il naso all’occidente, le orecchie al nord, il corpo a tutte e quattro le direzioni e la mente al centro. Perciò quando i cinque organi di senso degli uomini sono in disordine, scuotono le quattro direzioni e il centro e, come sintomo del disordine della terra, per prima cosa le montagne franano, l’erba e gli alberi appassiscono e i fiumi si prosciugano. Quando gli occhi, le orecchie e gli altri organi di senso sono confusi e turbati, si verificano straordinari fenomeni nel cielo; quando la loro mente è turbata, la terra trema». Esiste quindi una relazione molto profonda tra il movimento dell’universo e quello della nostra vita. E se andiamo a vedere quali sono le funzioni dei quattro grandi re celesti, la questione diventa ancora più evidente.
Jikoku è la funzione che pacifica il mondo; è anche il guardiano dell’est che corrisponde al naso, alla respirazione. Protegge il ritmo e l’armonia del nostro metabolismo e della nostra psiche. Komoku rappresenta la trasformazione delle tendenze distruttive della vita. E' il guardiano dell'ovest che corrisponde agli occhi. Zocho è il guardiano del sud che corrisponde alla lingua. Rappresenta la funzione di liberare dall’infelicità sia noi stessi che gli altri parlando del Buddismo e della volontà d’ agire per cambiare la propria vita. Tamon o Bishamon è il guardiano del nord, che corrisponde all’orecchio. Ha la funzione, utilizzando ogni tipo di informazione, di proteggerci dalle situazioni pericolose, di prevedere i rischi di una situazione e quindi di poterli minimizzare o evitare. È interessante anche la traduzione letterale di questi due nomi: Tamon significa “colui che ascolta” e Bishamon “colui che offre cose preziose”.
Il fatto importante, comunque, è che tutto ciò gira intorno a Nam-myoho-renge-kyo. E eccoci quindi al nodo cruciale di tutto questo lungo discorso su cosa c’è scritto in alcune parti del Gohonzon.
In realtà, ogni ideogramma possiede una sua storia, una sua vita, e ognuno di essi rappresenta qualcosa. Un’ assemblea di funzioni vitali, che viste una per una assomigliano tremendamente alle questioni che ci troviamo ad affrontare ogni giorno. La relazione con l’ambiente, quella con noi stessi, con il nostro cuore, con le nostre tendenze. La vita, totale, completa. E nel mezzo? Nam-myoho-ren-ge-kyo. Questo straordinario pezzo di carta è davanti a noi ogni giorno, o almeno così sembra. Eppure, spesso ci sfugge il punto cruciale: «Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te. Il Gohonzon esiste solo nella carne mortale di noi persone comuni che abbracciamo il Sutra del Loto e recitiamo Nam-myoho-renge-kyo... È per questo motivo che il Gohonzon è chiamato mandala. Mandala è una parola sanscrita che significa “perfettamente dotato” o “insieme di benefici”» (“Il vero aspetto del Gohonzon”, Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 4, pag. 203).
Ma se il Gohonzon è la rappresentazione della vita, allora diventa inevitabile concludere che Nam-myoho-renge-kyo ne è il centro effettivo, il cuore. Il presidente Ikeda nei Dialoghi sulla saggezza del Sutra del Loto, a proposito delle funzioni di Shakyamuni e Taho dice: «“Realtà” significa la realtà della Legge mistica e “saggezza”, la saggezza della Legge mistica. Questo è ciò che afferma il Daishonin quando dice: “Che cosa sono dunque questi due elementi di realtà e saggezza? Sono semplicemente Nam-myoho-renge-kyo”. Realtà e saggezza non sono separate; sono un’entità singola, la realtà fa sorgere la saggezza e la saggezza illumina la realtà. Questa è la loro relazione». Quindi, è la nostra vita che si siede in mezzo a Shakyamuni e Taho, siamo noi che guardiamo l’assemblea radunata nell’aria durante la cerimonia. Siamo noi che possiamo attivare ogni funzione della vita a nostro favore. E siamo sempre noi gli unici a poter decidere da che parte stare.
È quasi scontato: l’ultima parola tocca a noi. E meno male che ogni giorno ce lo possiamo ricordare.
di sergio spadoni
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